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Le aspettative erano molto alte; perché quando si parla, si scrive, si sceneggia circa la vita di colui che da sempre è considerato il più grande cantautore italiano –  quello più amato ma anche a tratti discusso per alcune sue sfaccettature caratteriali, di personalità e di scelte di vita che hanno influenzato non poco il suo modo di fare musica –  viene da domandarsi se ci si stupirà circa qualche dettaglio, o se la conoscenza che in molti ci si è costruiti nel tempo circa Fabrizio De Andrè, reggerà rispetto a quello che spesso i film cercano di raccontare.

E’ una discreta fiction, ed in realtà è quella la destinazione che avrà  in Tv sulla Rai divisa in due puntate, i prossimi 14 e 15 febbraio. Due giorni nei cinema di tutta Italia, con i suoi pesanti ma non troppo 200 minuti, “Fabrizio De Andrè – il principe libero” di Luca Fiacchini, resta un ottimo motivo per recuperare emozioni che vengono da lontano, rispolverare le motivazioni per le quali si è amato e si continua ad amare il grande cantautore e godere di alcuni momenti di commozione. Perché c’è da dare atto al regista, di essere riuscito a spingere per bene, su alcuni aspetti prettamente emotivi della vita del cantautore inquieto, che tanto aveva da dire per quanto aveva vissuto, al netto di ciò che riuscì tardi a far emergere dalle sue volontà, dai suoi tormenti, dai suoi bisogni.

Le attrici femminili sono Elena Radonicich e Valentina Bellè che interpretano i grandi amori del cantautore genovese, rispettivamente la moglie, Enrica Rignon, detta Puny, e Dori Ghezzi, la donna che con lui ha condivise anche i 4 mesi di prigionia durante il sequestro del ’79, in Sardegna.

Mi è sembrato che il film – a sfondo biografico, che mirava a raccontare abbastanza fedelmente la vita e le vicissitudini di Fabrizio De Andrè –  non volesse scontentare nessuno, né Chiesa, né ambienti politici, né chi lo ha amato solo per alcune delle sue tante, ma proprio tante caratteristiche distintive non solo di un pensiero, ma anche di quell’epoca che il cantautore genovese vivendo, ha attraversato. E’ un prodotto che va bene per tutti, per chi è appassionato, per chi lo conosce per i grandi successi ma che magari non si è mai adentrato più di tanto nella sua vita, per chi gli riconosce una bravura ed una sorta di vena profetica ma non si è mai confrontato con quella potente carica comunicativa che Faber ha avuto fino all’ultimo giorno di vita.

Ho pensato a quanti video di repertorio e a quanto materiale abbia dovuto analizzare e studiare Luca Marinelli ( che per qualche tratto somatico un po’ ricorda De Andrè) prima di cimentarsi in quel ruolo così difficile, riuscendo in diversi passaggi del film ad incarnare non solo le movenze e le espressioni del cantautore, ma anche alcune paure, le angosce, i tormenti, le prese di posizione, il coraggio. Fabrizio De Andrè divenne Faber quando il suo amico fraterno, Paolo Villaggio gli diede quel soprannome ispirandosi alle mille sfumature dei colori da disegno. La figura di Villaggio è molto sentita nel film, così come il legale tra i due amici che fu un filo conduttore e un punto di riferimento per quel giovane uomo che mentre approcciava all’età adulta e alle scelte, aveva bisogno costantemente di chi gli ricordasse chi fosse, che lo strappasse alle angosce che derivavano da quel mix di timidezza e frustrazione, di voglia e ritrosia che spesso lo tormentavano; ed era proprio Paolo a riuscire a ripristinare il giusto equilibrio lì dove spesso fallivano gli stessi familiari di De Andrè.

Segnati a fuoco nel film, che scandiscono proprio il ritmo, i tre argomenti fondamentali dell’esistenza di De Andrè: Il rapporto con suo padre, che riesce ad evolversi nel corso del tempo fino a diventare un legame di grande tenerezza, l’amore straordinario, unico e totalizzante per Dori Ghezzi e quella voglia di non lasciarsi ingabbiare dagli schemi, dagli obblighi e dalle credenze.

Quel violino proprio non lo voleva suonare perché gli faceva male al mento e così suo padre gli regala una chitarra. “L’investimento migliore che ho fatto” – dice in una battuta Giuseppe De Andrè interpretato da uno dei migliori attori del panorama italiano che è Ennio Fantastichini, impeccabile nei cambi di registro, nella espressività del vissuto di chi vorrebbe per il figlio una vita più sicura, magari vissuta nella sua ombra, piuttosto che una vita improvvisata, incerta, come spesso è quella dei musicisti.

Era un irrequieto, Fabrizio e in questo dal film viene fuori. Da adolescente già aveva guardato da vicino il mondo della prostituzione e quel mondo gli rimarrà sempre caro tanto che attraverso la sua musica gli ridonò una dignità sgualcita o forse semplicemente perduta. Figlio, fratello, amico, marito, padre, amante…i tanti ruoli di quell’uomo che sapeva bene quanto spiccato fosse il suo carisma, quell’appeal che lo rendeva irresistibile non solo con le donne ma con tutti coloro che entravano nel suo mondo, agiato, fatto di musica e di quella libertà che a volte sembrava perdere colpi perché nutrita di responsabilità, di incertezze e di momenti di rinuncia. Scriveva canzoni, De Andrè, era quello che sapeva fare e qualche volta ha dovuto piegarsi al meccanismo della censura, ha dovuto cambiare parole, affinché la sua musica potesse arrivare e non restare chiusa dietro la sbarra di una stazione nella quale passa il treno che spetta ai grandi poeti.

Cantante, cantastorie, poeta tutto insieme, mentre viveva una vita spesso in luce, ma che quando scendeva quel particolare buio, sembrava inghiottirlo e l’alcool e il fumo sono stati una sorta di rifugio silenzioso e fedele. Una vita in cui quel successo che si concretizzò, forse non lo aveva mai veramente desiderato, ma che diventò quasi inevitabile, perché quello è il destino che spetta a coloro che nascono talenti, fuoriclasse e a tratti profeti, che raccontano quella vita che in molti sfiorano e fanno finta di non vedere, che mettono a tacere per paura e alla quale De Andrè ha dato un senso di eterno.

Canta Marinelli nel film e lo fa anche abbastanza bene, ma nei concerti che vengono raccontati, la voce che fa venire i brividi e fa affacciare le lacrime agli occhi è quella del grande cantautore.

Il film parte dal rapimento e poi fa un tuffo indietro nel tempo, torna all’adolescenza e poi da lì tutta la vita – o quasi – del cantautore. Non si è dato a mio avviso nel film, la giusta rilevanza ad alcune situazioni, ad alcune idee, ad alcune prese di posizione che De Andrè ha invece invocato per tutta la sua vita. Un breve accenno all’amicizia con Tenco, la cui morte destabilizzò tanto Fabrizio; pochissimo vien detto sul De Andrè anarchico, sulla sua idea di Cristo, o sull’influenza che il cantautore e poeta francese George Brassens ebbe sul suo stile e sulle sue idee, e che Faber  stesso definì il suo “maître à penser”. Un De Andrè più tenero, quello che vien fuori, un uomo che ama la natura, che i cambiamenti li imbocca, che si innamora perdutamente. Un De Andrè al quale si è quasi voluto cancellare una buona dose di quei peccati che a lui tanto piacevano, perché erano parte del suo modo di essere.

Bello il dettaglio di quando De Andrè scopre il rock di Elvis Presley rubando un disco, lo stesso che regalerà a Tenco, per farsi perdonare di aver usato le parole di “Quando”, spacciandole per sue.

Come non notare però quanto si sia sviato sulla reazione di De Andrè davanti alla interpretazione di Mina di “La canzone di Marinella”, che poi fu il punto di snodo della sua carriera, ma che a Fabrizio non piacque affatto.

Mi sarei aspettata che nel repertorio che viene affidato al De Andrè del film ci fossero riferimenti a quello che lo stesso De Andrè definì il suo miglior lavoro ossia “La buona novella“, mi serei aspettata “Testamento di Tito”, o “Il testamento” scritta per esorcizzare quella morte che tanto gli faceva paura, e poi per innalzare l’amore verso quell’unica donna alla quale alla fine interessa davvero della morte di quell’uomo; il tutto con quell’ironia che faceva il paio con quella capacità di evidenziare gli aspetti contraddittori della realtà spogliandola completamente dal perbenismo e dall’ipocrisia.

Ma va bene così…va bene “Il pescatore”, va bene “La canzone di Marinella”, “La canzone dell’amore perduto”, “canzone del Maggio”, va benissimo “L’hotel Supramonte”…e poi quelle immagini di repertorio sul  finale tratto dall’ultimo concerto, con tutto quello che ha scatenato in termini di ricordi che sono difficili sicuramente da sceneggiare, perché sono la parte di Fabrizio De Andrè che solo ognuno di noi potrebbe intimamente scrivere.

 

Simona Stammelluti