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Un modo originale ed incisivo per raccontare le donne e il loro scomodo posto nel mondo nel corso delle epoche, soprattutto se dotate di talento e passione.

Al Campania Teatro Festival edizione 2021, ieri sera a Capodimonte – Casino della Regina, è andato in scena nella prima delle due serate in programma, “Artemisia, Caterina, Ipazia … e le altre” di e con Laura Curino che sul palco si mostra da sola ma in realtà, è in compagnia di personaggi femminili evocati e rappresentati con carisma ed efficacia. Ed è questa la magia del teatro. Una sorta di coralità sorretta dalla suggestione di immagini su più livelli,  di opere d’arte che furono di Artemisia Gentileschi che come Caterina D’Alessandria e Ipazia, sono state il simbolo di donne sapienti, che pur di difendere idee e talento, furono disposte al martirio ma non abdicano mai dalle proprie scelte, qualunque ne fosse il costo. 

Vite difficili, crisi mistiche, voglia di salvare il mondo, convincerlo, quel mondo, a cambiare rotta ed anche ad accettare il ruolo della donna come protagonista della vita pubblica e delle arti e non solo come madri e mogli sottomesse.

La Curino il palco lo riempie con presenza scenica e una voce incisiva, mentre racconta con tono tagliente e a volte ironico, i personaggi e le opere di Artemisia Gentileschi – che si vendicò dello stupro subìto, proprio attraverso la pittura – e le difficoltà nel dipingere Caterina D’Alessandria che sarà poi da lei dipinta vestita di rosso, con una corona sul capo e in mano la palma del martirio. Non sorride, Caterina come non sorride Ipazia, astronoma che sorrideva solo al cielo, perché il cielo le parlava.

Ipazia che fu protagonista del celebre affresco “La scuola di Atene” di Raffaello Sanzio che è messa in scena come una singolare sfilata di moda (e di arte) e qui l’attrice mostra una prorompente sagacia.

Ma Laura Curino fa anche di più, in scena: sfonda la quarta parete e parla con il pubblico domandando se alcune cose le si conoscessero. Molti tratti delle vite raccontare, erano infatti sconosciute allo spettatore, che va via con un pezzo di cultura incastrata tra la soddisfazione di saperne di più e la forza prorompente dell’arte teatrale, che appaga.

Suggestiva e coinvolgente le immagini di un cosmo che inghiottono quasi l’attrice che sembra fluttuare nell’aire, nella parte finale della piéce, sulle note dell’aria “Lascia che io Pianga” cantata da Cecilia Bartoli. 

Un’ora e quindici minuti di spettacolo che parte piano, che incuriosisce e poi esplode attraverso la caratura artistica di Laura Curino, che ci mette la giusta enfasi nei racconti delle atrocità che toccarono in sorte ai suoi personaggi, e regge lei stessa il peso di quelle vite mentre dialoga con la coscienza che non si piega al compromesso.

Tante parole, seminari, spettacoli sulle donne che non fecero mai un passo indietro, eppure Artemisia dipingeva nel silenzio.

Applausi per la Curino, un pubblico appagato e un altro successo per questa edizione del Campania Teatro Festival, spazio culturale di grande pregio.

Stasera si replica, stesso posto, stessa ora

 

 

 

 

Simona Stammelluti 

 

Incontri, connubi, collaborazione, coralità. Tutto quello che il Maestro Elio Martusciello, riesce a tradurre in progetti musicali, in esperienze sonore aprendo al senso e alle qualità cognitive dell’uomo, così come ci racconta in questa intervista che mi pregio di aver realizzato.

Conosco Elio Martusciello attraverso il sassofonista Antonio Raia, mi incuriosisco e incomincio ad entrare nel suo mondo, restandone impigliata.

Elio Martusciello,  napoletano, classe 1959 musicista, compositore, direttore d’orchestra, docente di musica elettronica al conservatorio di Napoli, ha studiato fotografia con Mimmo Jodice, è un guru della musica, che ha seminato l’arte sonora come linguaggio, traducendo in musica tutto ciò che è accaduto intorno a sé nel corso del tempo, attraverso quelle esperienze che si sono poi tradotte in opere d’arte, la cui definizione non è poi così scontata, come ci spiega in questa intervista.

Parliamo di “musica concreta”, di “arte acusmatica” dell’Orchestra Elettroacustica Officina Arti Soniche e di tanto altro, qui di seguito

SS: Maestro, quasi mai si pensa ad un ascolto come ad un connubio. Per esempio un connubio tra suono e suggestione. Ma di esempi potremmo farne tanti. Cosa manca ad un ascoltatore medio, a colui che non va mai oltre la melodia?

EM: Un’attenzione autentica nei confronti dell’ascolto porta a cogliere naturalmente quel connubio tra suono e suggestione a cui lei fa riferimento. Esattamente da qui nasce la grande esperienza della musica. Da quella “apertura al senso” che caratterizza le qualità cognitive dell’uomo, e che da un ascolto funzionale, utile per la sopravvivenza della specie, lo ha portato ad un ascolto simbolico, estetico. Però, in altre occasioni, abbiamo già parlato della “violenza simbolica”, o violenza “dolce”, che si annida anche nei processi culturali. Quindi, nell’evoluzione della cultura musicale, in particolare in occidente, sempre più si sono imposte delle sovrastrutture che hanno dirottato tutta la nostra capacità uditiva in direzione di quelle che potremmo chiamare, inseguendo la sua domanda, qualità “melodiche” della musica. Per cui, un ascoltatore medio che subisce tali sovrastrutture non potrà che indirizzare la sua immaginazione unicamente verso quei suoni o strutture sonore che riconoscerà immediatamente come “musicali”. Ovviamente si tratta solo di una “musicalità” che hanno definito quei dispositivi culturali (abitudini, costumi, scuola, etc.). Solo chi approfondisce, attraverso una pratica spirituale, culturale e sensibile tutta l’esperienza musicale, dalle sue origini ad oggi, può recuperare un ascolto più ampio e meno condizionato, capace di proiettarsi nel futuro così come nel più remoto passato (in parte si tratta proprio di recuperare quell’ascolto arcaico, originario). Bisogna anche aggiungere però che la melodia è un traguardo musicale di straordinaria sintesi. Massimamente affascinante. Si tratta del profilo disegnato nel tempo di qualità spettrali presenti in una qualsiasi successione di suoni, anche i più complessi, quelli non necessariamente strumentali. Insomma, come spesso accade, non si tratta di sostituire una modalità con un’altra, ma di ampliare e far coesistere più modi di ascolto, più condotte uditive.

SS: Mi interessa sapere dove risiedono le differenze secondo lei, tra musica concreta e melodia, dove per “musica concreta” si intende tutto ciò che va oltre i limiti delle convenzioni estetiche. La melodia, a quale convenzione estetica si piega?

EM: In parte a questa domanda ho già risposto con la precedente. La Musica Concreta per certi aspetti recupera un ascolto più arcaico nei confronti del suono. Questo è possibile perché le tecnologie hanno consentito la fissazione, su di un supporto, anche del più complesso “oggetto sonoro” non riproducibile con le vecchie tecnologie, e che consente un ascolto e un’analisi ripetute. Stiamo parlando di tutti quei suoni non riproducibili con le tecnologie strumentali e i dispositivi di notazione del passato, che invece erano perfettamente adeguati per una musica che si è sviluppata intorno a quei parametri che qui stiamo chiamando sinteticamente “melodici”. Come si può evincere dalla precedente risposta non credo che la “melodia” risponda unicamente ad un’esigenza di tipo convenzionale, ma anche a una qualità spettromorfologica già insita nel suono stesso e che l’uomo ha solo sviluppato, sintetizzato, evidenziato.

SS: Martusciello lei è un po’ un guru, la sua di musica è un ribollire fitto e coinvolgente di linguaggi sonori, che vengono piano a galla e poi sorreggono tutto il resto di una dimensione acustica che prende forma, e che sa essere intima e prorompente al tempo stesso. Cosa accade, quando compone, e cosa cerca, quando dirige i suoi musicisti?

EM: Non le so dire cosa accade quando compongo o quando dirigo. Io sono il risultato di tutto ciò che accade intorno a me e che è accaduto prima di me. Ovviamente mi riferisco solo a quella parte di mondo con la quale sono entrato in contatto, e che in qualche modo ho fatto mia, attraverso la scuola, i libri, i dischi, gli amici, e così via. Circa l’opera d’arte la domanda di Bourdieu resta fondamentale: chi crea l’opera d’arte? Seguendo la sua “teoria del campo” la risposta non è più così scontata come sembra, cioè l’artista, ma essa è il risultato di tutte le traiettorie e azioni degli attori che operano nel campo dell’arte. In tutti i casi, in estrema sintesi, prediligo una certa drammatizzazione ed evoluzione, in una temporalità non troppo dilatata, del discorso sonoro e delle corrispettive emozioni che ne scaturiscono.

SS: La registrazione di un suono, la manipolazione di un suono per fini compositivi, può essere definita, secondo lei, come la rottura dei confini che la musica da sempre disegna, in fatto di armonie, voicing, ecc?

EM: Direi di sì, però forse non tanto per opporsi a qualcosa, ma come dicevo in precedenza più per espandere qualcosa. L’arte in genere ha questa funzione di esplorare altri possibili immaginativi, ampliando in definitiva le nostre qualità intellettive e sensibili.

SS: Ho la fortuna di avere a disposizione la sua immensa cultura in fatto di suoni e di musica, e pertanto vorrei che spiegasse ai lettori, cos’è l’arte acusmatica e che tipo di componente emozionale possiede

EM: La ringrazio per l’immensa cultura musicale che mi attribuisce, ma devo dire che più il mio impegno si rivolge alla musica e più si  evidenzia l’ignoranza che ne scaturisce paragonata alla straordinaria ampiezza dell’oggetto di studio. In tutti i casi l’Arte Acusmatica si riferisce al fatto che ci si può rivolgere al suono senza vedere le cause che lo producono. Non ci sono esecutori in teatro, si usano di solito gradi di surrogazione nel lavoro compositivo (attraverso tecniche di manipolazione del suono) che rendano complesso il riconoscimento di un suono e il suo legame con la sorgente; in questo modo anche quando si riconosce l’origine di un suono esso spesso però appare “perturbante”. Questo ci consente di silenziare il visivo e di concentrarci sul dato uditivo, sulle sue configurazioni. In un acousmonium (specifici luoghi di ascolto ideali per la musica acusmatica) le luci vengono spente per lasciare l’ascoltatore al buio. Come nel Teatro delle Ombre questa opacità, questo mistero, che si cela nelle ombre del sonoro o dietro al suono, attiva la nostra attività immaginativa, libera la nostra creatività.

SS: L’utilizzo differente degli strumenti classici di un’orchestra, cambiano in modo rilevante il paradigma di quella prassi musicale legata a tecnologie tradizionali? 

EM: Certamente, gran parte della sperimentazione musicale strumentale novecentesca è stata possibile proprio grazie all’estensione delle tecniche strumentali tradizionali: il pianoforte preparato ne è forse l’emblema.

SS: Maestro, Antonio Raia, tenorista che lei conosce bene perché da lei scelto spesso per i suoi progetti, e che ha all’attivo un album “Asylum”, in cui suona senza sovrastrutture e senza filtri, ha registrato in un luogo che sembra essere davvero magico, sonoramente parlando, l’ex Asilo Filangieri, lo stesso dove anche lei spesso utilizza per suonare con la sua orchestra. Quanto importante è il rapporto spazio-suono? Non sarà che solo chi ha una cura quasi maniacale per ciò che giunge all’orecchio dell’ascoltatore,  sceglie luoghi che possano esprimere il legame che si instaura tra estetica del suono e sentimento? 

EM: Antonio Raia è un musicista che amo molto per le sue qualità umane, che a mio avviso poi ricadono nella maniera più naturale possibile anche sulle sue straordinarie qualità musicali. La musica esiste solo perché si connette ad uno spazio. Uno spazio inteso in maniera molto ampia: spazio sociale, spazio fisico, spazio interiore. Antonio è molto sensibile a queste diverse tipologie di spazio, ne ha forte coscienza e si concentra molto su di essi. Ad esempio il suo album “Asylum” è una sintesi perfetta di questa consapevolezza intorno a questo concetto ampio di spazio. Realizzato all’Asilo e cioè un incredibile spazio sociale (il concetto di “campo dell’arte” accennato sopra è esso stesso uno spazio sociale), organizzato e registrato con tecniche che ne esaltano lo spazio fisico, architettonico (questo anche grazie al contributo di uno straordinario artista come Renato Fiorito), un Album scaturito come indagine su memoria e desiderio che sono lo spazio dell’anima, lo spazio interiore.

SS: L’appaga più comporre, suonare o insegnare? Perché spesso stiamo bene e comodi in più contorni, ma ci appagano pochissimi impulsi.

EM: Queste tre cose da lei elencate si nutrono a vicenda, per me è impossibile proporre una gerarchia, anche solo in termini di appagamento. In realtà mi rifiuto proprio di farlo, credo sia una cattiva abitudine anche se talvolta utile, inevitabile, ma il più delle volte produce solo un sistema di preferenze che tende ad escludere lentamente alcune nostre esperienze, che invece sono sempre essenziali. Per me si tratta di intensificare la vita, di viverne molteplici. In questa prospettiva escludere alcune esperienze, cominciando proprio dal semplice non preferirle, è alla lunga una strategia perdente. Comunque, l’attività compositiva ha spesso il dono, grazie alla sua peculiarità di un lavoro in solitudine, di mettere in contatto il compositore con il proprio spazio interiore. Si tratta di un esercizio spirituale affine al silenzio. La pratica improvvisativa è invece un’attività eminentemente sociale, collettiva, prossima all’amore. Si tratta di una relazione incentrata su qualcosa di intimo, misterioso, che per certi versi va oltre la parola. L’insegnamento invece è il superamento del proprio orizzonte di mondo, perché attraverso le nuove generazioni e il lavoro di scambio di conoscenze ed esperienze, qualcosa di noi va oltre la nostra stessa vita, proiettandosi in un futuro al quale non abbiamo accesso. Come si fa ad elaborare una preferenza se si comprendono le differenze che queste tre circostanze mettono a disposizione per arricchire il nostro sentire, nutrire la nostra esistenza?

SS: Penso a quel suo modo di fare musica come ad una catena infinita di sfumature semantiche. Quanti stimoli e quanta immaginazione, oltre al talento servono per collocarsi in una struttura musicale che non sempre è facile racchiudere in una definizione canonica?

EM: In questo tipo di cose ho la sensazione che il talento quasi non esista. L’arte è qualcosa di così complesso che credo si usi il termine talento per nominare tutto ciò che sfugge ad una analisi dello specifico ruolo dei diversi elementi presenti nell’azione artistica. Credo che l’arte se proprio la si vuole ridurre all’attività creativa di una singola persona, quindi rinunciando anche alla “teoria del campo” precedentemente accennata, richieda tutte o una parte di una serie di caratteristiche quali: immaginazione, conoscenze storiche, consapevolezza del contesto, strumenti adeguati, esercizio costante, tempo disponibile, risorse economiche, studio rigoroso e così via. Mi riesce difficile comprendere in quale punto di questa fitta rete appena accennata si anniderebbe il talento, dove opererebbe. Credo che proprio questa complessa rete di istanze diverse, convergenti e divergenti al tempo stesso, rendano utile la presenza di una struttura canonica, uno schema che ne contenga le forze, ma al tempo stesso la singolarità dell’effetto generale di tutte queste forze, richieda sempre un qualche grado di sperimentazione e di conseguente rottura dei paradigmi dati. Come muoversi “correttamente” (se esiste un modo corretto) all’interno di queste molteplici forze, nei margini di soglie condivisibili, credo sia assolutamente inaccessibile.

SS: Se fosse nato a Treviso anziché a Napoli, sarebbe stato lo stesso Elio Martusciello eclettico, colto e convincente che conosciamo oggi?

EM: Come dicevo in precedenza sono convinto che noi siamo il risultato di tutte le esperienze particolari che ci hanno attraversato, quindi do per scontato che se fossi nato a Treviso sarei un’altra persona.

SS: Possiamo conoscere qualcosa circa il suo ultimo progetto con l’orchestra OEOAS?

EM: In realtà non esiste alcun mio ultimo progetto con l’orchestra OEOAS. Semplicemente perché una cosa simile sarebbe contraria allo spirito di quest’orchestra, in quanto tutto quello che fa è frutto di una scelta collettiva e condivisa. Certo può capitare che di volta in volta ci siano alcune persone che prendano iniziative trainanti, ma resta il fatto che le scelte finali sono sempre dell’intera orchestra. Quindi, fatte queste premesse, si può dire che se esiste un ultimo progetto dell’orchestra questo è legato a due musicisti che in questa occasione si sono fatti carico di proporre ed organizzare le prossime mosse da intraprendere. Si tratta dei già citati Antonio Raia e Renato Fiorito. L’idea è molto complessa e passa per diversi step, ma l’obiettivo finale è certamente la realizzazione di un primo album dell’orchestra. Il momento più esaltante di questo lungo percorso è stato sicuramente la settimana di incontri, con la partecipazione di più di 100 musicisti, per le sessioni di registrazioni finalizzate al disco. Io sono stato coinvolto per la mia lunga esperienza in fatto di conduction, ma Antonio mi ha affiancato magistralmente in questo lavoro di direzione. Ora siamo nella fase finale di montaggio e missaggio. Per una parte di noi il risultato sembra estremamente convincente ed inedito per una proposta discografica di un grande organico. Tra un po’ faremo una verifica con gli altri elementi dell’orchestra e poi passeremo alla fase successiva: finalizzazione, produzione e promozione.

SS: Maestro, ce l’ha un sogno nel cassetto?

EM: Molti, troppi. Il più importante però è sicuramente quello di vedere un miglioramento generale per l’umanità, forse sarà inevitabilmente lento, non credo più nelle rivoluzioni (anche perché una trasformazione rapida e radicale del contesto esterno non coincide con un cambiamento rapido dell’interiorità degli uomini), ma vorrei tanto che fosse almeno continuo, inesorabile e globale.

 

Simona Stammelluti 

 

Siamo abituati ad un mondo confezionato, pieno di orpelli, di fronzoli, di ritocchi, come se per piacere, un oggetto, un’opera o un sentimento debba per forza rispettare dei canoni, quelli di una improbabile perfezione. E poi ci scopriamo maldestramente a nostro agio nel caos, dove se c’è un errore nessuno se ne accorge, dove male che vada, fra qualche tempo tutti si saranno dimenticati di una défaillance.

Così accade che in un tempo in cui si gioca ad aggiungere, a sovraccaricare, a cercare di non lasciare nessuno spazio vuoto, e contestualmente a non lasciare nulla al caso, mi imbatto in “Asylum”, un disco che ha tutte le caratteristiche che cercavo da un po’.

Antonio Raia è un giovane musicista napoletano, suona molto bene il sassofono tenore, anzi fa suonare il suo sassofono tenore, mentre trova la sua strada, quella libera, sgombra da inutili orpelli, mentre impara ad ascoltare quel mondo che lo attraversa, che parla, traendone ispirazione e lasciando che qualcosa (solo qualcosa), resti impigliato in ciò che si traduce in attitudine.  Il suo essere “generoso” nel modo di comporre, si contrappone alla nudità delle esecuzioni.

E’ una scommessa, forse.
Sicuramente è uno scambio, che diventa mezzo per raggiungere uno scopo.
Quale?
Regalare una dose massiccia di sensazioni, calcando delicatamente ciò che è dentro l’animo umano.

Ma per avere in cambio cosa?
Non lo so cosa voi avrete da dare, dopo l’ascolto, ma so di certo cosa gli devo io: una consapevolezza. Quella di essermi sentita al sicuro, al riparo. 

E’ così che parte il mio viaggio in “Asylum” che può essere asilo, ricovero, rifugio.

Il disco ha un vestito sobrio, come quando devi dare valore a ciò che incede, e che sa come lasciare un segno. Ha le tonalità del grigio, un po’ come quella foschia che poi sale e ti rende tutto chiaro.

Un disco registrato nella sala refettorio dell’ex asilo Filangieri di Napoli. Molto di questo disco gira intorno alla passione pulsante di questa città, che ha un suo linguaggio, una sua forza, una sua poetica. Anche il suono che esce dal sassofono di Raia ne ha una, ed è quella che riflette passione e talento, note scritte ed improvvisazione, pezzi di tradizione e standard jazz.

Un disco registrato in presa diretta, in compagnia dell’acustica del luogo, vuoto e pronto a rimandare nei microfoni piazzati per la registrazione, il suono di un sassofono che racconta un jazz contemporaneo, in cui le regole sono appuntate in respiri lunghi, in modulazioni calde, in ricercatezza di spazi sonori che scrivono un percorso tra pezzi conosciuti, ma concepiti secondo una modalità che ha ricercato (e trovato) una timbro unico. E poi la melodia, quella scritta di pugno da Antonio Raia, che si insinua a loop dentro un desiderio.

Ognuno ha il suo.

Anche Antonio probabilmente ne aveva uno, mentre concepiva questo progetto; forse trovare una strada per dar forma a delle sensazioni che erano rimaste al chiuso troppo a lungo e si sa, le cose belle vanno tirate fuori e fatte decantare, per poi goderne. E per un musicista, la strada giusta è sempre quella delle sonorità, che diventa una porta. Io quella porta l’ho aperta e sono finita lì, all’interno di questo disco, come se fossi in quel luogo, seduta a terra in pochi centimetri quadrati, avvolta da pezzi originali nell’esecuzione, creativi, senza però mai abdicare dalla tecnica. Perché solo chi conosce bene quella, può permettersi di sperimentare, di soffiare in un sassofono dandagli così tante voci, alcune strozzate altre così liriche che quasi ci si commuove.

La creatività di Antonio Raia, che è un’ampia espressione artistica, non si esaurisce alla fine delle esecuzioni, resta sospesa per un po’, per poi cadere lenta sull’ascoltatore che ne prende in consegna le intenzioni e le custodisce.

Sono 12 le tracce. Due classici napoletani “Torna a Surriento” e “Dicetencello Vuje”, uno standard jazz, “Misty” che vanta innumerevoli interpretazioni e che a mio avviso non è stato scelto a caso; e poi pezzi originali. 

C’è un senso nella scelta dei brani e nell’ordine in cui sono eseguiti. C’è un amore per le origini, vi è il racconto di una storia, quella di chi parte, di chi cerca rifugio, di bambini in un giardino, di ninne nanna.

Refugees”, che si inerpica su un suono che vibra, balbetta su sonorità mediorientali, che “attraversa”, cerca spazio, e si adagia in “The children in the yard”, dove come su un’altalena il sax sale e scende, in maniera ostinata, per poi trovare riposo in “Lullaby” e lì, si sente prorompente il suono che canta e incanta, che culla e addolcisce, che abbassa toni e luce, che avvolge.

Chi sarà la Giulia, a cui sono dedicati i 2 minuti più intensi ed appassionati di questa opera? Forse non lo sapremo mai, ma ha tirato fuori dal compositore il miglior intento possibile. In “To Giulia” le note sono soffiate e calde, sono lunghe, fatte con un solo respiro, e dopo aver disegnato un profilo, si spengono in note maggiori.

C’è da dire che se anche questo lavoro discografico non ha conosciuto post-produzione, ed è scevro da qualsivoglia ritocco – oltre che privo di qualunque tipo di aiuto che di solito si attinge dalla tecnologia delle sale di registrazione – un plauso va al Renato Fiorito, tecnico del suono che ha saputo come piazzare strategicamente i 10 microfoni che sono serviti per catturare il suono del sassofono di Raia.

Prima di avviarmi al finale, da appassionata di jazz quale sono, mi viene da dire che la scelta di “Misty” è sicuramente passata attraverso quella nebbia, che un po’ ti confonde, ti rende poco visibili i passi, ma se sai dove andare, sai anche “cosa ascoltare” intorno a te. Nella versione contenuta in Asylum, il tema è libero, inteso come “liberato” da schemi ed è affidato a svisate che si fanno strada nella foschia.

Asylum”, un lavoro di pazienza, di anima al singolare, e poi di anime al plurale, con tutto quello che una moltitudine di anime può produrre in fatto di respiri, di affanni e di gocce di vita lasciate andare senza sapere dove si poggeranno, né come sublimeranno. 

Quello spazio così grande, con quel senso di libera armonia, eppure così piccolo se si pensa a cosa ha saputo accogliere nel tempo, prima di far spazio al silenzio. 

Un silenzio rotto da quel sassofono che sa essere travolgente o accomodante, irascibile e amabile. 

Nella mia vita ho imparato che le cose buone, sono fatte con qualcosa e con qualcuno, per qualcosa o per qualcuno” – dice Raia nelle note.

Quel “qualcosa” non è solo un esperimento originale realizzato in musica, ma è un atto poietico che non si esaurisce quando i suoni si spengono e resta il silenzio. Quel “qualcosa” è fatto con la complicità di tutto il bello che lo attraversa, e per coloro che vorranno entrare da quella porta che Antonio Raia lascia accostata e che si varca perché quando lui soffia in quel sassofono, c’è da restare incantati.

“Asylum” esce il prossimo 16 novembre; fossi in voi andrei ad aprire quella porta lasciata accostata, dalla quale escono sensazioni; 

E tu, che sensazione sei? 

 

Simona Stammelluti

Mi sono domandata dove fosse finito l’Ozpetek di “Le fate ignoranti“, di “Saturno Contro”, di “Un giorno perfetto” o di “Rosso Istanbul“. Mi sono chiesta dove fosse finito quel filo conduttore che ha caratterizzato negli anni il regista turco, ossia quella capacità di raccontare momenti di umana crisi, in un contesto intimo ma allo stesso tempo schietto, scevro di architetture stilistiche, senza urtare mai la suscettibilità di chi vive i suoi film.

A Napoli Velata manca più di qualcosa; manca intanto una buona sceneggiatura. Quella che c’è è debole, alcuni dialoghi sono miseri e poco realistici. Eppure come sempre Ferzan Ozpetek vince sia al botteghino che con la critica, considerato che da bravo regista, anche con poco ha saputo fare quel tanto che basta per poter essere ricordato. Si è servito di un ottimo cast, e di una città che pulsa, che affascina, che trasuda magia, storie, modalità di vita e veracità.

Ha raccolto tutto il regista e lo ha regalato attraverso squarci di città, le opere d’arte, i palazzi storici, i sotterranei; La Napoli di ieri, quella di sempre, fatta di superstizione, di numeri che hanno un significato, di opere semiserie, di vicoli, di opere d’arte e poi di sotterfugi, di segreti, di invidie e di silenzi velati. E poi la Napoli più nuova, quella metropolitana dove transita la vita, quella che passa e che diventa piccola fino a scomparire.

E’ un film che racchiude in se erotismo, e questo Ozpetek lo sa raccontare bene, considerato che non è certo la prima volta che se ne serve nei suoi racconti cinematografici. Lo fa con una Giovanna Mezzogiorno e un Alessandro Borghi che riempiono buona parte del film con scene di sesso molto credibili, aiutati anche dalla scelta del regista che inquadra dettagli, proponendo spesso i primi piani, preferendo una fotografia nitida, con un processo interpretativo coerente e senza effetti speciali.

Bene la Mezzogiorno nella parte iniziale, noiosa nel resto del film. Borghi va bene fin quando fa la parte del protagonista, ma quando veste i panni di un fantomatico gemello, perde verve e carisma e diventa anch’egli noioso.

Il film a mio avviso nasceva con l’aspirazione di essere un thriller, ma non ci riesce appieno, e non ci riesce perché la storia è misera. I thriller si basano su intrecci che qui mancano clamorosamente. E’ la storia di Adriana, una donna sola, che è cresciuta con i suoi zii, che nella vita fa il medico legale, che da bambina ha visto sua madre suicidarsi dopo aver ammazzato suo padre, e che sembra vivere una realtà normale, fin quando incontra un uomo, passa con lui una notte di sesso e grande passione, senza rivederlo mai più, perché lo stesso viene ucciso. Sarà lei stessa a identificarne il corpo durante l’autopsia. Il regista prova a raccontare le angosce sopite della protagonista che prendono piede quando la stessa, immagina di incontrare un ipotetico gemello dell’uomo con il quale ha consumato una indimenticabile notte di sesso e intorno a questa nuova storia, ruota il resto del film, che racconta di intrallazzi, di tradimenti, di interessi da difendere a qualunque costo, di vite tenute segrete troppo a lungo che finiscono per diventare la porta per capire, anche se troppo tardi, dove stia la verità.

Qualcuno lo ha definito un film filosofico, ma io non credo. E’solo un film che fa il punto su come si faccia spesso finta che vada tutto bene, fin quando la vita non ti presenta il conto e quello delude, spesso, perché troppo caro rispetto a quello che si è avuto. Ecco, dunque, cadere il velo dagli occhi che finalmente hanno voluto vedere. Ma il velo resta, su quelle cose che è bene restino così come sono, segrete o non del tutto comprensibili, ma esclusivamente perché appartengono ad un popolo e non un singolo, perché rappresentano emozioni collettive e non isolate. E poi racconta di quella “napoletanità” che è così verace che non ha bisogno certo di interpretazione, o di chiavi per convincere.

Il cast ospita oltre a Borghi e alla Mezzogiorno anche Anna Bonaiuto e Lina Sastri, entrambe brave anche nei loro ruoli marginali; e poi ancora Luisa Ranieri e la Isabella Ferrari che Ozpetek sceglie ancora, evidentemente perché le appartiene una capacità di interpretare le intenzioni, più che le battute. Non si fa fatica a notare la bravura spiccata di Peppe Barra, che nel film fa Pasquale, il promiscuo teatrale, colui che tiene insieme tutti gli altri personaggi, che sa tutto di tutti, che sa mediare, che sa raccontare storie vere ed inventate, che poi paga con la vita l’essere stato dalla parte giusta rispetto alle vicende che brulicano di interessi.

Napoli è dunque velata di misteri e svelata nella sua vena sanguigna, e nel binomio vedere-non vedere, si snoda una storia che un po’ ti fa credere di essere capitato nel posto giusto e un po’ ti fa rimpiangere le storie del passato, come quando scegli di fare le scale a piedi perché l’ascensore è rotto…tocca arrivare in cima per capire se è valsa la pena.

https://www.youtube.com/watch?v=7oqRQ6XkpBQ

Simona Stammelluti


La sua storia, una di quelle storie che avrebbe dovuto avere un lieto fine, ed invece 40 anni di attività finiscono dietro una saracinesca che sabato prossimo si abbasserà per sempre
Sembra che il destino volesse che io scrivessi anche di quella Napoli che ha tanti lati oscuri, tante ingiustizie e tante cose che forse, non andranno mai per come dovrebbero.
Fatto sta che a distanza di poche ore dal mio articolo su una Napoli che spesso è vittima di pregiudizi, mi trovo – con volontà – a raccontare la storia di Ciro. Perché se smettiamo di farci andar bene tutto, se smettiamo di stringerci nelle spalle ogni qualvolta ci imbattiamo in qualcosa che non va, in una ingiustizia, in un sopruso, forse non sarà oggi, non sarà domani ma qualcosa prima o poi, prenderà un vento diverso.
Tutti i giornali italiani, dovrebbero raccontare oggi, la storia di Ciro, visto che siamo proprio alla vigilia del suo gesto così triste e così significativo di abbassare la saracinesca della suo negozio di alimentari, dopo 40 anni di attività.
Ma andiamo per ordine. Ciro Scarciello è il titolare di un negozio sito nella zona Maddalena, a Napoli, vicino la stazione Centrale. Maddalena è una zona di “mercato”, area popolata da centinaia di bancarelle e poco distante i mercatini etnici. Qui napoletani e africani convivono e si dividono spazi e clienti, ed in comune hanno il fatto di dover pagare il pizzo alla camorra. Era in una di quei giorni di riscossione che accade quello che è stato definito “l’effetto collaterale” ossia il ferimento di una ragazzina, proprio mentre la discussione tra chi deve dare e chi deve prendere, degenera. L’africano si era rifiutato di pagare, i guadagni erano pochi, non aveva i soldi. Ma si fa presto a far capire chi comanda, e dalle parole si arriva ai fatti. Gli ambulanti si ribellano, ma c’è poco da fare; la violenza si accende, le armi fanno il resto: feriti tre ambulanti e la ragazzina di 10 anni, vittima innocente, centrata ad un piede e ad una gamba.
E Ciro? Ciro che colpa ha, in tutto questo? Anche lui, è un effetto collaterale di quella storia. Ciro Scarciello non ha nessuna colpa, anzi. Ciro è un uomo coraggioso che decide di raccontare quel che ha visto, decide di rilasciare un’intervista ad una trasmissione televisiva per denunciare quel che accade, decide di dire ciò che tutti sanno, ma che nessuno ha il coraggio di denunciare. La camorra controlla tutto quel territorio, il potere criminale è immenso, totalizzante, quasi da togliere il fiato. Se denunci, resti solo al tuo destino già segnato, se poi quel coraggio non ce l’hai, allora devi fuggire, devi andar via, devi gettare la spugna.
Eccola la colpa di Ciro. Ecco l’effetto collaterale di quella sparatoria. Ciro ha avuto coraggio, ma è stato lasciato solo, e sabato prossimo, getterà la spugna. Lo hanno costretto le istituzioni a fare questo, perché per primi lo hanno lasciato solo, solo al suo destino, solo con i suoi problemi vivi e a quanto sembra, ormai irrisolvibili.
A mantenere alta l’attenzione sulla storia di Ciro e sulla sua attività, l’imprenditore Luigi Leonardi, che denunciò la camorra, che si ribellò al sistema che voleva stritolarlo, e che fu anch’egli lasciato solo dalla sua stessa famiglia.  E’ proprio Leonardi – oggi sotto scorta – che con video, interviste e post ha cercato nel corso dei mesi, di restituire a Ciro non solo i suoi clienti, ma anche una dignità che gli è stata violentemente negata.
Ma dopo quell’intervista denuncia, a Ciro hanno girato tutti le spalle, tutti lo hanno evitato, facendo il vuoto intorno a lui. Ciro ha smesso di essere il salumieri di fiducia dei napoletani del rione, è diventato invisibile, ed anche quell’ignorare, è il segno tangibile di una omertà che è più forte di qualunque battaglia. Non è terra di eroi, non è tempo di eroi, forse. Eppure nel video girato proprio da Leonardi nella salumeria (ormai vuota) di Ciro poche ore fa, si avverte forte la delusione di Ciro, che parla a cuore aperto di come i risultati siano stati scarsi.
Ho incontrato un sacco di gente – dice Ciro nella toccante intervista amatoriale fatta da Leonardi – assessori al commercio del Comune, il Sindaco, qualcuno della Regione; qui sono venuti tutti, ci siamo fatti foto, ci sono state strette di mano, e poi appuntamenti fissati e non rispettati…non certo da me“.
La sera, quando torno a casa – continua Ciro – dopo aver incassato 20, 30 euro, contro le 400 incassate un tempo, vengo assalito dalla delusione più che altro per essere stato usato da tutti, da Saviano, da De Magistris, da tutti i giornali, da tutti quelli che nel momento opportuno hanno cavalcato l’onda perché facevo e faccio notizia. Vado via da qui con tristezza, ringraziando il quartiere; credevo che potesse esserci qualche miglioramento, ma qui le cose vanno sempre peggio. Qui si rischia ogni giorno“.
Il messaggio è che la criminalità è più forte, le istituzioni non fanno il loro dovere, la paura sale e ci vorrebbero uno, cento, mille Ciro Scarciello e Luigi Leonardi, perché girarsi dall’altra parte non è mai la soluzione, e gli eroi, oggi, vestono i panni di chi lavora e non vuole più abbassare la testa, esattamente come hanno fatto loro.
Simona Stammelluti


Il resto del mondo ci mette addosso delle etichette, così come si fa con le merci da banco di un mercato generale. Su quelle etichette ci sono prezzi che salgono e scendono a seconda dell’annata, di ciò che accade e di come appaiono alcune circostanze agli occhi di chi è capace di tenerci d’occhio, ma che probabilmente non ci ha mai guardato abbastanza da vicino per attribuire a qualcosa un reale valore o “disvalore” che sia.
I cliché sono il leitmotiv di molte descrizioni che vengono fatte di luoghi, persone, fatti e circostanze. Si utilizzano i cliché perché sono come alcuni capi di abbigliamento, vanno bene per tutte le stagioni.
E così accade che in un giorno qualunque, senza neanche avvisarti, ti attaccano addosso un’etichetta che potrebbe anche cambiare per sempre la tua fisionomia, perché è come un pugno in faccia, come quell’offesa che – una volta ricevuta – dopo non è più nulla come prima. E allora devi provare almeno a capirne i “perché” di quell’onta, perché altrimenti ti sembra di subire senza avere una possibilità di riscatto.
Ma a riscattare Napoli, da quell’accusa arrivata in un giorno di “sole” dal “Sun” (che strano gioco di parole) – che la inseriva in quella stupida lista delle 10 città più pericolose al mondo – dovrebbe essere ognuno di noi, napoletano e non. Perché la storia che “Napoli é camorra, pizza e Vesuvio” è un luogo comune che disprezza senza appello. Un po’ come hanno fatto quelli del famoso tabloid inglese, che hanno giudicato, probabilmente senza mai aver messo piede a Napoli.
Senza dubbio di moda, la classifica del Sun! Riguardava i centri urbani ritenuti più a rischio in 10 diverse aree geografiche del mondo, scelti per le ragioni più varie: dal terrorismo alla droga, dagli omicidi alla presenza di gang mafiose o criminali, dalla guerra, ai disordini razziali, alla violazione dei diritti umani. Una mappa – quella tracciata dal famoso quotidiano britannico – in cui il capoluogo campano era stato additato come la città più pericolosa dell’Europa occidentale, accanto a luoghi come Mogadiscio (in Somalia, la peggiore in Africa) o addirittura Raqqa (capitale dell’Isis in Siria, indicata per il Medio Oriente).
Reazioni e polemiche si sono alzate come un coro di voci all’unisono e forse proprio per questo, come se nulla fosse successo, Napoli scompare dalla mappa aggiornata venerdì sera alle 20,35.
Napoli è il sud. Rappresenta quella parte di una nazione dove alcune cose vanno meno bene che altrove, dove alcuni riscatti sono più difficili, dove la malavita – esattamente come in Puglia, Calabria e Sicilia – ha radicato una mentalità più che la delinquenza, dove la faccia buona del popolo partenopeo è girata sempre di spalle.
A Napoli (per lavoro).
Ho alloggiato “volutamente” ai quartieri spagnoli, da sempre definito uno dei luoghi più pericolosi della città.
“Mica sempre ci esci vivo da lì” – ho sentito spesso dire.
“Accade di tutto” – ripete chi dice di conoscere bene Napoli.
È vero, accade di tutto. Ma accade anche che si viva una vita normale, in quel quartiere descritto come “molto pericoloso”.
Via Francesco Giraldi, è tutta in salita. Da un lato e dall’altro della strada ci sono diverse attività. Salumerie, fruttivendoli, lavanderie, negozietti vintage, spacci (inteso come drogheria) e il profumo del caffè che sembra scendere dal cielo.
Nel mio esperimento nei quartieri spagnoli giro con un pantaloncino di giorno, e con un vestito corto e tacchi di notte. Ho al braccio un orologio costoso e la borsa la porto appoggiata alla spalla, lato strada. Appena imbocco via Giraldi, un signore sulla cinquantina che è sulla soglia della salumeria davanti alla quale passo e che mi saluta con un “Buongiorno!”, si offre di portarmi il trolley fino al portone dove alloggio. Accetto. Chiacchieriamo con poche parole circa il caldo che è sceso di botto. Arrivo, ringrazio e mi sento rispondere “signora, sempre a disposizione“.
Per strada ci sono bambini che giocano e ridono. Fin qui tutto bene. Sfrecciano motorini e macchine smarmittate. Due signore si parlano dal balcone di quei figli che fanno sempre troppo tardi la sera. Ho bisogno di una indicazione; più di qualcuno si offre di aiutarmi. Siamo ai quartieri spagnoli. Mi guardano passare, ma nessuno fa caso alle mie gambe scoperte, nessun apprezzamento, nessuno mi infastidisce. È il primo pomeriggio di un giorno qualunque quando una macchina salendo per la medesima via, urta violentemente contro un motorino parcheggiato sul marciapiede. Vedo la scena da poca distanza. Penso: “adesso finisce male“. Ecco che sale anche in me il pensiero comune. “Sono a Napoli, questi sono i quartieri spagnoli, da qui non sai se esci vivo” – penso come una donna, ma faccio la giornalista e quindi osservo senza pregiudizio. Rallento e mi godo la scena. L’autista della 600 blu, scende dall’auto e va incontro al padrone dello scooter che nel frattempo è uscito dal suo negozio.
“Mi dispiace, ero distratto. Vedi che danni ci sono allo scooter che te lo faccio riparare“. Nessuna scazzottata, nessuna arma, nessuna tragedia. Il mio soggiorno a Napoli continua tra cordialità, utilizzo della metro nelle ore tarde e il rientro ai quartieri spagnoli in notte fonda. Niente. Non accade niente. Non vedo segno evidenti di spaccio, nessuno mi importuna, non arriva neanche una pattuglia di carabinieri a sirene spiegate. Magari è arrivata il giorno dopo la mia partenza; magari qualche giorno più tardi un ragazzo sarà morto di overdose, e la rissa che io “non ho visto” si sarà consumata poco più in là, mentre si consumava uno scippo (Ma a me l’orologio costoso e la borsa non l’ha toccata nessuno). Tutto possibile, così come in altre città che potrebbero essere definite altrettanto pericolose quanto e più di Napoli e parlo di Bari, per esempio, che conosco bene, dove sono nata e cresciuta e dove ci sono posti nei quali si consumano crimini e misfatti, e che sa divenire pericolosa già dall’imbrunire, in alcune zone o dove scippano una donna nei “quartieri cosiddetti buoni” o dove con quello stesso pantaloncino indossato ai quartieri spagnoli, probabilmente sarei stata molestata.
Bisogna avere lucidità e dati alla mano, prima di attaccare un’etichetta ad un luogo, così come ad una comunità o ad una tradizione. E quella napoletana è fatta di tante cose, oltre alla pericolosità di alcune zone. Difficile concepire Napoli come una città simile a Raqqa. La cultura, la voglia di cambiamento, il tentativo di estirpare la mentalità che “il delinquere sia più facile del costruire pulito”, la denuncia di tutto quello che non va, dovrebbe essere l’obiettivo comune di un sud Italia che ha bisogno di riscatto, che ha bisogno di vivere una nuova stagione fatta di intenti e di impegno sociale e politico, di porte aperte al nuovo e alla voglia di “non avere più paura”.
Simona stammelluti