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A parlare con me, circa quella che è stata definita “la guerra del libro”, Michele Falco, editore quarantenne, pieno di talento e con lo sguardo puntato su un futuro di successi e di solidità imprenditoriale. Uno di quelli che pensa, e poi realizza, che usa l’intuito per riuscire e che verso il futuro ci va con passione. Lui, figlio di un grande intellettuale ed editore, della cultura parla come di una “virtù familiare” poi divenuta vizio.

Mi interessava sapere come un editore di quelli affermati nel settore, vedesse l’attuale situazione che ha diviso il mondo dell’editoria, circa la famosa – e storica – fiera del libro.

D: Dott. Falco, è notizia delle ultime ore che gli editori hanno rotto gli indugi e hanno detto di volere la fiera del libro a Milano. Lei è della stessa opinione? Se no, ci dica perché difende la fiera di Torino.

Gli editori che vogliono che la fiera si sposti a Milano, che hanno deciso sia meglio così, sono solo “alcuni editori” dell’Aie(Associazione Editori Italiana), sono pochi. La fiera del libro di Torino raccoglie da sempre tantissimi piccoli, medi e grandi editori italiani e internazionali, e ritengo in questi anni abbiano avuto –  pur nelle critiche che rivolgo a singoli aspetti organizzativi –  ospitalità e opportunità di rendersi visibile e soprattutto di rendere visibile la propria azione editoriale. Questo è accaduto anche a me, sono proprio testimone di questo.

D: Il presidente della regione Piemonte rilancia; dice che salTo 2017 si rifarà e che ci sono anche nuovi progetti in cantiere. Ci racconta le sue 10 edizioni delle 30, del salone del libro e cose porta, ad una casa editrice “artigianale” come la sua, in termini di visibilità e concretezza, essere a quella specifica fiera del libro.

Le polemiche degli ultimi anni –  che non hanno toccato l’organizzazione interna della Fiera del libro di Torino ma La Fondazione che ne gestisce il funzionamento e soprattutto i finanziamenti a disposizione – non hanno aiutato la credibilità della Kermesse torinese, ma ripeto riguarda questioni interne e politiche, non di rapporto con noi editori. Tutto ciò ha creato le condizioni perchè Milano avesse le motivazioni per farsi avanti. Certo che una fiera con a capo degli Editori – se mi posso permettere – è la pre-condizione del proprio fallimento. Una sorta di “conflitto di interessi”; chi gestisce una Fiera rivolta a tutte Le Case editrici “deve essere” super partes. Galassia Gutenberg, la fiera del libro di Napoli, fallita miseramente, insegna.
Non boccio a priori la fiera di Milano, attendo con ansia quelli che saranno i programmi dei miei colleghi per poter valutare e decidere. Certo, per un editore romantico come me, metà maggio è da oltre dieci anni, dedicato alla città di Torino.

D: Era necessaria secondo lei una tale spaccatura in un momento in cui l’editoria sconta un numero storicamente bassissimo di lettori?

Probabilmente no, ma aspettiamo nel dettaglio cosa propone Milano e se possibile invito formalmente tutti gli operatori a un maggior coinvolgimento di tutti gli editori, che immagino possano solo arricchire di idee e iniziative la fiera del libro che verrà. In fondo il risultato finale deve essere il rispetto del lettore e delle sue esigenze.

D: Feltrinelli ha votato contro, lo spostamento della fiera a Milano. Se dovesse azzardare le loro motivazioni, cosa pensa abbiano detto?

Probabilmente perché in questo momento serve lungimiranza e non gioco di forza.

D: Perché secondo lei Milano non ha proposto una edizione complementare e non sostitutiva? Mi spiego. Torino, Roma…ed anche Milano. Una porta in più dalla quale far passare i lettori, non una decisione sul dove.

E’ proprio quello che invece si dovrebbe fare. Proporre, ingrandendo, integrando e non certo dividendo, o usando soluzioni rigide. I lettori si aspettano un mondo da attraversare e siamo noi, tutti insieme, a dover dar loro questa chance.

D: Si dice che il cambiamento porti in se cose buone. Non se ne comprende il perché in questo preciso caso. Ci spiega le motivazioni che solo un editore come lei, può comprendere anche non condividendole?

I cambiamenti dovrebbero sempre essere considerati in virtù di un processo di miglioramento, e se vige una sorta di caos, difficilmente il cambiamento può portare cose buone, soprattutto in un settore nel quale la costanza, genera il successo.

Michele Falco con suo padre Pasquale

Voglio ricordare a me stesso un antico adagio: “chi lascia la vecchia strada per la nuova sa quello che lascia ma non sa quello che trova”.

Simona Stammelluti