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Un omaggio a Samuel Beckett,  il nuovo lavoro teatrale del regista calabrese Max Mazzotta, che porta in scena al Piccolo Teatro Unical fino al 21 marzo, 14 ragazzi tra i 20 e i 30 anni, allievi di un laboratorio imperniato sullo studio delle opere del famoso drammaturgo.

Ieri sera la prima, che ha convinto.

La credibilità della piéce, l’ottima dizione dei ragazzi e la spiccata bravura di alcuni di essi, sono stati alcuni dei dettagli che hanno decretato il successo della messa in scena.
Sì, perché il lavoro che Mazzotta realizza con i ragazzi non è certo a caso. La scelta azzeccata delle musiche, le coreografie, il gioco di luci e le attribuzioni delle parti, si fondono alla riscrittura delle tre più famose opere di Beckett: Aspettando Godot, Finale di Partita e Giorni Felici.

La regia di Mazzotta è al contempo sapiente e prorompente, conserva intatto il senso del teatro di Beckett, l’immobilità, l’incapacità di cambiamento, e il ripetersi di azioni sempre uguali che vengono anestetizzate da quel far finta che tutto vada bene; ma tutto questo il regista lo fa dando estremo movimento alla performance. Un movimento intonato ai cambi di scena, e a quelle parti attribuire in maniera doppia ai ragazzi del laboratorio. Ci sono due coppie di Vladimiro ed Estragone, (Didi e Gogo) nel loro “Aspettando Godot”, ci sono due Winnie nel loro “Giorni Felici”.


Molto brave le donne, in scena, anche nei ruoli maschili, come colei che interpreta Hamm, il vecchio di “Finale di Partita”, che entusiasma il pubblico. Calarsi nei ruoli dei personaggi di Beckett non è cosa semplice e i ragazzi hanno fatto un bel lavoro, possibile grazie alla sapiente e capace guida di Max Mazzotta, che ha imbastito le tre opere affinché non si smarrisse mai l’essenziale, mentre la messa in scena è estremamente viva. Viva e pulsante nella credibilità degli attori e nella forma dell’originalità. Nella serietà dei temi di Beckett, che mai vengono snaturalizzati,  si adagiano atteggiamenti e personalizzazioni che fanno sorridere, a volte.

Bene anche la rivisitazione di Winnie, che nell’opera originale è bionda ed immobile dentro un cumulo di sabbia, in scena è bruna e vestita di rosso. Anzi sono due brune, vestite di rosso, perfettamente calate – a turno – nel dramma della conversazione, durante la quale si finge, fino a mostrare la miseria dell’esistenza.

Un dinamismo scenico efficace, che sfida la lentezza e la staticità del teatro di Beckett ma che lo valorizza attraverso l’intensità dello studio dei ruoli, ma mai nell’ostentazione di essi.

Max Mazzotta non si smentisce mai. Il suo sguardo originale verso il teatro d’autore è sempre convincente e consegna – come nell’omaggio al famoso drammaturgo –  una chiave di lettura moderna (si pensi alle musiche utilizzate o alle coreografie) di quei temi come la solitudine, l’angoscia e la impossibilità di comunicazione, alla base del teatro dell’assurdo di Beckett. Una comunicazione efficace e convincente, quella dei ragazzi del laboratorio che, se andrete a vedere a teatro in questi giorni, vi consegneranno la consapevolezza di come il teatro, sa reggere bene quel filo sottile tra realtà e finzione, mentre si scoprono nuove dinamiche e nessun compromesso.

 

Simona Stammelluti 

In scena gli allievi del Laboratorio con uno studio sulle opere del famoso drammaturgo

Ancora un debutto per la compagnia  Libero Teatro, in scena con uno studio sulle opere di Samuel Beckett dal 19 al 21 marzo alle ore 20,30 al Piccolo Teatro Unical.

Beckett è infatti il titolo del nuovo lavoro diretto da Max Mazzotta, un omaggio all’autore nel trentennale della sua morte, che vedrà sul palco gli allievi del laboratorio di ricerca teatrale tenuto dal regista cosentino in questi mesi al Ptu in collaborazione con il Cams dell’Università della Calabria e incentrato su tre delle più importanti opere del famoso drammaturgo, “Aspettando Godot”, “Finale di Partita” e “Giorni Felici”. Nelle vesti dei personaggi dei testi beckettiani Antonio Belmonte, Camilla Sorrentino, Caterina Anastasio, Cesare Vitaliano, Claudia Rizzuti, Emanuel Bianco, Francesca Pecora, Helena Pedone, Ilaria Nocito, Ivonne Garo, Maria Canino, Maria Grazia Pantusa, Michele Condò, Valentina Bonavita.

L’esito di questo laboratorio vuole essere un omaggio al genio di Beckett nel trentennale della sua morte e dare al pubblico non soltanto uno spettacolo, ma fargli vivere l’esperienza esistenziale del suo teatro attraverso i paradossi e le grandi verità nascoste tra le righe dei suoi indimenticabili versi e dei suoi impossibili personaggi. Un’occasione importante per farlo conoscere alle nuove generazioni e allo stesso tempo un modo per tutti noi di ritornare a studiare e re-immergerci nella potenza dei suoi testi. Il laboratorio è scuola e ricerca, è indagine e sperimentazione. L’esito è l’opportunità di rivivere in scena i luoghi metafisici, i sottotesti e i silenzi che danno vita e cuore ai suoi personaggi. Quattordici ragazzi e ragazze tra i venti e i trent’anni si cimentano in un lavoro drammaturgico e teatrale legato alla sua poetica. I giovani aspiranti attori giocano con gli “spartiti” di alcune opere, interpretandone “l’andamento esistenziale”; ognuno di loro è personaggio, ma allo stesso tempo luogo, musica, luce, sabbia, albero, bidoni” – dichiara lo stesso Mazzotta.

Parte del ricavato delle tre repliche della messinscena sarà, inoltre, devoluto in favore dei progetti dell’associazione “Susan G. Komen Italia” per la lotta ai tumori del seno. La stessa associazione farà tappa a Cosenza il prossimo 28 marzo con la Carovana della Prevenzione, un servizio gratuito rivolto soprattutto a donne che vivono in condizioni di disagio sociale ed economico.

 

 

Che Andrea Puglisi, sia un giovane e bravo attore siciliano, lo si capisce subito. Lo si capisce da come entra in scena, da come respira, da come resta concentrato anche quando va via la voce al suo microfono. Lo si capisce da come passa dal siciliano all’italiano, e poi ancora ad altri dialetti restando credibile. Ecco, la credibilità di un attore è la porta che separa i dilettanti dai professionisti e Andrea Puglisi può tranquillamente essere contemplato in quella categoria di chi sa che si parlerà ancora a lungo di sé, mentre si continua a studiare, mentre si percorre la strada dell’arte, ci si fortifica,  e si prende sempre più consapevolezza delle proprie potenzialità.

Ma Andrea Puglisi è credibile soprattutto nella storia che porta in scena, praticamente da solo, vestito da marinaio e da uomo che la guerra l’ha vissuta, subita e poi raccontata. Una guerra fatta di vita e di vite, di ricordi, di dolori e di speranze.

E’ la storia di Paulinuzzu Millarti, un giovane che viene chiamato alle armi a 21 anni e che farà ritorno a casa dopo 6 anni di incubi, dopo aver rischiato più volte di morire ma che non soccombe mai all’atrocità di quella guerra che ti toglie tutto, a volte anche la dignità.

La personalità di Puglisi in scena è prorompente. Il testo è dinamico, mira a raccontare non ad intristire. Ben diretto da Benedetta Nicoletti, l’attore veste più ruoli, tutti nei suoi panni, perché non ha bisogno di cambiarsi d’abito Andrea Puglisi per raccogliere su di sé le intenzioni e i sentimenti dei personaggi che sono serviti per raccontare la storia di un giovane che nasce a Portopalo in Sicilia, da una famiglia umile, che lascia tutto e tutti per andare in guerra, che si relaziona con una realtà più grande di lui, che prova ad affezionarsi a qualcuno senza però averne il giusto tempo e che fa ritorno a casa con gli occhi pieni di morte, di dolore, ma anche di amore per quella vita conservata.

La scenografia è minima ma efficace. Sacchi di iuta che fanno da fronte, un tavolo che diventa mille cose, una radio d’epoca che diffonde la voce del duce. Ed a muoversi in quella scenografia Paolo Montalto, Paolino per gli amici, Pauluzzi Millarti per tutti, un ragazzo che sapeva fare tutto, che poi diventa anziano e che nella vita vera incontra un giovane attore al quale racconta la sua storia che poi diventa una piéce teatrale, capace di fare la cornice ad una storia come mille altre, ma che riceve in dono un Andrea Puglisi che la riscrive e la porta in scena, a modo suo … e quel suo modo è appagante.

La suggestione durante la rappresentazione è data dagli effetti sonori che riproducono le scene di guerra, ma anche l’intensità della voce di Andrea Puglisi, che avrebbe convinto, anche se avesse recitato completamente al buio.

In scena ieri sera sul palco del PTU dell’Unical di Rende, per la rassegna “Teatro sotto il banco” insieme ad Andrea Puglisi, in una piccola parte anche Simone Zampaglione.

 

Simona Stammelluti

IL NUOVO LABORATORIO DI MAX MAZZOTTA, CON UN OMAGGIO A BECKETT

Partirà ad ottobre il nuovo laboratorio organizzato da Libero Teatro in collaborazione con Cams Centro Arti Musica e Spettacolo Unical e diretto dall’attore e regista Max Mazzotta sulle opere teatrali di Samuel Beckett. Il corso per attori, che si terrà al Piccolo Teatro dell’Unical fino al mese di marzo, è rivolto a studenti universitari, giovani artisti ed interpreti, e terminerà con l’allestimento e la messinscena di uno spettacolo teatrale.

“A trent’anni dalla scomparsa di Samuel Beckett, Libero Teatro vuole rendergli omaggio con un laboratorio teatrale incentrato sulle sue opere drammaturgiche con il desiderio e l’ambizione di farle conoscere ai più giovani, per tentare di riscoprirne il senso poetico, ricercando, con gli strumenti contemporanei, nuove forme musicali capaci di far vibrare ancora una volta le sue note poetiche e universali” –  spiega Mazzotta. 

“Beckett è senza dubbio uno degli autori più complessi e completi del teatro e della letteratura moderna – continua il regista – Con la sua opera ha influenzato tutta la drammaturgia teatrale venuta dopo di lui. Maestro e genio assoluto, ha saputo fare del linguaggio scritto un vero e proprio spartito interiore, una musica che si nutre di parole pesanti come macigni, intrise di una poesia talmente elevata che tocca le corde dell’anima segnando per sempre le viscere della nostra coscienza”. 

Il laboratorio è incentrato su lezioni teoriche e pratiche di improvvisazione, studio dei testi teatrali, recitazione e interpretazione dei personaggi beckettiani, canto, training fisico e vocale, elementi di danza e coreografia a cura anche di professionisti del settore che affiancheranno il regista durante il percorso formativo. Per l’esito finale è previsto inoltre l’utilizzo di materiali video e multimediali.

Lo studio sulle poetiche teatrali e sulla storia del teatro invece si avvarrà della collaborazione di docenti del Dams Unical.

In particolare il laboratorio è diviso in due fasi: una prima fase da ottobre a dicembre 2018 con tre incontri a settimana ed una seconda fase da gennaio a marzo 2019 con quattro-sei incontri a settimana. È aperto ad un massimo di quindici aspiranti attori (studenti e non) e tre stagisti/tirocinanti Unical. Nella selezione degli stagisti saranno privilegiati tesisti e studenti con esigenze didattiche direttamente correlate all’argomento trattato.

A fine corso sarà rilasciato a chi ne farà richiesta un attestato di partecipazione e gli studenti Unical iscritti al Dams potranno richiedere i crediti formativi (Cfu) o partecipare come tirocinanti. I giorni, gli orari e i costi del laboratorio saranno comunicati durante il primo incontro conoscitivo che si svolgerà lunedì 15 ottobre 2018 alle ore 18 al Piccolo Teatro Unical.

Per partecipare al laboratorio bisogna candidarsi inviando una breve lettera motivazionale all’indirizzo della compagnia info@liberoteatro.org con oggetto “candidatura al laboratorio teatrale 2018/2019” aggiungendo alla mail i propri dati anagrafici e di residenza e se studenti Unical anche l’anno e il corso di laurea, entro e non oltre lunedì 8 ottobre 2018. I candidati riceveranno una mail di conferma e convocazione al primo incontro (15 ottobre). Dopo il primo incontro collettivo seguiranno dei colloqui individuali di valutazione con il regista e curatore Max Mazzotta.

C’è una magia nel teatro di Max Mazzotta, e coincide da sempre con quella sua capacità di servirsi delle tavole del palcoscenico per raccontare alcune realtà che spesso fanno riflettere, che sono crude nella loro essenza, ma senza “azzardare” la serietà che quella realtà reca in se. Sa raccontare episodi di vita, personaggi, storie e sogni, con quella leggera comicità che però mai snaturalizza il senso della sua scrittura.

La magia del teatro di Max Mazzotta si è consumata al Piccolo Teatro Unical in 3 giorni di sold out, portando in scena “Commedia all’Italiana“, uno spettacolo che sorprende già dai primi minuti, considerato che il regista sceglie di portare il mondo del cinema su quel palcoscenico a lui tanto caro. E’ un gioco teatrale che pone lo spettatore nella condizione di vivere una doppia esperienza, che va dal recitato in presa diretta che non può essere modificato e dunque deve “convincere qui ed ora”, al mondo frenetico e spesso pieno di problematiche e di insidie quale è il cinema.

Commedia all’Italiana racconta la storia di Tommy (Max Mazzotta) un regista squattrinato e con pochi mezzi, che con l’aiuto-regista Gigi (Francesco Rizzo) e il direttore della fotografia René (Matteo Lombardo) decidono di realizzare un film dal titolo “Il riscatto”; un film che riusciranno a girare tra mille peripezie, senza un centesimo, ma con tanti sogni. lo stesso sogno che accompagnava il cinema felliniano, ma nella purezza di un teatro povero eppur significativo. Saranno Tommy, Gigi e René a barcamenarsi come meglio possono, improvvisandosi in tutti i ruoli possibili; e così saranno a turno macchinisti, cameramen, addetti al trucco e parrucco, man mano che verranno meno i veri professionisti che senza soldi rinunceranno a lavorare al progetto. Una serie di esilaranti gag, mostreranno proprio quella vena comica di cui Mazzotta si serve, per raccontare il senso dello spettacolo, ossia quel “riscatto” che i personaggi sognano, ma che non arriverà mai.

“Il riscatto” è il titolo del film che Tommy vuole girare (e che gira) mettendo in scena “le scene” tra mille peripezie, raccontando la storia di un uomo che rapisce sua figlia da un istituto e che tra rocambolesche avventure si ritrova a sprofondare in una realtà che è molto diversa da come l’aveva sognata, quando scrisse il testo di una “commedia all’italiana”. A fare Lello, il primo attore sofisticato e ipocondriaco, un eccellente Paolo Mauro, veterano del teatro che al teatro dona non solo la sua presenza scenica ma anche quella sua capacità di essere comico ma con classe, mentre si destreggia in quella parte che sembra calzargli a pennello mentre incassa complimenti che lui stesso sa di non meritale ma che gli servono per non mollare; sua figlia Polly è Antonella Carchidi giovanissima attrice, alle prime armi sia nel ruolo di attrice cinematografica ma anche nella vita vera, su quel palcoscenico. Alle prime armi, sì, ma così poliedrica e scanzonata che in scena mostra tutta la sua versatilità nei panni di una ragazzina che poi per necessità di copione diventa ragazzino e che sogna anch’essa un futuro con un finale diverso da quello già scritto. La prima attrice, Cassandra, che vestirà i panni della superiora dell’istituto e poi della prostituta che aiuterà Polly e suo padre a sfuggire ai carabinieri che hanno alle calcagna, è Alma Pisciotta, che a mio avviso ha dalla sua, non solo la capacità di essere credibile in entrambi i ruoli, a tratti drammatici, ma possiede anche un’intonazione vocale che si insinua perfettamente nell’attenzione dello spettatore creando svariate tinte emozionali.  Tiene per se il ruolo del regista, Max Mazzotta, che calca il palcoscenico con la genialità di chi forse nella vita sa fare bene solo quello, perché con il teatro è un tutt’uno, perché alcuni amori diventano sodalizi e poi sofferenza per restare sempre un sogno che a crearlo ci vuole poco, ma a realizzarlo servono energie, talento e tanto coraggio.

Bravo, simpatico, eclettico, coinvolgente, come solo un direttore dei lavori sa essere, mentre crea l’atmosfera giusta in quella messa in scena che non è per nulla semplice. Sul palco ci sono attrezzature da spostare, tanti cambi d’abito, ci si deve anche arrampicare su una impalcatura per simulare la salita su un muro che rappresenta la salvezza.

E’ un gioco teatrale molto ben riuscito, quello che Max Mazzotta regala al suo pubblico. Una regia efficace e con quel retrogusto amaro di chi sa – perché lo ha vissuto – che chi sogna non smette mai, anche quando quel sogno sembra sepolto sotto il fango, ma basta un’idea, se giusta, a farlo riemergere.

E’ un teatro che riesce, se sullo stesso palcoscenico convivono e recitano e sudano giovane leve e attori navigati; significa che gli intenti si fondono alle idee e che la regia mira a mettere in luce le capacità di chi approccia alla storia con convinzione e talento.

Molto emozionante la scelta di proiettare spezzoni di film di Monicelli, De Sica, Totò, che non fanno da sfondo solo alle scene del film che lo squattrinato regista ancora spera di poter ultimare malgrado tutto, ma anche ad uno spettacolo teatrale che in equilibrio perfetto tra sogno e realtà, tra finzione e viva vera, mostra un sogno, quel sogno, che a volte si trasforma in riscatto e a volta resta solo un posto sicuro dove dormire e sognare.

 

Simona Stammelluti