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Durissime e prontissime le reazioni che si sono scatenate dopo che Porta a Porta ha mandato in onda ieri sera l’intervista a Salvo Riina, ed è bufera su Bruno Vespa e sulla Rai

Salvatore Riina junior, figlio del boss di “cosa nostra”, siede come un vip nel salotto di Bruno Vespa, in seconda serata sulla Tv nazionale, presenta il suo libro, e racconta di quando giunse la notizia della morte di Giovanni Falcone.
Mamma Rai difende il diritto all’informazione, ma adesso la commissione parlamentare antimafia, convoca i vertici, per oggi pomeriggio alle 16.
Alle domande su Falcone e Borsellino, Salvo Riina non risponde e dice di “voler evitare strumentalizzazioni”, ma racconta i suoi ricordi di ragazzo, di quando aveva 15 anni, in quel 23 maggio del 1992, quando ci fu la terribile strage di Capaci”.
“Ricordo il fatto, avevo 15 anni, eravamo a Palermo e sentivamo tante ambulanze e sirene, abbiamo cominciato a chiederci il perché è il titolare del bar ci disse che avevano ammazzato Falcone, eravamo tutti ammutoliti. La sera tornai a casa, c’era mio padre che guardava i telegiornali. Non mi venne mai il sospetto che lui potesse essere dietro quell’attentato” – dice Riina Junior dal salotto di Vespa.
E poi ancora: “Amo mio padre, non sono io a doverlo giudicare”.
Non condivide l’espressione che “l’arresto di suo padre è stata una vittoria dello stato”, l’ospite di Vespa, sottolineando che “quello Stato gli ha portato via suo padre”.
Il coro di dissenso rispetto a questa intervista si è alzato come un polverone che difficilmente si placherà. A parlarne, in tanti, politici, personalità, e gente comune. Ma soprattutto la famiglia di Falcone e Borsellino. Dalle pagine del famoso social Salvatore Borsellino, non la manda a dire e denuncia a gran voce quello che è accaduto.
“[…] , avrei preferito non essere costretto ad essere assalito dal senso di nausea che ho provato nel momento in cui ho dovuto leggere che il figlio di un criminale, criminale a sua volta, comparirà questa sera nel corso di una trasmissione della RAI, un servizio pubblico, per presentare il suo libro, scritto, come dichiarerà lui, per difendere la dignità della sua famiglia.  Di quale dignità si tratti ce lo spiegherà raccontandoci come, insieme a suo padre, seduto in poltrona davanti alla televisione, abbia assistito il 23 maggio e il 19 luglio del ’92 allo spettacolo dei risultati degli attentati ordinati da suo padre per eliminare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Non ci racconterà forse le esclamazioni di gioia di quello stesso padre che descriverà, come da copione, come un padre affettuoso, ma quelle possiamo immaginarle dalle espressioni usate da quello stesso padre quando, nelle intercettazioni nel carcere di Opera, progettava di far fare la “fine del tonno, del primo tonno” anche al magistrato Nino Di Matteo. Non ha voluto rispondere, Salvo Riina, alle domande su Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Non me ne rammarico, quei nomi si sarebbero sporcati soltanto ad essere pronunciate da una bocca come la sua. In quanto al conduttore Bruno Vespa avrà il merito di fare diventare un best-seller il libro che qualcuno ha scritto per il figlio di questo criminale e che alimenterà la curiosità morbosa di tante menti sprovvedute. Si sarà così guadagnato le somme spropositate che gli vengono passate per gestire un servizio pubblico di servile ossequio ai potenti, di qualsiasi colore essi siano. Qualcuno ha chiamato la trasmissione “Porta a Porta”, la terza Camera, dopo la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica, questo significa infangare le istituzioni, infangare la nostra Costituzione, sport che sembra ormai molto praticato nel nostro paese. In quanto a noi familiari delle vittime di mafia eventi di questo tipo significano ancora una volta una riapertura delle nostre ferite, ove mai queste si fossero chiuse, ma ormai purtroppo questo, dopo 24 anni un cui non c’è stata ancora ne Verità ne Giustizia, è una cosa a cui ci siamo abituati, ma mai rassegnati. La nostra RESISTENZA continuerà fino all’ultimo giorno della nostra vita”.
Certo, presentare questo genere di libro, forse investe di qualche responsabilità. I curiosi  – come li chiama Borsellino – non saranno pochi.
Rosy Bindi, lo aveva annunciato che avrebbe chiesto la convocazione del Presidente e del direttore generale della Rai, in commissione, se fosse andata in onda quel che poi è andato in onda, motivando come “con quella scelta si avrebbe la conferma che Porta a Porta si presta ad essere il salotto del negazionismo della mafia”.
Ma sono in tanti ad essere intervenuti sulla vicenda, come il presidente del senato Pietro Grasso che in un tweet ha scritto: “Non mi interessa se le mani di Riina accarezzavano i figli, sono le stesse macchiate di sangue innocente. Non guarderò Rai Porta a Porta”.
Ed ancora Maria Falcone, sorella del giudice ucciso nella strage di Capaci, che dichiara: “Apprendo costernata, considero incredibile la notizia: da 24 anni  mi impegno per portare ai ragazzi di tutta Italia i valori di legalità e giustizia per i quali mio fratello ha affrontato l’estremo sacrificio ed è indegna questa presenza in una emittente che dovrebbe fare servizio pubblico“.
La Rai, non fa marcia indietro, ed oggi – in contrapposizione alla intervista di Riina Junior – manderà in onda proprio a Porta a Porta, una puntata sulla lotto alla criminalità, e a chi ha dedicato la propria esistenza alla battaglia contro me mafie, e fa questo, dice, “per offrire un altro punto di vista da contrapporre a quello offerto al figlio di Riina”.
Non si sono comprese in realtà le vere motivazioni per le quali si è deciso di mandare in onda quella intervista, perché non sembra aver insegnato nulla considerato il contenuto della intervista, malgrado le parole di Vespa, in apertura siano state che “per combattere la mafia bisogna conoscerla bene, e dunque vista dall’interno”.
Family life, è il titolo il libro di Riina junior, nel quale lo stesso racconta di una infanzia di normalità.
A Vespa Riina junior racconta che “a casa loro non avevano mai trasmesso ai figli le problematiche dei genitori. Loro vivevano nella normalità. Non andavano a scuola, e non si chiedevano il perché non avessero una vita normale. Vivevano in una sorta di famiglia diversa. Il padre diceva di fare il geometra, ma lui, il figlio, non ha mai creduto che fosse un lavoro di copertura. Crescendo ha poi cominciato a capire che c’era qualcosa di diverso, poi lui e i suoi fratelli hanno letto il nome del padre sui giornali ma non si chiedevano mai perché si chiamassero in maniera diversa dal padre. Sostiene di aver vissuto una vita diversa ma molto piacevole. Dovevano mantenere il segreto, per mantenere la famiglia unita. Il segreto del padre che era un ricercato, lo ha capito da lui verso il 4-5 anni. La madre considerava il padre un uomo giusto, tutto d’un pezzo, con i valori per la famiglia, per le tradizioni. Il padre quando conobbe la mamma aveva già commesso un omicidio che lui definisce banale, per un banale litigio. Sono stati una famiglia modesta, senza macchine ecc. Lui e i suoi fratelli tutti registrati con il nostro cognome, la gente salutava il padre con rispetto. Il padre voleva che lui fosse il bastone della sua vecchiaia, il figlio maschio che lo aiutasse”.

Simona Stammelluti