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Sembrava che il tutto potesse archiviarsi con un collettivo “che peccato”, divisi tra chi per davvero era dispiaciuto per la morte di quelle tre persone che avevano perso la vita lo scorso venerdì e chi forse, sapeva che non era stato un semplice incidente ma ancora non aveva trovato il coraggio di parlare.
La Procura fa sapere che ci sono elementi che fanno pensare ad un incendio doloso, ma sono ancora tante le stranezze e le domande alle quali gli inquirenti in queste ore stanno provando a dare una risposta.
Una storia questa, sempre più intricata che però sin dall’inizio sembrava avere qualche tassello non proprio al posto giusto.
Antonio Noce, Roberto Golia, Serafina Speranza e il loro cagnolino sono morti arsi vivi in una palazzina di Cosenza nel centro storico, dove abitavano al primo piano; Avevano occupato anche i locali del secondo piano di proprietà di Roberto Bilotti, che possedeva anche il terzo piano dove era collocata l’ormai famosa biblioteca andata in fumo, che conteneva arredi storici e opere antiche, sulle quali cala l’ennesimo mistero considerato che in prima battuta lo stesso Bilotti aveva dichiarato un valore inestimabile, per le stesse,  dichiarazione poi smentita dagli esperti e ridimensionata dallo stesso proprietario che ha anche provveduto a far sapere che la biblioteca e il suo contenuto non era assicurato.
Si fa dunque sempre più strada l’ipotesi di incendio doloso, anche se la Polizia smentisce che si sia trovato un innesco all’esterno del palazzo, ma certo è invece, che il portone dello stabile, perennemente aperto, quel maledetto giorno era chiuso, sprangato, negando pertanto ogni possibile via di uscita alle tre vittime che hanno provato ad usarlo come modalità di fuga, senza però riuscirci.
Gli stessi testimoni adesso parlano: “era chiuso quel portone – dice uno di questi – mio figlio l’ha rotto facendolo cadere sano, quel portone ma le fiamme erano ormai alte e non si è potuto fare più nulla“.
Le fiamme si sarebbero propagate ad una velocità impressionante, favorite sicuramente anche dall’accumulo di rifiuti presente nell’abitazione.
Le grida delle tre vittime, sempre più incalzanti, si sono spente poco prima che arrivassero i soccorsi. Così riferiscono i testimoni.
L’incendio con molta probabilità è doloso. Le domande restano le stesse:
La distruzione della biblioteca è stata solo una tragica conseguenza?
Era invece quella, l’obiettivo?
O qualcuno voleva fare male alla famiglia Noce?
E se sì, perché?
Oppure li volevano solo spaventare e qualcosa poi è andata storta?
Le telecamere interne ed esterne dello stabile potrebbero dire molto, ammesso che fossero funzionanti, ma questo ancora non è dato di saperlo.
Tocca adesso agli investigatori capire chi ha compiuto questo gesto e sopratutto i tanti perché che ancora rimbombano tra i vicoli di una città sgomenta, che mostre in queste ore le proprie fragilità che forse troppo spesso, sono state ignorate.


Sembra essere il caso dell’anno, quello scoppiato a seguito del rogo avvenuto in un palazzo storico di Cosenza, sito nella città  vecchia il 18 agosto scorso, nel quale hanno perso la vita tre persone e dove – così si diceva – era andato distrutto un patrimonio inestimabile tra carte, pergamene, affreschi e altro ancora.
La Procura di Cosenza sta indagando in tutte le direzioni possibili. La stesa Procura che – a dire del proprietario dello stabile e della biblioteca privata Roberto Bilotti – avrebbe ignorato otto anni di denunce, dallo stesso presentate, che segnalavano la presenza dei tre abusivi, all’interno di uno dei locali del suo stabile.
A distanza di pochi giorni da quella sciagura, sembra che lo stesso Bilotti abbia voluto ritrattare, rispetto alla intervista audio rilasciata a Repubblica e attraverso le pagine di QuiCosenza; ha detto che a parte le porte ottocentesche e i lampadari di Murano, le opere andate distrutte altro non erano che copie, come quella del “De Rerum Natura” di Telesio, dal valore “imprecisato”.
Ma c’è chi una stima l’ha saputa fare, ed è il responsabile della biblioteca privata che in una intervista telefonica rilasciata alla giornalista Alessia Principe, dichiara che il valore della copia del “De Rerum” si aggira intorno ai 600 euro.
Nessuna devastazione apocalittica di rare pergamene e manoscritti, insomma.
Lo stesso Bilotti chiarisce poi circa la possibilità di visitare quei locali, che sottolinea essere “privati”, ma che dal 2003 la Soprintendenza, rivelatone l’importanza, aveva avviato una istruttoria ripresa solo nel 2015, ma – dice Bilotti – “è una procedura lunga”.
Insomma, spenti i riflettori, si spengono anche un po’ gli entusiasmi con i quali si sono proferite le prime parole consegnando ai giornali le notizie a questo punto un po’ falsate.
Resta la morte di tre persone, resta una procura che indaga, restano delle problematiche che andrebbero analizzate a fondo e speriamo che per davvero che alla ripresa dei lavori parlamentari, i deputati Pd – così come hanno dichiarato – presentino una interrogazione parlamentare su quanto accaduto affinché si accertino eventuali responsabilità, senza sottovalutare quanto accaduto.
Così come, occorre sottolineare, che in una triste vicenda come questa è stato dato ampissimo risalto all’arte, forse oggi rivelatasi di cartapesta, che a tre vite umane che sono morte carbonizzate ancora oggi senza un perchè.