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Uno strepitoso Maurizio Stammati porta l’oceano sul palcoscenico del Teatro dell’Aquario di Cosenza regalando una performance coinvolgente e credibile. Porta in scena una riduzione del Moby Dick di Melville, liberamente ispirato, diretto da Antonello Antonante.

Stammati non è solo un attore capace di avere tanti volti e tante espressioni per quanti personaggi interpreta, ma gli appartengono talenti appropriati all’arte del teatro; dal saper suonare l’armonica a bocca, all’utilizzo di strumenti a percussione che mimano i suoni della tempesta, alla presenza scenica, all’agilità di vivere la scena nelle diverse posizioni, di saper sincronizzare gesti al recitato, con cadenza perfetta. Per non parlare della naturale padronanza del palcoscenico, dell’arte del recitare e del fascino che mentre recita, incanta lo spettatore.

Sarà che anche il suo aspetto fisico, con quei capelli bianchi, lunghi e ricci, non passa inosservato, mentre se ne serve per incarnare i personaggi del celebre libro e mentre resta in bilico, tanto sulla baleniera in mezzo a mare, quanto sulle emozioni del suo pubblico.

Maurizio Stammati è voce narrante, la voce di Ismaele, l’unico sopravvissuto a quella spedizione, colui che ha il compito di raccontare la storia, raccontare come sono andate le cose, in una atmosfera unica, che crea con gli accenti che sa mettere al posto giusto, cadenzando un racconto che coinvolge nella stessa maniera sia chi conosce la storia, sia chi non ne conosce i contorni. Ottima l’interpretazione del pazzo che predice il futuro ai marinai. E’ lui, sempre lui, anche il Capitano Hacab,  interpretando magistralmente il ruolo di chi si sacrifica, di chi con determinazione assoluta lotta, fino all’autodistruzione.

Vive e pulsa quel palcoscenico, calcato da un artista di caratura, che lo sistema con il garbo di chi sa che dovrà servirsi di ogni dettaglio per raccontare una storia, per alitare dentro ad ogni personaggio dando loro vita, per un’ora di spettacolo che è così coinvolgente che sembra finire troppo presto.

La credibilità di Stammati, la ricerca del dettaglio espressivo vissuto e mai enfatizzato, la sua avventura che racchiude la voglia di esplorare quel che non si conosce, fino in fondo, fino alla fine.

Ottimo audio al Teatro dell’Acquario, come sempre. Le luci usate ad arte. Un allestimento efficace, con un grande cerchio sospeso, su cui l’attore sale facendolo ruotare e mostrando un mare che sa essere impetuoso, ostile, nemico.

Suda, fatica in scena Maurizio Stammati, perché si muove come se fosse davvero sulla Pequod, porta tutti sulla baleniera e il teatro si materializza in tutta la sua travolgente magia.

Vorrei che lo scopriste da soli, come inizia lo spettacolo che anche stasera è in scena al Teatro dell’Acquario e che vi consiglio di andare a vedere. Però scelgo di dirvi che l’attore, prima di salire sul palcoscenico parla al suo pubblico, racconta come è andata la sua, di avventura, fino alla realizzazione della pièce;  e quel racconto, è uno dei momenti più coinvolgenti di una serata di teatro fatto bene, che difficilmente si dimenticherà.

 

Simona Stammelluti

Al Teatro dell’Acquario  di Cosenza il 6 e il 7 aprile alle ore 20.30 lo spettacolo “Moby Dick”, con Maurizio Stammati e la regia di Antonello Antonante, liberamente ispirato all’opera di Herman Melville

Moby Dick, allegoria dell’uomo alla ricerca di se stesso ed esplorazione del mistero.
Nelle pagine di Melville si scopre che quell’abbandonare la sicurezza della terraferma, per puntare verso la verità del mare aperto, appaga per sempre l’istinto di qualsiasi Ulisse e l’ambizione di qualsiasi gioventù.
La Pequod (il nome della baleniera del capitano Achab) si trasforma, preso il mare, in un microcosmo, in una medievale allegoria dell’uomo, del suo destino, delle sue scelte, o addirittura in un riassunto della storia dell’uomo. Achab, nella sua determinazione di lottare, sino all’autodistruzione o al sacrificio, per conoscere la verità assoluta (perché questo è il senso della sua caccia alla balena) scopre (per tutti noi) il limite fatale della sua follia che sta nella superbia, il peccato dei peccati.
“La grande drammaticità, la grande bellezza della figura di Achab nasce da questo: che la tragedia di Achab è quella stessa dello scrittore e insieme quella stessa dell’uomo.
Non solo, ma un nuovo grado di intensità, vi si aggiunge per noi moderni, e ciò perché questa tragedia è quella stessa dell’uomo moderno”. Agostino Lombardo
Moby Dick di Hermann Melville è uno dei capolavori della letteratura americana, considerato opera fondamentale della letteratura mondiale.

Ma in quanti siete? 

Solo in due. O forse avrebbero dovuto rispondere “in 4” perché ci sono anche “una voce e una chitarra”, il meglio degli effetti speciali che si possano desiderare, in serate come quella consumatasi sulle tavole del Teatro dell’Acquario di Cosenza (sold out)  che ha ospitato lo scorso venerdì 11 maggio il duo londinese formato da Kevin Dempsey e Jacqui McShee. 

C’è da fare un plauso al direttore artistico della rassegna “La nave dei folli” Carlo Fanelli, che con quel pizzico di geniale follia ha scovato oltre la manica due artisti che – così come hanno spiegato loro stessi durante la serata – era la prima volta (inteso come prima esperienza) che suonavano insieme, dopo essersi incontrati per caso e piaciuti reciprocamente (musicalmente parlando), mettendo pertanto insieme tutto quello che si era consumato in decenni di personali carriere, accomunati dal folk britannico, e poi dal blues, contaminato dalla musica che arriva dall’est dell’Europa, dalla Bulgaria, dalla Russia.  

Le ballate inglesi sono un meraviglioso mondo sonoro che i due artisti hanno imbastito e raccontato, senza sovrastrutture, con la forza della voce sottile, raffinata, quasi cristallina di Jacqui McShee (che se chiudi gli occhi mai diresti che è una deliziosa signora di 70 anni) e dal carisma, dall’energia di Kevin Dempsey, chitarrista acustico sopraffino, compositore e intrattenitore. 

Sobri, a loro agio, appaganti. 

Sono saliti su di un aereo e raccogliendo l’invito di Carlo Fanelli sono volati in Calabria, abbandonando per qualche giorno la loro tournée nel Regno Unito, intenzionati a raccontare in musica, il mondo fatto di dettagli di musica britannica, all’interno del tessuto blues e jazz. Non dimentichiamo che la grande Jacqui McShee è stata la cantante dei Pentangle, innovativo gruppo Folk rock degli anni 70. 

Le tradizioni folkloristiche si vestono per l’occasione, in una dimensione intima, acustica, in un viaggio musicale vario, con sonorità affascinanti. 

Lei, vestita con un semplice vestitino a fiori, bionda, come un tempo, semplice – perché non ha bisogno di null’altro se non la sua voce che ricorda Joni Mitchell – una voce sottile, rotonda, da mezzo soprano, che si vela appena di malinconia, nelle ballate, sempre in equilibrio tra la trasparenza vocale e il vissuto che si porta dentro. 

Dempsey accompagna nei controcanti, suona in accompagnamento e poi ricama, con virtuosismi calibrati. Parla con il pubblico, è simpatico ed accattivante. 

“Come to me baby”, “Song to Molly” ed è subito atmosfera. Gli lascia il palco Jacqui durante la serata e Dempsey sfrutta quel tempo per deliziare il pubblico con il suo blues e con la musica inglese datata 1965. 

È un duo che sembra avere ancora  tante cose da dire, e malgrado qualche piccola imperfezione, che si perdonerà a due artisti di quella portata che ancora a 70 anni reggono magnificamente il palco, io c’ho visto una ruota panoramica in quel concerto, che girando e salendo verso l’alto raccoglie dettagli sonori fuori dal tempo, e poi il jazz in velata suggestione, oltre a quel sapere frizzante del folk e quando quel suono, girando arriva giù, vicino al pubblico, giunge appagante. 

Un bel concerto, un mondo lontano a portata di mano, storie di amore in musica, di canzoni dedicate e di voglia di fare ritorno da qualche parte, fosse anche una nostalgia. 

Simona Stammelluti