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Parola d’ordine “Area 51“, la Off limits Zone, una base militare e operativa, grande quanto tutta la Sicilia, situata a sud del Nevada, sulla quale gravano elevatissimi livelli di segretezza, divenuta da tempo protagonista del folklore ufologico. Che cosa ci sia davvero in quel luogo, in pochi lo sanno. Fatto sta che un bel giorno, in un caldo giorno estivo, precisamente il 27 giugno, qualcuno decide di lanciare un evento sul famoso social network, invitando quanta più gente possibile ad invadere l’Area 51. Una goliardata, sembrava sul nascere, un evento innocuo dal titolo “Storm Area 51. They can’t stop all of us”, che tradotto significa “Assaltiamo l’Area 51. Non possono fermarci tutti”. 

Un invito in piena regola mosso agli utenti, per il 20 settembre p.v.
Un invito a ritrovarsi tutti nel deserto del Nevada, forzare il blocco e fare irruzione nella famosa zona;  famosa per essere – così si pensa – la base dove il governo americano effettuerebbe esperimenti segreti su cadaveri di extraterrestri, atterrati (o precipitati da chissà dove) proprio in quell’area.

A questo invito – creato dall’australiano Jackson Barnes  – hanno risposto oltre 2 milioni di invasati, che avevano accettato di ritrovarsi in quel luogo nella data e nell’ora stabilita. L’evento divenuto virale in pochissimo tempo, ha entusiasmato i “cacciatori di alieni”, che non vedevano l’ora di mettere gli occhi (e i piedi) su quella zona proibita.

Questo singolare “Flash mob” nato come “innocuo”, ha messo in allarme l’Aeronautica degli Stati Uniti d’America che attraverso un portavoce ha dichiarato che quella zona è proibita e che sarebbe stata difesa a tutti i costi e con qualunque mezzo, e non avrebbero esitato ad aprire il fuoco nei confronti di coloro che avessero violato le proprietà.

Compreso il serio rischio di disastro umano, l’organizzatore ha provveduto ad annullare l’evento, anche se si era cercato di svoltarlo a festival per gli appassionati di alieni. Coloro che avevano aderito all’evento erano davvero disposti a tutto, anche a forzare la off limits zone, in massa. Nessuno aveva pensato a come sarebbe stato comunque difficile la sicurezza con tutta quella gente, come sarebbe stato difficile sfamare e dare da bere a 2 milioni di persone in mezzo al deserto. Fatto sta che molti di loro, da ogni parte del mondo avevano già fatto i biglietti, e non è detto che qualcuno non si presenti all’appuntamento malgrado l’evento annullato, e quasi certamente in quella data il sistema di sorveglianza dell’Area 51, sarà in ogni caso ai massimi livelli.

Ma la riflessione che nasce spontanea, verte su come il web – mondo virtuale – sia capace di influenzare la vita reale delle persone che si lasciano suggestionare, plagiare, controllare da qualcosa che in realtà non esiste, da una persona sconosciuta che “invita” ad un comportamento fuori da ogni logica, da ogni regola e da ogni norma comportamentale.

Barnes li aveva incitati con un “non possono fermarci tutti” e 2 milioni di persone si sono entusiasmate, hanno immaginato possibile forzare l’Area 51 per andare a “vedere” gli extraterrestri.

La forza di un social network, la forza di un’idea assurda e deleteria, spacciata per goliardata, accolta come plausibile da 2 milioni di persone, disposte a tutto. Questa situazione ha dell’incredibile, perché ci sarebbe da chiedersi come è cambiata la percezione del reale, quanto siano scivolati via la lucidità, il raziocinio, il buonsenso. Basta davvero un “pronti, partenza, via …” dato da chissà chi, per perdere il lume della ragione, per lasciarsi andare a slanci del genere? Perché qui siamo distanti anni luce da una passione, che nasce per essere coltivata.

A me personalmente spaventa sapere che ci sono milioni di persone disposte a tutto pur di fare qualcosa che va contro uno stato di fatto, che è pronto a fare irruzione pur di soddisfare un capriccio, che è pronto a lanciarsi contro un mondo virtuale, bendato e senza rete, sperando di restare indenne.

 

 

 

 

 

Andrea Sales – psicologo, psicoterapeuta

Stava tranquillamente mangiando una pizza in una nota pizzeria di Reggio Calabria, Ciro Russo, dopo aver dato fuoco alla sua ex moglie. E’ stato arrestato nel giro di poche ore, dopo l’atto delittuoso. Era evaso dai domiciliari, aveva precedenti per maltrattamenti in famiglia.

Ma questo è l’ultimo in ordine cronologico dei gesti folli, malsani e sconcertanti, che occupano quotidianamente le pagine di cronaca.  Prendendo spunto dall’atto criminoso di Ciro Russo, lo psicologo, psicoterapeuta e docente Andrea Sales, lancia sul social un dibattito, condividendo una delle domande alle quali facciamo fatica a rispondere, ma che alla fine ci portano a dover fare i conti in maniera brutale, con ciò che sta accadendo in un momento storico in cui – come lo stesso Sales fa notare – accadono cose agghiaccianti: mamme che vendono le figlie e le inducono a prostituirsi per avere dei soldi da giocare alle slot-machine, una coppia di amici (50 e 70 anni), abusano, molestano e seviziano una donna di 40 anni, per vent’anni, tenendola segregata in casa. Per non parlare del fatto che il femminicidio sia ormai all’ordine del giorno.

Quando una persona si sente in diritto di commettere queste atrocità?

E se fino a ieri, Ciro Russo era una persona sconosciuta, che faceva la sua vita, come io faccio la mia, Sales la sua e voi la vostra, oggi siamo qui a parlarne perché ancora una volta si consuma l’atrocità, la follia di un gesto, ai danni di un’altra persona.

Ma sarà davvero follia? A questa domanda potrebbe rispondere Andrea Sales, che di menti se ne intende. Ma la domanda è più ampia, quella che lui pone attraverso il social è cercare di capirne il perché anche dal punto di vista sociale.

Verrebbe voglia di dire, “ci rinuncio”, rinuncio a trovare un perché, rinuncio a capire, considerato che sembra tutto così assurdo. Ed invece l’invito alla riflessione e al dibattito che lancia Andrea Sales, è importante nella misura in cui ci si possa scuotere prima di tutto da quella assuefazione che ormai abbiamo maturato nei confronti del male che incede,  che vien fuori anche da dove mai avremmo immaginato potesse essere prodotto. E’ importante nella misura in cui si recuperi la consapevolezza che il male, va combattuto anche se non ci investe in prima persona. Che non vale più la regola “a un metro dal mio culo, accada quel che accada“, che a volte può sembrare una sorta di modalità per difenderci da quel che succede e che non riconosciamo come formula del nostro modo di concepire il vivere.

E allora davanti alla domanda: “ma cosa sta accadendo?”, tocca fermarsi a riflettere. C’è un delirio di onnipotenza, una convinzione malsana di poter possedere, di poter avere il controllo sulla vita degli altri, come se quel modo di concepire un rapporto, nel quale c’è chi domina, chi decide, chi annienta ogni giorno l’altro – spesso silenziosamente, altre volte in maniera atrocemente distruttiva – fosse la soluzione a dei problemi, che derivano dalla incapacità di gestire una qualsivoglia forma di rottura, di frattura nei rapporti.

Cosa manca a chi sevizia, violenta e segrega una donna per vent’anni?
Cosa accade nelle loro vite e nelle loro scelte?
Perché come dice lo stesso Sales. le scelte vengono guidate dai valori, da ciò che vale.
Dunque, dove sono finiti i valori?
Spazzati via quelli, ci si sente onnipotenti, alla mercé del pensiero folle di potere tutto?
Fuori dai valori, fuori dalle regole del buon vivere, resta la seduzione del male, del limite da superare, in balia di alcune ossessioni.

Il conflitto dunque, con se stessi, prima ancora che con gli altri?
Una completa assenza di sentimento, forse, verso se stessi e poi verso l’altro. Un amore mai provato, un risentimento stantio verso una condizione che non si può cambiare, forse.

Resta che c’è una società in balia dell’odio, di profonde forme di razzismo, di omofobia, di delirio di onnipotenza, che si manifesta in maniera latente, a volte, ma che poi esplode e annienta l’altro.

Mi ha colpito molto una dichiarazione di Andrea Sales circa il malessere. Perché alla base di tutto c’è questa condizione. Se avverti un malessere – dice lo spicoterapeuta – devi cambiare qualcosa e per cambiare qualcosa devi credere nella possibilità del cambiamento. Il cambiamento è effettivo quando si trasforma in azione.

Forse abbiamo smesso di credere nella possibilità di cambiamento e abbiamo lasciato che le cose accadano così come ci impone il silenzio che spesso regna in fondo alle nostre vite. E da quel silenzio, scaturiscono rabbia, odio, voglia di riscatto ai danni degli altri.

Il silenzio è deleterio. Sono le parole che generano il cambiamento, perché generano emozioni, reazioni e riflessioni, sostiene Sales.

E allora andrebbe, forse, riscoperta l’arte del dialogo, del tirar fuori in due, credendo e confidando ancora, nella potenza straordinaria della parola.

 

Simona Stammelluti

Nacque per “restare in contatto con le persone della tua vita”, poi si aprì al nuovo, a nuove conoscenze, mostrandoci anche dei suggerimenti, in base a dei criteri che mai, nella vita vera, avremmo considerato come plausibili.

Ci hanno poi chiesto di “dire qualcosa che potesse rappresentarci“, da fermare lì su, in cima alla propria “bacheca”, come quella su cui a scuola scrivevano le comunicazioni importanti. Ma quello ad un certo punto non bastava più e così ci hanno invitati a “dire a cosa stessimo pensando“, come se fosse un alternativo studio di psicanalisi. In fondo, la domanda è quella che ti pongono gli strizzacervelli: “Su, non si tenga nulla dentro, mi dica quello che le passa per la testa, tutto“. E così molti (tutti) abbiamo ubbidito a questo invito e così ci siamo messi a vomitare tutto quello che attraversava la nostra mente e i nostri sentimenti istintivi, su quello spazio – che un tempo era bianco, mentre oggi ce lo propinano a colori e con i disegnini – usandolo proprio come un moderno confessionale, al quale consegnare amore, odio, frustrazioni, invidie, gelosie, voglia di arrivare chissà dove e di essere chissà chi.

Poi è arrivato il tempo del “condividere” e siamo stati invitati pure a “ri-condividere“, facendo nostre cose che nostre, non erano. Un tempo ci esprimevamo con “come disse …“, oggi ri-condividiamo se siamo onesti, ma se per caso quel che leggiamo ci piace proprio assai, lo “rubiamo” e lo facciamo nostro con il desiderio spasmodico di poter fare bella figura agli occhi dei più e con la diabolica convinzione che tanto in tutto quel marasma, nessuno si accorgerà di quel “furto”. Ma poi puntualmente accade, e allora il tempo scorre tra una diatriba e l’altra, tra un’offesa e l’altra.

Pian piano sono nati i link, poi sono arrivate le foto scattate da te con lo smartphone, poi la rivoluzione dei selfie, poi il fotoritocco.

Poi una sfilza di opzioni, dal “come ti senti” al “cosa stai facendo” al “con chi sei”, dove e perché. E poi a fare sondaggi, a rispondere a domande. La situazione ha così incominciato a sfuggirci di mano. Perché mentre rispondiamo, non pensiamo quasi mai al fatto che più rispondiamo, più il sistema fa la radiografia di ciò che siamo (o fingiamo di essere), e di ciò che vogliamo (o fingiamo di volere). E poi quando l’algoritmo ci propone pubblicità – che noi abbiamo autorizzato senza manco accorgercene – mostrandoci cose che non ci piacciono, abiti che mai indosseremmo, attività alle quali mai parteciperemmo, riusciamo anche a meravigliarci. Siamo ormai inseriti nel sistema dal quale diventa sempre più difficile uscirne, e che assomiglia tanto a quella condizione in cui si imbocca una scala mobile contromano; cammini cammini, ma non arrivi mai dall’altra parte e la cosa più assurda è che si sta bene così.

Al mattino ci svegliamo e ci domandiamo “chi saremo oggi”, cosa ci faremo piacere, a quale schieramento appartenere. E dire che un tempo più di qualcuno aveva un suo credo, una sua fede politica, un suo stile. Poi chissà come e soprattutto chissà perché siamo riusciti a rinnegare tutto (o quasi) per amore di un like, di un compiacimento effimero, come se quel banale e finto apprezzamento potesse lenire una insoddisfazione profonda e radicata, ma mai riconosciuta.

Ci hanno istigati ad essere sempre presenti, a dire la nostra anche quando non avevamo nulla da dire, a mostrarci, sempre e comunque, ad apparire, a “far vedere che”: che siamo sempre in tiro, che abbiamo sempre la battuta pronta, che siamo sempre in giro, che siamo sempre sulla cresta dell’onda, che siamo irresistibili, che abbiamo qualcosa in più che gli altri dovrebbero invidiarci.

Poi però, stanchi, le pagine dei social si chiudono (almeno per qualcuno) ed ognuno di noi resta la propria vita, fatta di momenti – belli o brutti che siano – che non si possono ritoccare, a cui non si può cambiare la data, e così restiamo in compagnia delle cose che non sappiamo, delle mancanze che ci scorticano, delle difficoltà di “trovare le parole giuste” e delle fragilità che ci rende così unici, a dispetto di questo sistema che ci vuole tutti uguali, ritoccati con la stessa applicazione sia per i volti che per i pensieri.

E allora sì, va bene, abbiamo capito…siete (siamo) tutti belli, bravi, affascinanti ed irresistibili.

Capite (capiamo) di tutto, siete (siamo) tutti geni … però io vi aspetto fuori di qui, quando sarete (saremo) disposti ad ammettere seppur tacitamente che i social vi (ci) hanno cambiati, rendendo più difficile sapere chi siete (chi siamo) e soprattutto quello che vogliamo.

E dire che un tempo potevamo avere qualche dubbio su cosa volevamo, ma sapevano benissimo cosa non volevamo essere.

 

Simona Stammelluti