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In realtà sul palco dell’Arena Santa Giuliana, ieri sera non c’era solo lo straordinario sassofonista con il suo quartetto, ma anche uno dei nomi di spicco del panorama jazzistico internazionale, il crooner Kurt Elling che però non è sembrato in perfetta forma

Branford Marsalis è senza dubbio un pilastro di eccellenza artistica del 21esimo secolo, sassofonista virtuoso, che nell’ambito jazzistico ha portato senza dubbio una straordinaria energia, considerato che il suo orizzonte è “l’arte del jazz” in tutte le sue sfumature. Forse non è un caso che il suo talento sia così spiccato, considerato che si è cresciuto nel ricco ambiente (dal punto di vista musicale) di New Orleans, in una famiglia dove sono tutti “fuoriclasse”, dal papà Ellis, e dai fratelli Wynton, Delfeayo e Jason.

Ieri sera, ha dato spettacolo – è proprio il caso di dirlo –  suonando sia il sax tenore che il soprano, e con entrambi gli strumenti, ha saputo tessere le maglie di un concerto che ha spiccato proprio per le capacità del quartetto, sia come performance tecnica che come interplay.
Quel quartetto formato da Joe Calderazzo al pianoforte – che ieri sera era in uno stato di grazia – Eric Revis al contrabbasso e Justin Faulkner alla batteria.

Il progetto portato ad Umbria Jazz è quello che vede come “Special Guest” Kurt Elling, cantante di Chicago, partner di scena del quartetto,  amico di Marsalis, con il quale ha un disco fresco inciso proprio con quel quartetto. La voce versatile di Kurt Elling, ieri sera non è sembrata impeccabile, così come spesso si è soliti ascoltarla, anche se le sue doti canore indubbie, si sono sentite nelle lunghe note tenute, nella capacità di contenere lo spazio grave/acuto, e in quella sua dimestichezza di “tenere il palco”, caratteristica che appartiene a tutti i crooner che delle movenze si nutrono per sorreggere l’ampiezza della perfomance.

Ieri sera veniva spontaneo pensare al grande Frank Sinatra, fuoriclasse, voce e carisma impacchettati in maniera unica. Spontaneo pensare a lui, considerato che, da lui in poi, è nata una nuova era, quella dell’intrattenimento puro.

Parla e gioca con il pubblico, Kurt Elling, anche se l’Arena è piena solo per metà. Saluta in italiano, poi scambia due parole con Marsalis, regala momenti di scat, e il suo momento migliore resta quando abbandona la ritmica ed si esprime attraverso la melodia.

Ma è Branford e il suo quartetto che equilibrato quando deve, energico all’occorrenza e travolgente nelle esecuzioni, conquista il pubblico che so entusiasma, ed applaude le esecuzioni tra radici e novità.

Gli assoli di Calderazzo al pianoforte sono da 10 e lode, dai quali si evince la versatilità del musicista che usa perfettamente sia la mano destra che la sinistra, nella velocità impressionante con la quale esegue scale e l’improvvisazione, per poi ricondurre il tema nell’esecuzione.

Un concerto bello, senza dubbio, nel quale la “statura” del quartetto e l’impeccabile capacità dei musicisti di suonare senza compromessi, resta la ricetta di qualcosa, davvero fuori dal comune.

Simona Stammelluti

Le foto presenti nell’articolo sono di Andrea Palmucci – Winner of the JJA Jazz Awards 2015 “Jazz photo of the year” New York – che ringraziamo

Ad essere magica a Perugia in questi giorni è da sempre l’aria che si respira, fatto di musica (bella) a tutte le ore, di fotografi sudati e sempre impeccabili, di appassionati che si spostano per vivere a pieno 9 giorni che – anno dopo anno – sanno divenire indimenticabili, o forse dovrei dire indelebili, come un tatuaggio che scegli per tenerlo “con te” tutta la vita.

photo di Andrea Palmucci

Il concerto di ieri sera – inteso come duo Metheny/Carter – sembra essere destinato a passare alla storia, ad essere ricordato come quello nel quale magia e carisma, prendono il sopravvento anche sul talento (indiscusso per entrambi) e sull’entusiasmo che si respira forte, nella loro intesa, nata da quell’incontro al Ditroit Jazz Festival lo scorso settembre, a seguito del quale i due straordinari musicisti hanno deciso di suonare insieme, dando vita a progetto e tournée.

Per chi si stesse chiedendo se si avvertisse la mancanza di qualcosa, considerato che non è un duetto classico – tipo tromba e pianoforte – la risposta è no…non mancava proprio nulla, considerato che gli assoli ormai famosi di Metheny, lirici, lucidi e determinati, vengono esaltati nel loro vigore da Ron Carter, il cui modo di suonare il contrabbasso è elegante, corposo, ma mai confuso, mentre il profumo di blues e funky si impossessa di lui e per osmosi avvolge lo spettatore.

C’è un sold out all’Arena Santa Giuliana e le tante persone sedute, puntano lo sguardo sui vidiwall, per non perdersi nemmeno un dettaglio di quello spettacolo, che, se pur non si fosse potuto vedere, ma solo ascoltare, ha saputo emozionare fino alla commozione. Eppure gli occhi servivano eccome, per godersi ad esempio la scena nella quale Pat continua a loop l’intro di un pezzo perché Ron non trova lo spartito, o quando il contrabbassista alza la mano e la muove in cenno di saluto verso il suo pubblico, come un bambino che ha gioia di salutare le persone che incontra.

Sul palco uno sportivissimo Pat Metheny con jeans e camicia di Jeans, ed un elegantissimo Ron Carter, in abito grigio, cravatta a strische diagonali e camicia rigorosamente bianca. Sul palco il pluripremiato chitarrista statunitense, che ha all’attivo oltre venti milioni di dischi venduti, 20 Grammy e che con il suo carisma ormai fa sognare più di una generazione. Ma di generazioni su quel palco ce ne sono due, considerato che il chitarrista lo divide con una leggenda, e lui lo sa. Lo sa e lo dice, di aver realizzato un sogno suonando con Ron Carter, che dal 63 al 68 ha suonato nella sezione ritmica del quintetto di Miles Davis. Metheny applaude anche il suo compagno di viaggio, dopo i suoi assoli e c’è chi giura di non averlo mai visto fare, quel gesto, durante altre sue personali performance.

Due pezzi di storia della musica, seppur di tempi diversi, due modi diversi di far musica ma simili in quelle sfumature stilistiche, capaci di trasformare un concerto in un dialogo sofisticato ed intimo, ma non troppo.

Sono tre le chitarre che Metheny utilizza durante il concerto, e tra queste c’è anche la Picasso, con la quale regala al suo pubblico un momento di pura magia. La Picasso, una sorta di incrocio tra una chitarra e un’arpa è uno strumento che ha potenzialità sonore strabilianti e con la quale Metheny racconta i terreni di contaminazioni, di matrice jazzistica, passando attraverso un abilissimo cross-over dal free e alla sperimentazione che poi si traduce sempre, in momenti di raro virtuosismo.

Eppure è quando Ron Carter regala i suoi, di assoli, mentre con quelle sue mani grandi, controlla e pizzica le corde del suo contrabbasso con tanta “lucida” maestria, che ci si chiede come faccia a 79 anni ad avere ancora così tanta verve, e padronanza tecnica, non cedendo mai il passo allo “strafare”, come se il suo modo di suonare fosse sempre un “distillato” perfetto, difficile da imitare.

Emozione e gioco, su quel palco e tutto questo si vede, e soprattutto si sente. Due grandi musicisti che si divertono con i propri strumenti e tra di loro, mentre raccontano quel che sanno fare in maniera straordinaria.

Il repertorio, che tesse la trama di un dialogo che sembra senza fine, è in parte originale e in parte intessuta sull’arrangiamento magistrale di brani di tradizione jazzistica come The shadow of your Smile, brano caro a Ron Carter con il quale hanno aperto il concerto, o A night in Tunisia, con il quale hanno salutato il loro pubblico.

Solo un bis, forse troppo poco, per un concerto bello che ha riempito orecchie ed anima.
Si stringono la mano, Pat Metheny e Ron Carter, Ron si attacca la giacca, si inchinano al pubblico, ed è già un nuovo pezzo di storia.

Simona Stammelluti

Le photo sono di Andrea Palmucci – Winner of the JJA Jazz Awards 2015 “Jazz photo of the year” New York – che ringraziamo