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Ce la ricorderemo sì questa 70esima edizione del Festival della Canzone Italiana; ce la ricorderemo per un bel numero di motivi, precisamente 10, a mio avviso.

  1. Una discreta dose di imprevisti: Il giornalista di Sky che si addormenta e così la notizia circa il vincitore di Sanremo è resa nota prima ancora della proclamazione. E così quasi un’ora prima del verdetto, tutti sapevamo già che aveva vinto Diodato. E che palle, vien da dire! Abbiamo resistito per 5 serate fino alle 2 e passa di notte, per poi veder svanito quel momento in cui tutti dicono la propria e quasi mai nessuno ha ragione.
    Bugo viene squalificato insieme a Morgan che cambia le parole della canzone in gara per vendicarsi di un arrangiamento non accettato, per punirlo e alla fine finiscono tutti e due fuori dalla gara. Morgan è il solito irrequieto, ma ha anche un pochetto rotto le scatole con questo atteggiamento da professore. Ma resto dell’idea che quello forse è stato l’unico modo che i due avevano per far parlare di sé, considerato che la canzone era davvero brutta. E poi ancora Junior Cally maschera sì, maschera no, e alla fine a volto scoperto ha mostrato molti più elementi iconici di quanto si immaginasse. E Tiziano Ferro che deve recuperare il rapporto con Fiorello dopo quella frase infelice sul tempo che lui ruba ed è costretto a lasciare biglietti di scuse in giro, fino al bacino in diretta per consacrare la pec fatta.
  2. Ci è voluta tanta resistenza per arrivare fino in fondo. 5 serate di cui le ultime 3 sono terminate a notte fonda, non sono una passeggiata di salute. Una lungaggine mai vista, fino allo sfinimento e lui, Amadeus, come un soldatino di piombo che non ha perso un colpo ma ha fatto anche altro; ha dimostrato che ci si può rialzare con classe e dignità dopo uno scivolone. E così dopo averci scherzato su, sdrammatizzando circa quella frase infelice della donna che sa fare un passo indietro, si è dimostrato un presentatore capace, un professionista che ha retto benissimo le redini della Kermesse, senza sentirsi mai divo, portando tra l’altro con disinvoltura quelle orrende giacche modello tappezzeria barocca che gli hanno dato da indossare sera dopo sera.
  3.  L’essere “figli di” aiuta, non prendiamoci in giro. Sarei curiosa di sapere se Leo Gassman avrebbe vinto uguale se non fosse stato il figlio di Alessandro e il nipote dell’immenso Vittorio Gassman. E allora a mio avviso se avesse voluto per davvero mettersi in gioco, avrebbe dovuto gareggiare ed entrare nel mondo della musica con uno pseudonimo. Allora sì che sarebbe stata una vera e bella sfida. Che poi il giovanotto, farà fatica a fare i conti con quel cognome ingombrante, tra un po’, anche se fino ad ora gli è stato così utile. Tutto questo talento non l’ho visto in lui né tantomeno tra gli altri giovani in gara.
  4.  A proposito di talento, questa edizione del Festival  ci ha ricordato che esistono diverse forme di talento, anche se inevitabilmente in una kermesse canora si ricerca il bel canto, il testo che possa far riflettere, il bell’arrangiamento. E non sempre tutto questo sta in un solo pezzo  … o forse sì. Tosca è stata quella che ha racchiuso tutto questo nella sua “ho amato tutto” e non è un caso che sia stata premiata dall’orchestra la sera dei duetti e poi ieri con il premio Giancarlo Bigazzi. Però è talento anche quello di chi si inventa un messaggio e poi usa la musica per veicolarlo. Il caso Achille Lauro ne è testimonianza. Sbaglia chi dice che non ha uno straccio di talento. Probabilmente non riconosceremo il pezzo, non ricorderemo le parole così come è accaduto invece lo scorso anno, ma sicuramente lo ricorderemo come colui che nel terzo millennio ha osato quello che fu dei grandi della musica in passato, da Bowie a Jagger fino a Renato Zero. Trasformismi non a caso, quelli del giovane cantante, che è stato tante cose ma alla fine sempre se stesso, dissacrante, convinto a voler scuotere dal significato troppo scontato di una performance sanremese e dalla distinzione tra generi. Ognuno di noi alla fine prima o poi si mette a nudo, dopo essere stato tante cose, dopo aver finto ruoli improbabili, o dopo aver scoperto che alla fine conta solo quello che si prova e non quello che gli altri vorrebbero da un noi e che spesso non esiste. Ha fatto e continuerà a far parlare di se Achille Lauro che con la sua “me ne frego” ha sancito un sodalizio anche con i malpensanti di turno.
  5. Abbiamo capito che la musica Indi che sta per Indipendente ha molto da dire e da dare. Si pensi ai Pinguini Tattini Nucleari, a Levante, a Sanremo, ma ancora Coez, Calcutta e tanti altri ancora. Un po’ meno da dire hanno forse i rapper italiani, che scandiscono male anche le parole e alla fine devi andare a capire cosa mai vorranno dire; o al contrario sono così maldestramente o convintamente espliciti.
  6. La bellezza da sola può davvero poco, come anche l’essere la moglie di, la fidanzata di. Perché ci vuole talento anche nell’essere belle e il look è solo l’ultimo tassello di una modalità estetica che deve contemplare raffinatezza, garbo e un pizzico di cultura. Le “vallette” o co-conduttrici che dir si voglia sono appartenute a due categorie difficili da mettere insieme; eppure Amadeus c’è riuscito a far convivere la bellezza delle giornaliste con quella delle modelle, mentre ognuno alla fine si è schierato con ciò che più ama di solito. Perché non è vero che la bellezza mette tutti d’accordo.
  7. Non è più il tempo dei super ospiti stranieri, i tempi della Whitney Huston e degli U2. Nell’edizione 2020 hanno fatto un figurone gli italiani. Zucchero, per esempio e poi Ghali e ancora Roberto Benigni che era in gran forma mentre raccontava “candidamente” il “cantico dei cantici”. E Fiorello, showman superlativo, che ha riempito molti spazi della kermesse con l’arte di chi sa fare tutti e tutto bene. Perché alla fine i nuovi divi, fuori dalle sale di incisioni, perdono ogni appeal, sono spesso fuori forma e privi di pathos.
  8. Chi mi ha seguito lo sa, per me questo festival sarà ricordato come quello con il maggior numero di stonature, di note fuori posto e fuori tempo. Dall’ospite fisso Tiziano Ferro a molto dei cantanti in gara, compreso gli ospiti della sera dei duetti. Non ci posso fare nulla, per me il canto deve passare dal controllo vocale che è imprescindibile e poi pian piano come in una soffice millefoglie tutti i particolari prendono posto; l’armonia, l’interpretazione, la capacità di modulare, i vibrati, i respiri e le piccole imperfezioni così care ai cantanti del passato che ne fecero il loro segno distintivo; ecco infatti, piccole imperfezioni, non eclatanti.
  9. Un po’ si è persa di vista la bellezza assoluta delle grandi orchestre, nel tempo dell’autotune e del fai da te, ma poi arriva Sanremo in tv in prima serata Rai e si deve necessariamente fare i conti con la bravura del lavoro di insieme, perché è proprio vero che alcune cose riescono meglio quando c’è sinergia e quest’anno gli eccellenti maestri dell’orchestra hanno salvato molte esibizioni.
  10. Il potere delle masse che inibisce il libero arbitrio. Nessuno ha più il coraggio di dire che vede Sanremo, tutti a denigrare la kermesse canora che esiste da 70 anni, tutti a mostrarsi sofisticati andando (fintamente) controcorrente, atteggiandosi a grande esperto di musica, di costume e di società e poi alla fine tutti lì incollati, mentre mai come quest’anno gli ascolti sono stati altissimi, per uno dei programmi più ricchi di musica, costume e società. Oltre 10 milioni di spettatori ogni sera. E quest’anno lo ricorderemo perché tra problemi politici, sanitari e mondiali, hanno tutti smesso di parlare di questo o quello per 5 lunghi giorni e dentro e fuori i social si è parlato solo di Sanremo.
    Perché Sanremo è Sanremo pararà

Simona Stammelluti 

Vince il festival di Sanremo 2020 Diodato con “fai rumore”

Secondo Gabbani con “viceversa”

Terzi i Pinguini Tattici Nucleari con “Ringo Starr”

Premio  della critica “Mia Martini” va a Diodato  con “Fai rumore”

Premio “Lucio Dalla” sezione campioni va ancora a Diodato 

Premio Sergio Bardotti a Rancore con “Eden” 

Premio Giancarlo Bigazzi dei maestri dell’orchestra a Tosca con “ho amato tutto” 

Premio TIM Music a Francesco Gabbani con “viceversa” 

Che fatica è stato arrivare in fondo tra le solite critiche, le nottate, i colpi di scena, le stonature, i look, i significati nascosti, gli evergreen e il nuovo che avanza.

Fiorello superstar, che chiude cantando “amore baciami” di Bongusto.
Le donne se la sono cavata, chi più chi meno.
Plauso ad Amadeus che si consacra ottimo presentatore della Kermesse.

Inchino alla fantastica orchestra della Rai.

A domani, con tutto quello che non ho detto in questi giorni sul Festival di Sanremo

 

Simona Stammelluti

Ricorderemo questa 70esima edizione del Festival della Canzone Italiana come una esperienza quasi mistica, per eroici. Amadeus e “compagnia cantante” trascinano gli spettatori più coraggiosi fin dentro la notte, quando per sfinimento, quasi ti va bene tutto.
E così quando sono le due del mattino ti desti dal torpore del sonno che vorrebbe prendere il sopravvento, mentre Morgan – che a quanto pare ha deciso di punire Bugo cambiando le parole della canzone – si accorge che il suo compagno di palco non entra in scena, costringendo l’organizzazione a squalificarli dalla gara. 

Cose da Morgan, verrebbe da dire, ma invece diciamo che la canzone non era manco un granché, che Bugo se ne farà una ragione ed io al posto suo non tornerei sul palco manco se la direzione decidesse di ospitarmi, da solo e fuori gara. Chissà cosa deciderà Amadeus.

Una serata lunga, dicevamo, lunghissima nella quale si decreta il vincitore tra i giovani che quest’anno è Leo Gassman figlio del noto attore, con il brano “Vai bene così“. Le polemiche sono dietro l’angolo perché è facile pensare che qualcuno si sia lasciato influenzare dal cognome. Io penso che le canzoni in gara fossero quest’anno debolucce e che di talenti manco l’ombra, per cui davvero uno sarebbe valso l’altro. Tecla però vince il “premio Lucio Dalla” dalla sala stampa per il suo pezzo “8 marzo“.

Il premio della critica Mia Martini per le nuove proposte, assegnato dai giornalisti della sala stampa dell’Ariston, va agli Eugenio in Via Di Gioia.

Le canzoni dei 24 big, tutti concentrati nella 4a serata del Festival di Sanremo, scorrono lente e mentre ci si abitua a qualche ritornello e ci si ricrede (ma solo un po’) su alcuni degli artisti in gara, capita di assistere a momenti commoventi come il saluto a  Vincenzo Mollica, memoria storica del Festival che lascia per sempre Sanremo, o un Fiorello in gran forma che canta swing Quando Quando, con un Tony Renis che diventa direttore d’orchestra; Fiorello dimostra di essere un eccellente show-man ma ancor più di essere in grado di cantare meglio della metà degli artisti in gara.

Le “vallette” sono Antonella Clerici e la fidanzata di Valentino Rossi, Francesca Sofia Novello; Quella di “un passo indietro” per intenderci.

Tra gli ospiti la Nannini che canta con Coez, ma il risultato non è entusiasmante.
E poi ancora Dua Lipa la superstar di origine albanese, che fa milioni di visualizzazioni su youtube. Bella presenza scenica, canta e balla “Don’t start now” e tutto scorre come da programma.

Bravo Ghali, ospite anch’egli, che dopo l’ingresso scenografico di una finta caduta per le scale, regala all’Ariston un medley ben eseguito.

Alla fine delle lunga serata seguita da quasi dieci milioni di telespettatori, la Sala Stampa porta in vetta Diodato, seguito da Gabbani, Pinguini Tattici nucleari.

Ah dimenticavo Tiziano Ferro, che in queste ore impegnato è stato impegnato a ricucire i rapporti con Fiorello con il quale ieri sera si è scambiato un bacino. Cosa non si fa per campà.

Stasera l’ultima serata.
Ce la possiamo fare.

Simona Stammelluti 

 

 

Una maratona di oltre 5 ore che termina alle 2 del mattino, per assistere a 24 duetti di big che si sono cimentati con le canzoni delle ultime 69 edizioni del festival della canzone italiana. Protagonista assoluta l’orchestra che non solo ha eseguito 24 arrangiamenti nuovi, ma ha avuto il compito di votare le performance, il pezzo meglio eseguito, l’originalità ed il carisma. Non è stato un caso che a vincere sia stata lei, Tosca, la migliore non solo nella kermesse sanremese ma anche in tutto il panorama italiano contemporaneo.
Vince lei, per i maestri dell’orchesta, con il brano che fu di Lucio Dalla “Piazza grande” riarrangiato da Joe Barbieri con il quale la talentuosa artista romana ha stretto da tempo un fortunato sodalizio; lo storico pezzo eseguito in duetto con la cantante spagnola Silvia Perez Cruz, figlia d’arte, polistrumentista e capace di vedere nelle canzoni vere storie da raccontare.
Tosca è carisma, talento, personalità canora; è passione, intonazione, interpretazione; Tosca è arte allo stato puro ed è un dono per la musica, ed anche per Sanremo. Variazioni sul tema per le due cantanti che rivisitano il pezzo di Dalla mentre le due voci si accostano, si fondono, incantano, entusiasmano, anche quando la musica si ferma, prima del finale.
Con loro sul palco anche la talentuosa violoncellista Giovanna Famulari, che da anni lavora con Tosca e Ron. 
Sul podio anche Piero Pelù secondo con “Cuore Matto” e terzi i Pingiuni Tattici Nucleari con “settanta volte” e che con la loro performance convincono (anche l’orchestra) e poi svoltano a medley e citano Achille Lauro e la sua “rolls Roy’s”.
Degli altri artisti poco si può dire se non che sembravano tutti “sotto tono”, fuori forma, imprecisi, con duetti a volte improbabili.
Buona la performance sofisticata di Gualazzi che canta “e se domani” con Simona Molinari. E poi ancora Achille Lauro che si piazza 16esimo, omaggia con il suo look da Ziggy Stardust uno dei tanti alter ego di David Bowie, con quel trucco che all’epoca era glam rock; si accompagna sul palco dell’Ariston con Annalisa, una delle voci più belle uscite dal Talent della De Filippi mentre interpretano “Gli uomini non cambiano” che fu di Mia Martini scritta da Bigazzi e Falagiani. Sceglie Mia Martini anche Giordana Angi che canta “la nevicata del 56” ma non convince l’orchestra è finisce al 18 posto in classifica malgrado la performance sia stata buona e con lei sul palco c’erano anche i talentuosi Solis String Quartet.
Anastasio 4º in classifica dopo il voto dell’orchestra sceglie la PFM per esibirsi, un pezzo di storia insomma e il pezzo è “spalle al muro” di Mariella Nava.
Aleggia l’anima di Enzo Jannacci all’Ariston nella sua “se me lo dicevi prima” eseguita da suo figlio Paolo che tanto lo ricorda in movenze e voce e che si assesta al 7º posto.
Tra le peggiori performance quella di Alberto Urso 20esimo che paga lo scotto di fare il duetto con una Ornella Vanoni che non ce la fa più e che dovrebbe ritirarsi dalle scene; stonata e fuori tempo, trascina nel baratro anche il giovane tenore.
Fuori forma o troppo audace Arisa, scelta da Marco Masini per il duetto di “vacanze romane”. Strozzata nelle note alte, stentiamo a riconoscere colei che vinse Sanremo cantando in maniera impeccabile e deliziosa “controvento” nel non lontano 2014.
La serata è orfana di Fiorello, ma scorre ugualmente tra coreografie del corpo di ballo, un Tiziano Ferro che canta decisamente meglio delle altre sere un suo bel brano “dentro a questo inverno”. Tra i super ospiti Mika bravissimo, che racconta come l’Italia più la conosci meno la capisci, e come le canzoni di De Andrè gli hanno fatto capire tante cose dell’Italia “Ha scritto una canzone che dice la stessa cose che penso io. C’è amore nel mondo ma non basta per tutti e allora dobbiamo passarcelo e perdonare quando se ne va” – dice ancora Mika che poi esegue “Amore che vieni amore che vai” in un arrangiamento stupendo.
Ospite della terza puntata del festival di Sanremo anche Roberto Benigni in gran forma, che decanta il “cantico dei cantici” e che a suo dire è un testo erotico santissimo. La sacra scrittura – dice – ama l’amore e le gioie del sesso. È il libro del desiderio che però è diverso dal bisogno. Perché l’amore non è possesso ma continua conquista. Il desidero non si placa mai. È la coppia protagonista, lei e lui che si amano, in ogni luogo e in ogni epoca – continua Benigni – Il cantico rappresenta tutte le copie che si amano. Ogni persona umana che ama. Il cantico è il luogo dove si compie l’amore. Chi l’ha scritto – conclude Benigni – è orafo della parola e ha lavorato per l’eternità. Ha creato un diadema pronto ad essere indossato e dopo 2400 anni si posa sui nostro cuori”. 
Ospite canoro Lewis Capaldi il cantautore britannico famoso per il suo singolo “Someone You Loved” che nel marzo 2019 ha conquistato la classifica dei singoli nel Regno Unito, ma la performance ieri sera a Sanremo è stata deludente; sembra che questi grandi artisti, fuori dalle sale di incisione, perdano ogni magia canora.
Ad affiancare Amadeus la modella argentina Georgina Rodriguez compagna di Ronaldo che non azzecca una parola in italiano (studiare quelle 4 battute no?) e che si lancia in un tango con tutta prorompenza ma senza la leggiadria che su quel palco fu di Belen.
Al fianco del presentatore anche la conduttrice televisiva albanese Alketa Vejsiu biondissima, impeccabile nel suo abito Dolce&Gabbana, che sfoggia un italiano impeccabile e che a notte fonda prima della classifica finale,  regala un monologo in cui ricorda il sogno italiano per loro che dall’Albania raggiungevano il bel paese dall’altra parte dell’Adriatico; racconta di quell’Italia in cui la musica è stata sempre un faro per il resto del continente.
Simona Stammelluti 

Voglio fare l’influencer“. E’ questo il nuovo trend.

Influencerè una delle parole più pericolose del nostro tempo.
Influenzare le masse sul nulla, omologare, rendere gregge e soprattutto privare di giudizio critico. 
I giovani non sono più in grado di costruire un pensiero di senso compiuto, non hanno un’opinione, non sanno cosa significhi astenersi, avere un proprio gusto e magari una personalissima passione.

La passione comune delle teenagers del terzo millennio è Giulia De Lellis. Confesso che son dovuta andare a googlare quel nome perché per me era – e resta – un’emerita sconosciuta. Come molte prima di lei, è divenuta famosa (a mio modesto avviso destinata ad essere dimenticata anch’essa tra qualche tempo) come molte prima di lei, grazie a mamma Maria (De Filippi) e alla trasmissione (con zero contenuti) “Uomini e donne”. Sì, perché ormai si aspira a divenire famosi, ma non per un proprio talento artistico, ma perché ci si siede sul trono di velluto rosso degli studi Mediaset, mostrando il nulla e esprimendosi con frasi come: “Le corna stanno bene su tutto. Ma io stavo meglio senza!

E’ questo il titolo del libro che la famosa influencer ha scritto (?) sembrerebbe a 4 mani con una certa Stella Pupo (come se servissero 4 mani per scrivere un manuale trash sulle corna)  e che ha venduto in pochi giorni – udite udite – 53.674 copie, copia più copia meno. Cosa ci sarà scritto in realtà in queste pagine, oltre al titolo, non saprei e (non saprò) dirvi. Quello che so è che davanti alla Mondadori a Roma (Mondadori è anche la casa editrice di questo libro, si intende) c’erano più di 500 persone che osannavano letteralmente la De Lellis come se fosse l’imperatrice di Spagna.

Le frasi urlate alla “scrittrice” sono state: “Sei bellissima!“, “Tu per me sei tutto!” ma soprattutto “il libro è stupendo!” – detto da chi ancora non lo aveva ancora neanche tra le mani.

Non ridete, ve ne prego, questa è realtà.

Sembrerebbe che qualcuno abbia anche ringraziato la De Lellis per aver avvicinato la “gente” alla lettura. Ah già … dalla regia mi dicono che non è un qualcuno qualsiasi quello che ha esternato questa riflessione, bensì Stefano Peccatori, dg Mondadori Electa, che si è detto fiero del successo del libro di Giulia: “E’ un prodotto che ha avvicinato anche tanti non lettori al nostro mondo. Un viaggio nelle emozioni di una giovane donna“.

Qui ci sta un “No comment”, amici miei. Perché sennò in pieno stile Stammelluti dovrei dire “non ho più parole, solo parolacce”.

I rivali della De Lellis dunque sono più d’uno ad oggi.
Gli scrittori Fabio Volo, Gramellini per esempio (non ridete, tanto è) e poi Francesco Totti, con il quale ci sarebbe un testa a testa di followers e poi la regina delle influencer, quella che ha insegnato alle adepte come si farebbe quel fruttuoso mestiere, la divina Chiara Ferragni, reduce da un docu-film anch’esso degno dei nostri giorni.

Lo so che avete voglia di sorridere in questi tempi così difficili, socialmente parlando, e allora prima dell’ultima riflessione che so per certo apprezzerete perché chi legge un quotidiano non è mai privo di giudizio critico, vi dico – per farvi abbozzare l’ultimo sorriso – che la dichiarazione  della novella scrittrice è stata: ” Staccherò dal social, possa stare senza Instagram anche per un mese. Io stacco quando voglio“. Anche noi cara De Lellis facciamo quel che vogliamo, eh, sia chiaro e saremo in tanti a non leggere il suo manuale sulle corna e affini.

Sa, il problema non è il suo libro in sé, che potremmo utilizzare nelle modalità più disparate, ma il fatto che le adolescenti la considerino un’idolo. Alla nostra età – sì certo parlo da quasi cinquantenne – noi come idoli avevamo Primo Levi, Italo Calvino, Umberto Eco, leggevamo i classici, leggevamo anche Pinocchio; ma lei lo sa che gran capolavoro è, Pinocchio?

Ma la colpa non è sua, cara De Lellis, è del circuito che ormai sta triturando la cultura facendone coriandoli che si bagnano alla prima pioggia e diventano poltiglia informe e sgradevole. Perché il suo libro è solo uno degli ingranaggi di un sistema che da qualche parte si sarà impigliato e che dovremmo correre a riparare.

Sabato sera ho scoperto che esiste un programma Tv (figli di Maria)  chiamato “Amici celebrities” (che già sul sostantivo avrei da ridire considerato che per me le celebrità sono attori da Oscar, geniali registi, fotografi talentuosi, cantautori sopraffini e raffinati che con la loro arte sono diventati celebri ossia “degni di essere conosciuti, riconosciuti e ricordati e amati”) ma a parte questo, sono contenta di sapere che, malgrado il tentativo, non è riuscito a battere la CULTURA del programma Rai di Alberto Angela, “Ulisse”, che parlava di Leonardo Da Vinci.

Lei sa chi è Leonando Da Vinci, De Lellis? Magari un giorno se ci sidovesse incontrare io e lei, potremmo parlare di questo e tanto altro … ah no, forse tanto altro non sarà possibile ma potremo sempre farci un selfie, tanto uno più uno meno, penso che non le faccia differenza. Insomma sabato sera la Cultura ha battuto la fetenzìa 1 a 0.

Dunque, possiamo ancora sperare.

Non so se va proprio tutto bene, ma ho imparato negli anni, che “lasciar correre” non è mai una soluzione e che molte soluzioni si trovano nei libri … quelli veri.

 

Simona Stammelluti 

 

Parte discretamente la prima puntata del Festival di Sanremo, con quel “69” che svetta sulla grafica.  Finita l’epoca delle vallette straniere belle e impedite nella lingua, Claudio Baglioni ancora una volta direttore artistico della Kermesse, quest’anno, co-conduce con Claudio Bisio e con Virginia Raffaele che non convince in quella veste, e che rende sicuramente di più nelle performance comiche che le si addicono alla perfezione.

La prima serata vede sfilare i Big, (tanti, forse troppi) tra i quali quest’anno ci sono tanti nomi semisconosciuti, figli dei talent, ma che nulla hanno a che vedere con la figura dei “giganti” che ci si aspetta al Festival della Canzone Italiana. Nek, Renga, la Bertè, con una canzone scritta da Gaetano Curreri, il cui testo delude, Paola Turci, Patty Pravo, Nino D’Angelo tra i nomi conosciuti. E poi ancora la Tatangelo,  Arisa, con un pezzo fuori dal suo stile che non convince, Il Volo,  che sembrano antichi, pur essendo giovanissimi, Simone Cristicchi, con un ottimo pezzo ” Abbi cura di me” con un testo degno di nota scritto a 4 mani con lo scrittore Nicola Brunialti, un inno alla cura e al potere di un abbraccio, e poi Daniele Silvestri che con il pezzo “Argentovivo”, vera e propria denuncia del disagio giovanile.

Tra gli ospiti i due Bocelli, Andrea e Matteo, padre e figlio insieme sul palco dell’Ariston, Giorgia, che canta canzoni non sue, si fa accompagnare poi da Baglioni al pianoforte, ma riesce a sbagliare sulle cose facili, e forse dovrebbe allentare con tutti quei vocalizzi ed evoluzioni inutili.

Gli intermezzi sono noiosi. Bisio si intrattiene sui testi di Baglioni. Sfruttata male la presenza di Pierfrancesco Favino, che con la Raffaele mette in piedi una parodia sui Musical, ma che nessuno ricorderà. Mi è sembrata inutile anche la presenza di Claudio Santamaria a cui ieri sera stava male anche la giacca dello smoking. I  “Claudio” così salgono a a 3, per un omaggio insieme alla Raffaele al Quartetto Cetra, che fu sempre emblema di bravura, ironia ed eleganza. Nella vecchia fattoria, Baciami Piccina, Donna, Musetto, Vecchia America. Brava la Raffaele ed anche Baglioni, nel medley. Ricordano Tata Giacobetti. In platea sua figlia e la moglie Valeria Fabrizi.

Federica Carta, Ex Otago, Achille Lauro, Boomdabash, Zen Circus, Enrico Nigiotti, gli altri nomi in gara, Motta,Ghemon, Einar, Ultimo, Irama. Nulla di particolarmente rilevante. Proveremo a capire se nelle successive puntate, qualcosa possa restare nell’attenzione di pubblico e critica.

Gli outfit lasciano a desiderare. Su tutti l’abito fucsia fosforescente della Pravo, che portava a spasso anche una improbabile pettinatura, dissonante con la sua età e con ciò che fu.

Impeccabile come sempre la fantastica orchestra della Rai, chiamata a suonare dal vivo tutti i brani, sera dopo sera, che resta il pilastro della kermesse. Ottimi anche alcuni direttori d’orchestra.

Alla prima serata un voto che non va oltre il 7, ma soprattutto perché lasciano molto a desiderare i testi. E se gli arrangiamenti magari arrivano ad un ascolto successivo, quando si esce dalle mura dell’Ariston, i testi si avverte subito essere di poco spessore, spesso senza troppe parole nuove, e quelle usate, il più delle volte sono usate male. Fatta eccezione – a mio avviso – per i testi delle canzoni di Cristicchi e Silvestri.

Anche quest’anno c’è il televoto e si sa, il popolo italiano vota “a senso” o “a fiducia”. Spietati restiamo noi addetti ai lavori che passiamo al setaccio proprio tutto quello che viene mostrato e che da sempre, è meno bello di come può apparire.

Ma siamo solo alle prime battute.

Simona Stammelluti

 

 

 

Puntuale come ogni festività che si rispetti, è arrivato Sanremo e come tutti gli anni ha portato con se le polemiche che alla fine, sono solo della prima serata; poi tutto sembra viaggiare su binari che si riscaldano e portano in circolo la musica che – piaccia o no – accompagna per un bel po’ di tempo, riempie le radio, e quando è possibile diventa il tormentone dell’estate.
È inutile dire che non è più il Festival di Luigi Tenco, di Claudio Villa, di Bindi e di Lauzi, come non é più quel Sanremo che aveva il ritmo e la leggiadria di chi quel palco sapeva come calcarlo, di chi di mestiere faceva il presentatore e che ha per molto tempo sostenuto il binomio “Sanremo-Pippo Baudo”.
Perché lui, con a fianco mannequin o soubrette, ha sempre saputo come portare avanti per sere e sere uno degli spettacoli più antichi della televisione italiana ed anche tra i più conosciuti fuori dai confini. Canzoni, ospiti stranieri, qualche gag e poi la musica protagonista.
Che però piaccia o meno, ieri sera la prima puntata del festival ha tenuto incollati oltre 11 milioni di telespettatori, che nell’era del digitale ha poi utilizzato i social network per dire la propria con il famoso hashtag.

Nel tempo le cose sono cambiate e alla conduzione oggi c’è un Claudio Baglioni rimesso a nuovo per l’occasione, impacciato e “fuori tempo”, che sembrava più in crisi per il papillon che non stava al suo posto, che per l’impaccio che ha mostrato. La Hunziker, che qualcuno pensa adatta a tutto, è sembrata forzata nelle battute, oltre che stonata ed improponibile come cantante. La triade alla conduzione si chiude con Pierfrancesco Favino, che impeccabile nel suo smoking e da bravo attore che piace a tutti, ha provato a fare del suo meglio, ma forse ci vuole ancora un po’ per padroneggiare sul famoso palco dell’Ariston che per quanto facile, resta una istituzione con tutto quello che si consuma su di esso.

La gaffe della Hunziker che sottolinea come “i pezzi a Sanremo siano tutti inediti”, non passa inosservato tanto quando i suoi begli abiti.
Per riempire un tempo morto le scappa anche un “ti amo, amore” diretto al marito in platea (ma a noi poco importa).

Sul palco, imprevista anche l’irruzione di un disturbatore ma a quello, gli spettatori di Sanremo sono abituati, considerato che ai tempi di Baudo, anche quel momento faceva audience.

Mattatore della serata Fiorello, show man a tutto tondo, versatile e simpatico come sempre, ironico al punto giusto, oltre che capace di ridare un ritmo alla trasmissione che alla fine è fatta di tante cose oltre alla musica, come ogni show che si rispetti.
La musica a Sanremo ha un grande privilegio, quello di essere suonata dai grandi maestri dell’Orchestra, che probabilmente non riceveranno in compenso cifre astronomiche come quelle di presentatori ed ospiti vari, ma sono l’emblema di come l’arte sia un dato oggettivo e al contempo appagante.
Ottima orchestra – sempre protagonista – ed anche ottimi direttori, come Antonio Fresa che quest’anno ha diretto l’orchestra sul pezzo cantato dalla Vanoni insieme a Bungaro e Pacifico, entrambi autori del pezzo “imparare ad amarsi”.
Molti cantautori sul palco di Sanremo quest’anno; Gazzè (discreto), Ron con “almeno pensami”, un pezzo delicato e appagante scritto da Lucio Dalla, e poi ancora Barbarossa, Avitabile con Servillo.
Mi è sembrato già tutto sentito nel pezzo di Elio e le Storie Tese, non mi sembra riuscito il duetto Meta-Moro e boccio Noemi e la Zilli che a parte il look improponibile, abbandona il suo stile, il suo sound e si dà alla canzone melodica che le toglie ogni caratteristica costruita nel tempo.
Le canzoni – tranne qualche raro caso – come sempre meritano un ascolto più approfondito, ed abbiamo ancora diverse serate per allenare l’orecchio e farci un’idea sui probabili vincitori.
Non mi sembra particolarmente azzeccata la giuria di qualità che influenzerà il verdetto finale, ma ormai ci hanno abituati ad accontentarci, e allora lasceremo che Scanzi, Allevi e Muccino dicano la loro.
Mi stringo nelle spalle e penso che forse a questo giro farà meglio il televoto.

Simona Stammelluti