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Paolo Virzì ha la capacità artistica di trattare temi sociali, problematiche del vivere con una sorta di leggerezza tipica della commedia; ma non lo fa mai in maniera superficiale. Trova sempre la strada giusta, la sua strada, quella che finisce dritta dritta nella storia di protagonisti che con le loro vicissitudini e con una sorta di coralità, riescono a mettere l’accento su quel che spesso conosciamo ma facciamo finta di non sapere.

Un linguaggio, quello di Virzì, palpitante, che non mostra incertezze, sa sempre cosa dire e come, aiutato – in questo caso – dalla fotografia di Luca Bigazzi, capace di dare alla pellicola il colore della “Siccità” quel giallo che sa di arido, di deserto, di secca e ci si domanda come abbiano fatto a creare quelle inquietanti zone desertifiche lì dove scorre il Tevere.

Una desolazione che ricorda il cinema neorealista, non solo nella rappresentazione dei luoghi ma anche nella distanza angolare dal tema principale, per addentrarsi nella crudeltà di alcune vite, in un determinato periodo storico, ed in questo caso distante, posto più in là, surreale ma non troppo.

E così, in una ipotetica Roma in cui non piove da tre anni e dunque schiacciata dal dramma della siccità, si muovono vite che in un momento così difficile, mostrano tutti i propri limiti.

Virzì mette in scena la “siccità” di una società che vive di apparenza, di consensi, di mancanza di dialogo, di deriva, di scontentezza, di irrisolto. Tutte le storie che finiscono per far incontrare e scontrare i vari personaggi, narrano di piccoli drammi, di tradimenti, di sfiducia, di incapacità di gestire il proprio vivere con tutte le problematiche annesse, siccità compresa.

La logica dell’egoismo di chi lava la macchina o annaffia una piantina, la voglia di riscatto di coloro che hanno perso tutto sin da tempo ma che hanno ancora qualcosa in sospeso con il passato, la volontà di scappare da un vivere che è angosciante anche se agiato; tutto si muove velocemente, in maniera dinamica nel film, come le blatte che infestano la città, che ci sono ma che tutti fanno finta di non vedere, come se tutto fosse normale, come se ci si possa abituare a tutto.

Fino al punto di rottura, fino a quando una nuova malattia di natura virale incomincia a mietere vittime.
Eppure Virzì sa mettere sotto i riflettori le problematiche che sono davvero all’ordine del giorno: soluzioni che arrivano troppo tardi, le Tv a cui non interessa nulla se non l’audience, le ospitate degli esperti che finiscono nel meccanismo perverso della notorietà. Tutto mentre fuori si prova a continuare a vivere e a sopravvivere.

E poi la distanza tra il mondo dei ricchi e gli altri. Non c’è problema che possa coinvolgere chi ha, chi sa dell’esistenza di un problema ma lo vive di striscio, perché i soldi possono tutto, possono tracciare una linea di confine che lascia fuori ogni problematica, anche la siccità.

Non in ultimo nel film si racconta la conseguenza delle azioni umane, quelle consumate come se non avessero mai conseguenze ma che un giorno ti si parano dinanzi chiedendoti il conto, o meglio destinandolo alle generazioni successive, senza tralasciare il significato di “fare a meno”, di razionare, di “non sprecare”.

Tutto questo raccontato senza retorica, senza prosopopea, con un impianto narrativo che scivola dentro la coscienza di tutti.

Gli attori scelti da Virzì sono una garanzia di riuscita; Silvio Orlando che fa un detenuto che per sbaglio esce dal carcere, sembra essere finito in un’altra epoca, e sfrutta quella situazione fortuita per ricongiungersi ad un passato lontano e doloroso; Valerio Mastandrea, ex autista di Palazzo Chigi che si reinventa come simil tassista, separato dalla moglie, con una talentuosa figlia adolescente che fa i conti con gli stenti e il fallimento, Claudia Pandolfi nei panni di un medico, in una nuova relazione, ma che sa e che tace circa il tradimento del suo nuovo compagno (Vinicio Marconi), con una sua ex compagna di liceo, (Elena Lietti), che a sua volta vive con un ex attore, (Tommaso Ragno), intrappolato nella logica del dover mantenere alta la sua popolarità sui social tanto da dimenticare di avere un figlio troppo giovane per essere così insoddisfatto, che tenta ogni giorno di rovinarsi la vita; e poi ancora la storia di un giovane scarto della società che trova un lavoro come bodyguard presso una famiglia prestigiosa ma che alla fine non reggerà il peso degli eventi, e un ex commerciante che ha perso tutto (Max Tortora) che vuole raccontare in tv le sue disavventure. Nel film c’è anche Monica Bellucci che fa un piccolo cameo.

Incapacità di comunicare, una “siccità” di comprensioni, dentro una valanga di fragilità.

Ma anche i giovani attori, nel film, fanno egregiamente il loro compito; sono credibili e sanno essere anche il file rouge che unisce le storie.

La vita di tutti loro in qualche modo si intreccia con quella degli altri, mentre regna il caos, il dramma a tratti vestito a festa, e su tutto la consapevolezza che da alcune situazioni – siccità compresa – non si scappa.

Bravo Virzì a “non risolvere” le storie. Il finale aperto su tutti i personaggi, proprio quando la siccità cessa, lascia allo spettatore la libertà di scegliere il finale più giusto, soprattutto per il personaggio con il quale si è empatizzato di più.

Un film che parla di umanità, di una umanità che è assetata, continuamente alle prese con problematiche e dinamiche spesso spiacevoli.

Non si fa fatica a riconoscere il riferimento biblico che Virzì inserisce nella pellicola, mentre Silvio Orlando vaga per la città “deserta” alla ricerca di una persona a lui cara, e si imbatte in un uomo che tira un asino con sopra una donna incinta; un Giuseppe con Maria, post apocalittici, e al contempo un salto all’indietro all’anno zero.

Virzì sceglie la siccità, come dramma di sfondo, ma lo spaccato raccontato potrebbe riguardare qualunque situazione estrema, come la pandemia, una profonda crisi economica, una guerra inattesa. Ecco perché è tutto così vicino allo spettatore.

Nel caos del dover sopravvivere, nel dramma del dover sopravvivere alla crisi della società e a quella interiore, Virzì regala però la speranza che alla fine, in qualche modo, ogni essere umano così imperfetto e così pieno di fragilità, alla fine può salvarsi e a volte basta la scelta giusta

 

E’ un film che ti lascia un compito; quello di trovare le parole. Parole che siano giuste, perché è facile cadere nel luogo comune. Parole che siano diverse da quelle che il tuo vicino di poltrona racconterà, appena lasciata la sala. Sì, è un film che non ti lascia senza parole…le parole te le consegna. Strana come sensazione. E’ un film fatto di parole chiave, disseminate in una pellicola ben girata, che si serve di attori di caratura; è un film rigoroso, che non fa sconti sulla vita di Stefano Cucchi, che non romanza, se non quel tanto che basta per renderlo fedele più che mai ad una realtà spietata, i cui dettagli lasciano increduli, sgomenti. E’ un film che ti mette tra le mani degli avvenimenti di cui diventi custode, per deciderne poi cosa farne, di quegli avvenimenti, mentre ti interroghi e ti domandi se hai voglia di sperare ancora, oltre che di capire, di andare fino in fondo, qualunque sia la verità che ancora resta sospesa.

Sospesa dove, vi chiederete?
Sospesa in quella fiducia che Stefano chiedeva, quel dettaglio che aiuta qualche volta a non sentirsi soli, e a volte anche a sopravvivere.
Sospesa sulla crudeltà, che ti domandi da dove arrivi così forte e subdola. Ed io me lo sono domandata se ai boss della malavita i carabinieri hanno mai riservato il trattamento che nel film viene riservato a cucchi.
Sospesa sul dolore. Un dolore collettivo, che travolge e che fa male. Il dolore provato da Stefano, un dolore urlato, sofferto, pianto, nel buio e nel silenzio; quel silenzio non solo fisico ma anche emotivo. Stefano è morto da solo, con quel desiderio di un pezzetto di cioccolata mai esaudito; è morto tra la sofferenza e l’indifferenza di chi a volte il suo lavoro lo fa senza abbastanza amore, senza dedizione, senza attenzione.

E’ un film che rimbomba nelle orecchie, nello stomaco, nel cuore.
Il rimbombo delle porte che si chiudono pesantemente, come pesanti sono i passi di Stefano che non ce la fa più. Il rimbombo dei respiri di Stefano, il rimbombo delle sue parole che cambiano tono, che stentano ad essere espresse, che cadenzano una verità che però sembra non interessare a nessuno, intorno a lui. C’è anche il rimbombo dello sbattere di ciglia di Stefano, che piange da solo, che si sente solo, che muore solo, in bilico tra l’agonia e i tanti perché.

Perché?
Cosa stava scontando davvero Stefano Cucchi, in quei 7 giorni di non vita? Un reato che sarebbe stata la legge a stabilire se fosse stato commesso o meno, o la frustrazione di qualcuno che arriva da così lontano, tanto da pretendere a tutti i costi una valvola di sfogo?

E’ un film affilato, che taglia come un bisturi le coscienze … ma dubito che sarà stato così per tutti. Perché ci sarà chi una coscienza non la ha, non l’ha mai avuta o magari l’ha barattata con un applauso a porte chiuse.

E’ un film che va visto “sulla propria pelle”, nudi, svestiti da ogni pregiudizio perché il film pregiudizi non ne ha, o almeno, io non ne ho visti, e vi assicuro che per me è stato più difficile che per altri, fare i conti con quelle dinamiche che hanno fatto divenire gli ultimi 7 giorni di vita di Stefano Cucchi, un viaggio verso la morte, tra camere di sicurezza di caserme dei Carabinieri, carceri, strutture protette, come se fosse il peggiore dei malvimenti. Ah già…non lo sappiamo come li trattano nelle caserme dopo gli arresti i latitanti, i mafiosi, i boss.

E’ un film che non descrive Stefano come la vittima di un sistema ma come vittima di un accadimento, così come scritto nelle oltre 10 mila carte processuali che Cremonini si è studiato prima di scrivere questo film. Il film non fa di Stefano un santo o un martire, ma ne disegna invece le debolezze, gli errori, le fragilità.

C’è il ruolo della sua famiglia, raccontato nella pellicola, anche. Tutti ci siamo domandati nel corso di questi anni come fossero stati i rapporti tra Stefano e sua sorella Ilaria, tra Stefano e i suoi genitori, con la sua famiglia, con i suoi amici. Quella frase che Jasmine Trinca – impeccabile nel ruolo di Ilaria Cucchi – proferisce: “mamma ma non è che non lo conosciamo Stefano … io te lo dico, io non mi faccio più prendere in giro, non voglio più sentire le sue cazzate“. Lo sconforto di quella famiglia che si interrogava, che però a tratti non capiva cosa stesse accadendo ma che subisce tanto quanto Stefano, la ghigliottina di una burocrazia adulterata, confusa e ignobile che impedisce loro di stare vicino ad un loro caro, malgrado i suoi errori e gli accadimenti; impedisce di loro di vederlo, di fargli sapere che ci sono, che non lo vogliono abbandonare al suo destino. Neanche un cambio d’abiti, riescono a consegnargli. Un dettaglio che nel film è descritto con determinazione ma anche con delicatezza.

Stefano si ribella, come può, pone delle condizioni, che però nessuno ascolta. E’ questo che fa male. Tutti vedono, tutti capiscono, in qualche modo, tutti fanno i conti con una realtà che però rifiutano, perché forse è più comodo così.

E’ un film che interroga.

Perché Stefano non parlò circa quel che gli stava accadendo?
Perché non si è difeso per come avrebbe dovuto?
Aveva paura?
O semplicemente lo ritenne inutile, perché lui, aveva capito tutto?
Sapeva già come sarebbe andata a finire?
Perché diede mandato di difesa ad un avvocato d’ufficio, anziché pretendere il suo legale di fiducia?

Quanto male ha subìto Stefano Cucchi?
Questa è l’unica risposta che il film dà, attraverso il lavoro magistrale e certosino di uno straordinario Alessandro Borghi, già apprezzato nel mondo del cinema per altre ottime interpretazioni, ma che sembra in questo ruolo, essere stato investito da un “sentimento” esclusivo, che l’ha messo nei panni di Stefano Cucchi, come che Stefano vi avesse soffiato nel cuore la sua ultima emozione. Perché diciamolo, il bravo attore è quello che interpreta bene una parte, che se la studia e che la recita per come sono le direttive del regista, le esigenze della pellicola e secondo la storia che va raccontata. Ma qui la storia è stata un piccola immensa lotta che dura sette lunghi giorni, mentre si cammina lungo un corridoio che diventa un tunnel che porta alla morte, tra ipocrisie e finto rispetto di quelle regole che talvolta tolgono ad un uomo la dignità che gli spetta, anche se colpevole di una qualsivoglia colpa. Il trucco impressionante, Borghi dimagrito di 18 chili, uno studio sulla voce, sulla camminata, sugli sguardi e sul sorriso di Stefano. Un lavoro cinematografico fatto bene, con i primi piani a raccontare i dettagli, quelli che fanno più pena e danno più dolore, una fotografia calata in un decennio fa, i colori freddi, come il freddo che Stefano sentiva. Un plauso anche a Max Tortora e a Milvia Marigliano, che nella pellicola sono stati Giovanni e Rita Cucchi, nei loro panni di genitori  alle prese con accadimenti che non sono riusciti in qualche modo a fermare.

La cosa sorprendente del film e che non ci sono nomi in rilievo, che non ci sono figure singole inchiodate a responsabilità, né penali né morali ed è questa la forza del film di  Alessio Cremonini, che lo dice in una intervista: “è una storia che riguarda tutti perché racconta di come un uomo entra vivo esce morto da un sistema giudiziario“.Come è noto, la storia giudiziaria del caso Cucchi è ancora in corso, questo film non nasce con la voglia di riconoscere responsabilità singole che eventualmente saranno appurate nelle appropriate sedi, ma mettendo al centro la vita di Stefano, così come si è consumata, mentre imboccava una strada ormai senza uscita.

Attendiamo che sia la giustizia a mettere la parola “fine” sul caso Cucchi.

Io vi invito a vederlo e a farvi una vostra idea, ed è giusto così.

la mia è questa.

E’ un film sul dolore e si sa, “il dolore è traditore; viene fuori piano piano”

 

Simona Stammelluti

(A Stefano)