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Avere paura del domani. 
Ma non del domani inteso come futuro che verrà; proprio del domani prossimo, di domani inteso come le prossime 24 ore.
Che quel 21 giugno segnalato come il giorno della fine del mondo – perché a quanto pare i maya si sarebbero sbagliati a fare i conti –  è nulla rispetto all’apocalisse periodale che ci instilla il vivere quotidiano.

La pandemia è ormai qualcosa che abbiamo provato sulla nostra pelle, e quel “Pan-demos” che dal greco ci ha investito tutti, in tutto il suo orrore, sembra aver lasciato uno strascico di paura costante, ci ha resi fragili, quasi indifesi verso alcuni eventi che non possono essere contrastati con la sola voglia di vivere … e di resistere.

Ma a me viene da pensare a Peirce, uno dei più grandi pensatori e filosofi e logico-matematici (e tante altre cose tutte insieme) di tutti i tempi, fondatore della semiotica moderna, immortale nel suo modo di concepire l’essere e la sostanza, l’epistemologo della filosofia – come lo definisce Emanuele Fadda nel suo libro “Peirce” – che ha passato la vita a ragionare su un metodo comune alle scienze naturali, umane, formali e filosofiche e che ha – come lui stesso sosteneva – fornito un’ipotesi:

“[…] Il massimo che si possa fare è fornire un’ipotesi, non priva di una sua verosimiglianza, che si collochi sulla linea generale di crescita delle idee scientifiche e che sia capace di venire confutata o verificata da futuri osservatori”

Penso alla sua “primità” (che è così tenera che non puoi toccarla senza rovinarla) , all’origine, vivido e conscio ed evanescente, al presente che è positivamente così com’è, quel qualcosa allo stato iniziale, come un semplice tono di coscienza, come il feeling nella sua immediatezza. Quell’essere in sé prima ancora di appartenere alla categoria dei mortali, e quindi di esserlo, mortale.

La certezza della morte incombe sull’essere umano da sempre, tanto che c’è chi ha azzardato la definizione della vita, del venire al mondo, come “un brutto film, un film dell’orrore, che per quanto brutto, è sempre meglio vedere come va a finire“.

La probabilità di qualcosa che può accadere nel mentre che tutto si compia, quel ricondurre tutto, dal particolare della condizione dell’essere umani, all’universale che ci tiene incollati ad un dato certo, quel pronostico che vorremmo non sbagliare lungo quella camminata che – sappiamo per certo – si interromperà, da qualche parte, in un tempo che non conosciamo.

Ed infatti non è la morte in sé a farci più paura del solito,  ma il ricordo della caducità della vita che si manifesta ai nostri giorni come se vivere un giorno felici, senza incertezze sia divenuto un reato del quale tocca scontare una pena; e tutto questo mentre ad andar via quest’anno, sono persone che per un motivo o per un altro abbiamo sentito vicine.

Sembra come se questo 2020 rechi in se il compito maldestro di togliere via ogni sicurezza, intaccare ciò che è bellezza ed arte; come se voglia mettere alla prova le nostre fragilità, quelle che coccoliamo affinché ci siano amiche e non tornado capaci di spazzare via ogni certezza.

In questi mesi il verbo morire è diventato quello più coniugato, la parola “morti” al plurale, una luce ad intermittenza che non si spegneva, mai, come quelle dei motel di terza categoria. Il contare i morti ci ha stremato, così come la speranza – qualche volta perduta – di non dover contare morti troppo vicini al nostro cuore.

Ma quelle fragilità che proviamo a tenere in bilico, così come il coraggio e forza di resistere sono stati bombardati dalle morti e da eventi che ogni giorno ci hanno resi sempre più deboli, affranti, miseri davanti alla vita che ha contorni piccoli ed incerti ed imprevisti, lì dove l’imprevisto non sempre vira verso la bellezza dell’imprevedibilità.

Sepúlveda va via stroncato dal coronavirus, Kobi Bryant muore in un incidente in elicottero, Ezio Bosso va via, in punta di piedi, lasciando il ricordo di quel suo modo di vivere che tanto ci ha commossi, il cancro porta via Zafón, ieri Alex Zanardi si schianta contro un tir, perdendo il controllo del mezzo e ribaltandosi durante una gara di handbike e abbiamo anche sfiorato l’ennesimo conflitto mondiale. Tutto in questo anno maledetto, che è appena a metà del suo incedere. Lo so, è solo un caso, ma vorrei restare in quella primità di Pierce, vorrei semplicemente aprire gli occhi e descrivere ciò che vedo, non ciò che viene a mancare.

…e ricordati, che devi morire.
[Dal film “Non ci resta che piangere”]

Simona Stammelluti