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Nacque per “restare in contatto con le persone della tua vita”, poi si aprì al nuovo, a nuove conoscenze, mostrandoci anche dei suggerimenti, in base a dei criteri che mai, nella vita vera, avremmo considerato come plausibili.

Ci hanno poi chiesto di “dire qualcosa che potesse rappresentarci“, da fermare lì su, in cima alla propria “bacheca”, come quella su cui a scuola scrivevano le comunicazioni importanti. Ma quello ad un certo punto non bastava più e così ci hanno invitati a “dire a cosa stessimo pensando“, come se fosse un alternativo studio di psicanalisi. In fondo, la domanda è quella che ti pongono gli strizzacervelli: “Su, non si tenga nulla dentro, mi dica quello che le passa per la testa, tutto“. E così molti (tutti) abbiamo ubbidito a questo invito e così ci siamo messi a vomitare tutto quello che attraversava la nostra mente e i nostri sentimenti istintivi, su quello spazio – che un tempo era bianco, mentre oggi ce lo propinano a colori e con i disegnini – usandolo proprio come un moderno confessionale, al quale consegnare amore, odio, frustrazioni, invidie, gelosie, voglia di arrivare chissà dove e di essere chissà chi.

Poi è arrivato il tempo del “condividere” e siamo stati invitati pure a “ri-condividere“, facendo nostre cose che nostre, non erano. Un tempo ci esprimevamo con “come disse …“, oggi ri-condividiamo se siamo onesti, ma se per caso quel che leggiamo ci piace proprio assai, lo “rubiamo” e lo facciamo nostro con il desiderio spasmodico di poter fare bella figura agli occhi dei più e con la diabolica convinzione che tanto in tutto quel marasma, nessuno si accorgerà di quel “furto”. Ma poi puntualmente accade, e allora il tempo scorre tra una diatriba e l’altra, tra un’offesa e l’altra.

Pian piano sono nati i link, poi sono arrivate le foto scattate da te con lo smartphone, poi la rivoluzione dei selfie, poi il fotoritocco.

Poi una sfilza di opzioni, dal “come ti senti” al “cosa stai facendo” al “con chi sei”, dove e perché. E poi a fare sondaggi, a rispondere a domande. La situazione ha così incominciato a sfuggirci di mano. Perché mentre rispondiamo, non pensiamo quasi mai al fatto che più rispondiamo, più il sistema fa la radiografia di ciò che siamo (o fingiamo di essere), e di ciò che vogliamo (o fingiamo di volere). E poi quando l’algoritmo ci propone pubblicità – che noi abbiamo autorizzato senza manco accorgercene – mostrandoci cose che non ci piacciono, abiti che mai indosseremmo, attività alle quali mai parteciperemmo, riusciamo anche a meravigliarci. Siamo ormai inseriti nel sistema dal quale diventa sempre più difficile uscirne, e che assomiglia tanto a quella condizione in cui si imbocca una scala mobile contromano; cammini cammini, ma non arrivi mai dall’altra parte e la cosa più assurda è che si sta bene così.

Al mattino ci svegliamo e ci domandiamo “chi saremo oggi”, cosa ci faremo piacere, a quale schieramento appartenere. E dire che un tempo più di qualcuno aveva un suo credo, una sua fede politica, un suo stile. Poi chissà come e soprattutto chissà perché siamo riusciti a rinnegare tutto (o quasi) per amore di un like, di un compiacimento effimero, come se quel banale e finto apprezzamento potesse lenire una insoddisfazione profonda e radicata, ma mai riconosciuta.

Ci hanno istigati ad essere sempre presenti, a dire la nostra anche quando non avevamo nulla da dire, a mostrarci, sempre e comunque, ad apparire, a “far vedere che”: che siamo sempre in tiro, che abbiamo sempre la battuta pronta, che siamo sempre in giro, che siamo sempre sulla cresta dell’onda, che siamo irresistibili, che abbiamo qualcosa in più che gli altri dovrebbero invidiarci.

Poi però, stanchi, le pagine dei social si chiudono (almeno per qualcuno) ed ognuno di noi resta la propria vita, fatta di momenti – belli o brutti che siano – che non si possono ritoccare, a cui non si può cambiare la data, e così restiamo in compagnia delle cose che non sappiamo, delle mancanze che ci scorticano, delle difficoltà di “trovare le parole giuste” e delle fragilità che ci rende così unici, a dispetto di questo sistema che ci vuole tutti uguali, ritoccati con la stessa applicazione sia per i volti che per i pensieri.

E allora sì, va bene, abbiamo capito…siete (siamo) tutti belli, bravi, affascinanti ed irresistibili.

Capite (capiamo) di tutto, siete (siamo) tutti geni … però io vi aspetto fuori di qui, quando sarete (saremo) disposti ad ammettere seppur tacitamente che i social vi (ci) hanno cambiati, rendendo più difficile sapere chi siete (chi siamo) e soprattutto quello che vogliamo.

E dire che un tempo potevamo avere qualche dubbio su cosa volevamo, ma sapevano benissimo cosa non volevamo essere.

 

Simona Stammelluti

La mania del selfie non è solo la normalità, ma anche un meccanismo perverso che sembra non nuocere a nessuno, ma che a volte si inceppa, proprio sul filo sottile che separa l’audacia dal buonsenso

Perché sempre più spesso si dimentica che la propria libertà, finisce dove inizia quella degli altri e se a quella famigerata legge di tutela della privacy ci si appella quando ci si sente in pericolo, quando si pensa stiano violando i nostri diritti di riservatezza, la si dimentica quando la goliardia, la voglia di diventare virali, la necessità di avere un momento di notorietà, ci fa ruzzolare giù dal burrone, travolgendo in un colpo solo il rispetto per gli altri e la lucidità circa ciò che sia giusto.

Non sembra aver pensato al diritto di riservatezza, l’uomo di Piacenza, che si è scattato il selfie alla stazione davanti alla donna gravemente ferita dal treno, ancora riversa sulle rotaie, dopo essere stata travolta dal convoglio subito dopo esserne scesa. È stato solo l’intervento della Polizia a convincerlo a cancellare la foto. La cosa singolare è che c’era chi ha fotografato entrambi i protagonisti della vicenda: la donna è l’uomo del selfie. Ma in questo caso, la foto ha avuto il significato di denuncia.

Se la poliziotta in borghese non fosse intervenuta per tempo, quella foto, quel selfie, avrebbe affollato i social, aggiungendosi a tutto quel materiale trash che ogni giorno si fa strada in rete, che diventa sempre più pericoloso, considerato che quotidianamente c’è chi cerca qualche gesto estremo da emulare.

Il ragazzo avrà circa vent’anni; più o meno la stessa età di quel giovane che si era permesso di bullizzare un insegnante e che aveva preteso che i suoi compagni lo filassero durante quella sua miserevole performance.

Sembrano davvero i nuovi mostri … i mostri del nuovo millennio.

Quelli che non sanno cosa si festeggi il 2 giugno ma che però hanno diritto di voto;
Quelli  che in famiglia, forse, non hanno ricevuto la giusta educazione al rispetto delle regole. Perché se le regole non vengono rispettate in famiglia, difficilmente saranno rispettare in società.
Quelli che trovano sfogo e soddisfazione, solo negando l’altrui libertà.
Quelli che nella diversità, riconoscono una qualche supremazia.

Verrebbe da dire che sì, abbiamo un problema.

I ragazzi, sempre più narcisi, più egocentrici e convinti di possedere chissà quale potere, perdono sempre più spesso il confine tra virtuale e reale; perdono il controllo delle proprie azioni – forse perché non hanno più nessuno che gli dica quando sbagliano, dove sbagliano – e sempre più spesso disconoscono il senso morale ed etico del vivere.

Sembra una strada senza via d’uscita, una sorta di vicolo cieco.
Ed invece lo spiraglio risiede nel non considerare con indifferenza quel che un tempo ci faceva paura, nel non girarsi dall’altra parte, nel non far finta di nulla quando ci vien chiesto di prendere una posizione, perché  si deve scegliere da che parte stare, si deve conservare la lucidità di riconoscerla una mostruosità, quando ci si imbatte in essa, e sembra che di far questo, non si sia capaci più.

Mi sembra anche giusto sottolineare il significato sociale ed antropologico che la modernità ha conferito alle immagini. Un significato che è distante, ai giorni d’oggi, da quel potere che le immagini hanno avuto nel corso del tempo, quando – malgrado tutto – potevano essere una testimonianza di alcuni accadimenti, il passato e il presente insieme, e poi ancora immagine-ammonimento, la verità contenuta in una foto, l’essenza della foto stessa. Le immagini che – malgrado tutto – aiutano i processi mnemonici, aiutano a ricordare oltre che a “non dimenticare”.

I mostri dei giorni nostri, trasformano le immagini in feticismo, in merce, in emblema di un potere sottile finito nelle mani sbagliate. Alcuni scatti – come il selfie in oggetto – non sono il mezzo per conservare un’identità, ma per mercificare un narcisismo che diventa prodotto di scarto di identità di cartapesta.

L’istantaneità cercata (e ottenuta) con il selfie  nuoce spesso a quella società nella quale per decenni si è cercato quanto più possibile di testimoniare senza filtri, senza ritocchi, alcune atrocità che si erano consumate e non sarebbero dovute tornare. L’urgenza di strappare parti di realtà affinché divenissero storia, custodendo in se, una propria efficacia.

Tutto, subito, senza porsi tante domande, senza interrogarsi circa l’effetto che quella foto che ritrae un’altra persona possa avere sul chi guarda, sull’altrui esistenza. La volgarità sta anche in questo: nella mancanza di decenza, che può divenire offesa. E allora io mi sento offesa da un ragazzo che potrebbe essere mio figlio, che prova a mostrarsi mentre sullo sfondo si consuma una piccola grande tragedia umana, come se fosse il logo di riconoscimento di una generazione, di un divenire che – a mio avviso – fa paura, a volte ribrezzo, quasi sempre sconforta.

Non nasciamo fotografi né fotoreporter, ci divertiamo ad inquadrare e a scattare, a postare e a condividere, a ritoccare e a cercare didascalie…e pensare che nel lontano 1944 Alex, un ebreo greco, membro del sonderkommando, pur sapendo che sarebbe morto, come tutti gli altri ebrei, scattò con una macchina fotografica 4 foto – oggi conservate nel museo di stato di Auschwitz – e per farlo dovette nascondersi in una camera a gas appena svuotata, prendendo di mira l’orrore, l’inimmaginabile, con l’urgenza vera di lasciarne il segno nell’archivio dell’estinzione.

Foto, quelle, senza didascalia.

 

Simona Stammelluti