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C’era una volta…Prince

foto di Max Pucciarello

Sembra essere un anno nefasto, questo 2016, per la musica mondiale, per generazioni intere che hanno vissuto gli anni migliori della propria esistenza, scanditi da vere e proprie colonne sonore, che, solo a pensarlo che ad oggi gli autori non ci siano più, vien proprio da piangere.

Natalie Cole, David Bowie, Glen Flay degli Eagles, Paul Kantner dei Jefferson Airplaine, Maurice White degli Eart, Wind & Fire e poi lui…Prince. La notizia è solo di un giorno fa. Tutti pensano ad una bufala ed invece è tutto vero. Si scopre poco dopo che i media hanno dato la notizia della sua scomparsa, che a stroncare il re del pop mondiale è stata, presumibilmente, una dose massiccia di oppiacei.

Immagino l’espressione e lo sgomento di chi ha scoperto il corpo del cantante nell’ascensore degli Studios dove il cantante registrava. Lo sgomento e l’impossibilità di sottrarsi alla responsabilità di dare quella notizia, che poi è divenuta di dominio pubblico ed in poche ore ha fatto il giro del mondo, mandando al tappeto l’animo di tutti coloro che lo hanno incoronato icona, ed anche di chi magari, almeno una volta nella vita, si era imbattuto in uno dei suoi maggiori successi.

C’era una volta, Prince.

Oggi non c’è più colui che calcava le scene, in spettacoli che erano un vero e proprio tripudio di geniale versatilità, creatività e alla continua ricerca di qualcosa di fantasmagorico che potesse soddisfare se stesso, prima ancora che il suo pubblico.

Difficile tracciare un profilo su un artista che ha venduto milioni di dischi, che ha fatto la guerra alle major, che ha cambiato tanti nomi e che alla fine, muore perché lontano dalle droghe non riesce proprio a stare. Perché sempre più spesso ormai ci si domanda perché si resta schiacciati sotto il peso delle dipendenze, proprio quando la vita ti concede tutto o forse troppo. E se il quel “troppo” c’è la risposta, è anche vero che non è per tutti, essere un’icona, oltre a tutto quello che quel ruolo comporta.

Definirlo artisticamente potrebbe sembrare facile, considerato che da un figlio di jazzisti, non ci si aspetta proprio che diventi uno degli artisti più influenti degli ultimi decenni. Musicista, cantante, attore, produttore, che ha “cavalcato” tutti i generi musicali: il calore del soul, l’irruenza del rock, la sensualità del funky. Tutto contaminando, scrivendo vere e proprie “formule musicali”, sperimentando la fusione del rock con la black music. Tutto era “spettacolare”, spesso trasgressivo, condizioni che potevano appartenere solo ad un “affamato” di musica, ad un irrequieto ma al contempo creativo. Attraverso la sua musica ha parlato alle masse. Ha parlato di sesso e di libertà, di ribellione.

Era senza dubbio un personaggio estremamente egocentrico, un anarchico, un megalomane, a tratti “profetico”. E tutto questo si esalta attraverso quel suo desiderio di cambiare nome spesso, per poi restare però per tutti sempre e solo Prince, quello di “purple rain”, di “when doves cry”, di “cream”.

C’era una volta, Prince.

Il genio di Minneapolis, il polistrumentista che scriveva, suonava ed arraggiava “da solo” tutti i suoi pezzi. Lo stesso che durante i suoi concerti dava largo spazio però ai suoi musicisti e alle coriste. Prince, il genio che si è sempre, sempre, sempre rinnovato nel tempo senza mai snaturalizzare la sua natura.

“Slive” si dipinse sul volto per un periodo di grande ribellione, mentre difficile è contare le sue tante e tormentate storie d’amore, che però facevano parte del suo essere “un mito”. Un mito schivo, che rifuggiva le occasioni pubbliche, le interviste dei media, tanto che ci fu un gran vociare sulla sua mancata partecipazione alla registrazione di “we are the world” dove furono presenti tutte le star americane di quel periodo storico.

Ci fu un grande jazzista che si interessò al “fenomeno” Prince, e che ebbe a paragonarlo anche all’immenso Duke Ellington. Questi fu Miles Davis, genio anch’egli della musica del 900. E che ci fosse una vena jazz, nella genialità di Prince non lo si può certo escludere, considerato che ogni forma di contaminazione conduce ad un trampolino dal quale ci si lancia in una sorta di bolla di improvvisazione, che quando poi si rompe, restituisce i frammenti di un bel viaggio fatto in lungo e in largo nelle armonie da collezionare.

Ha collezionato tanto, Prince, nella sua vita e nella sua carriera e dunque una bella storia, attraverso la sua musica, ricomincia oggi, dopo un giorno di lutto che lascia un po’ storditi ma senza rimpianti.

E allora possiamo ancora raccontarla.

C’era una volta…Prince.

Simona Stammelluti

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C’era una volta…Prince

foto di Max Pucciarello


Sembra essere un anno nefasto, questo 2016, per la musica mondiale, per generazioni intere che hanno vissuto gli anni migliori della propria esistenza, scanditi da vere e proprie colonne sonore, che, solo a pensarlo che ad oggi gli autori non ci siano più, vien proprio da piangere.
Natalie Cole, David Bowie, Glen Flay degli Eagles, Paul Kantner dei Jefferson Airplaine, Maurice White degli Eart, Wind & Fire e poi lui…Prince. La notizia è solo di un giorno fa. Tutti pensano ad una bufala ed invece è tutto vero. Si scopre poco dopo che i media hanno dato la notizia della sua scomparsa, che a stroncare il re del pop mondiale è stata, presumibilmente, una dose massiccia di oppiacei.
Immagino l’espressione e lo sgomento di chi ha scoperto il corpo del cantante nell’ascensore degli Studios dove il cantante registrava. Lo sgomento e l’impossibilità di sottrarsi alla responsabilità di dare quella notizia, che poi è divenuta di dominio pubblico ed in poche ore ha fatto il giro del mondo, mandando al tappeto l’animo di tutti coloro che lo hanno incoronato icona, ed anche di chi magari, almeno una volta nella vita, si era imbattuto in uno dei suoi maggiori successi.
C’era una volta, Prince.
Oggi non c’è più colui che calcava le scene, in spettacoli che erano un vero e proprio tripudio di geniale versatilità, creatività e alla continua ricerca di qualcosa di fantasmagorico che potesse soddisfare se stesso, prima ancora che il suo pubblico.
Difficile tracciare un profilo su un artista che ha venduto milioni di dischi, che ha fatto la guerra alle major, che ha cambiato tanti nomi e che alla fine, muore perché lontano dalle droghe non riesce proprio a stare. Perché sempre più spesso ormai ci si domanda perché si resta schiacciati sotto il peso delle dipendenze, proprio quando la vita ti concede tutto o forse troppo. E se il quel “troppo” c’è la risposta, è anche vero che non è per tutti, essere un’icona, oltre a tutto quello che quel ruolo comporta.
Definirlo artisticamente potrebbe sembrare facile, considerato che da un figlio di jazzisti, non ci si aspetta proprio che diventi uno degli artisti più influenti degli ultimi decenni. Musicista, cantante, attore, produttore, che ha “cavalcato” tutti i generi musicali: il calore del soul, l’irruenza del rock, la sensualità del funky. Tutto contaminando, scrivendo vere e proprie “formule musicali”, sperimentando la fusione del rock con la black music. Tutto era “spettacolare”, spesso trasgressivo, condizioni che potevano appartenere solo ad un “affamato” di musica, ad un irrequieto ma al contempo creativo. Attraverso la sua musica ha parlato alle masse. Ha parlato di sesso e di libertà, di ribellione.
Era senza dubbio un personaggio estremamente egocentrico, un anarchico, un megalomane, a tratti “profetico”. E tutto questo si esalta attraverso quel suo desiderio di cambiare nome spesso, per poi restare però per tutti sempre e solo Prince, quello di “purple rain”, di “when doves cry”, di “cream”.
C’era una volta, Prince.
Il genio di Minneapolis, il polistrumentista che scriveva, suonava ed arraggiava “da solo” tutti i suoi pezzi. Lo stesso che durante i suoi concerti dava largo spazio però ai suoi musicisti e alle coriste. Prince, il genio che si è sempre, sempre, sempre rinnovato nel tempo senza mai snaturalizzare la sua natura.
“Slive” si dipinse sul volto per un periodo di grande ribellione, mentre difficile è contare le sue tante e tormentate storie d’amore, che però facevano parte del suo essere “un mito”. Un mito schivo, che rifuggiva le occasioni pubbliche, le interviste dei media, tanto che ci fu un gran vociare sulla sua mancata partecipazione alla registrazione di “we are the world” dove furono presenti tutte le star americane di quel periodo storico.
Ci fu un grande jazzista che si interessò al “fenomeno” Prince, e che ebbe a paragonarlo anche all’immenso Duke Ellington. Questi fu Miles Davis, genio anch’egli della musica del 900. E che ci fosse una vena jazz, nella genialità di Prince non lo si può certo escludere, considerato che ogni forma di contaminazione conduce ad un trampolino dal quale ci si lancia in una sorta di bolla di improvvisazione, che quando poi si rompe, restituisce i frammenti di un bel viaggio fatto in lungo e in largo nelle armonie da collezionare.
Ha collezionato tanto, Prince, nella sua vita e nella sua carriera e dunque una bella storia, attraverso la sua musica, ricomincia oggi, dopo un giorno di lutto che lascia un po’ storditi ma senza rimpianti.
E allora possiamo ancora raccontarla.
C’era una volta…Prince.
Simona Stammelluti

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