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Letizia Battaglia muore a 87 anni, dopo aver amato Palermo visceralmente.
Fotografa di fama internazionale, animatrice culturale, impegnata in politica,  ha raccontato i tanti volti della sua città, e poi la mafia e quel suo scatto dell’omicidio di Piersanti Mattarella, divenuto poi celebre.

“Io con la macchina fotografica al collo, scatto dal finestrino. All’interno della macchina c’è il corpo di un uomo che viene trascinato fuori da un altro uomo. Avevano sparato al presidente della nostra regione ” 

Queste le parole di Letizia Battaglia mentre racconta gli eventi accorsi nel 1980 al quale provava a prestare soccorso il fratello Sergio.

La fotografa si trasferisce poi a Milano nel 1970, ma resta legatissima alla sua terra.
Ha testimoniato con il suo lavoro la stagione del terrorismo a Palermo; realizza le immagini degli omicidi di mafia, per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica. Collabora con le più importanti agenzie internazionali e nella sua carriera hanno celebrato la sua arte, con mostre e premi in Italia ma anche all’estero.

Uno sguardo severo il suo, ma sempre con una luce di speranza.

“Noi eravamo in balia della mafia. Perché c’erano anche politici collusi. La figura oggi di Mattarella come presidente della Repubblica è di grande speranza”. 

Dotata di personalità, carattere e carisma, riversava ogni dettaglio di sé nei suoi scatti che, come lei stessa diceva, erano diversi quando puntava l’obiettivo sui dettagli di Palermo. Trovava le giuste inquadrature, poneva lo sguardo geometricamente rispetto ai luoghi, trovava un senso, e quelle immagini in bianco e nero, durante le stragi di mafia, erano d’obbligo, per evitare che il colore del sangue distogliesse da tutta la scena rappresentata, che nelle sue foto pulsava di umanità violata. Realtà e nessuna censura nelle sue immagini, che hanno assunto nel tempo uno straordinario valore anche storico, considerato che ha immortalato un’epoca, e che poi sono finite nell’archivio dei ricordi di Letizia Battaglia e nelle mostre, come quelle “sospese nel vuoto” nella mostra al Maxxi di Roma nel 2017.
In quella mostra attaccata ad un muro anche il telegramma che Letizia Battaglia ricevette dalla mafia che le ordinava di lasciare Palermo, altrimenti l’avrebbero fatta fuori.
Ma lei mai si fece intimorire.

Non era solo una fotografa, ma una vera fotoreporter alla quale fu riconosciuto il Premio Eugene Smith, a New York. Lei prima donna europea a ricevere quel premio, riconoscimento internazionale istituito per ricordare il famoso fotografo di Life. Nel 2017 il New York Times l’ha citata come una delle undici donne straordinarie dell’anno. Enorme il suo contributo dato al teatro, all’editoria e alla promozione della fotografia come disciplina.

La sua attenzione anche verso il mondo femminile, che ha fotografato fino all’ultimo giorno, come il suo progetto sui nudi di donna, corpi non sexy ma belli, veri e sinceri. I soggetti erano tutte sue amiche. Il ricordo poi della bambina con il pallone, che Battaglia ha rincontrato da adulta, dopo 38 anni, trovandosi dinanzi una donna bellissima, buona, gentile, che ha vissuto la sua vita distante da quella realtà anche se mai la fotografa l’aveva dimenticata perché mai avrebbe potuto dimenticare quello sguardo così greve incastonato in occhi da bambina.

“Nessuna tecnica, solo passione” 

Diceva quando le chiedevano se i suoi scatti fossero istintivi o se seguissero una tecnica.

Un delle sue ultime riflessioni fu proprio sulla vita:

“Bisogna lavorare sodo, solo così si giunge alla conquista di qualcosa di vero e non effimero. Perché la vita è stupenda, io ho 84 anni e la considero ancora e sempre piena di sorprese. E in rapporto a questa meraviglia bisogna impegnarsi molto; con gioia, ma anche sfacciatamente. Ecco: con coraggio. Il coraggio ci vuole, lo dico anche a me stessa”.

Angelo Incardona ha sparato in tutto 15 colpi, con la sua Beretta 92 FS con matricola abrasa. Tre o quattro sono stati sono stati esplosi a casa dei suoi genitori: Giuseppe Incardona 65 anni e Maria Ingiamo 60 anni, ferendoli solo di striscio. Il resto dei colpi, quasi tutti a raffica, li ha esplosi contro la vittima: Lillo Saito di 66 anni, imprenditore e socio della “Gelati Gattopardo”, mentre era seduto dentro la sua autovettura una Chrevrolet Captiva stazionata in piazza Provenzani a Palma di Montechiaro.

La salma del defunto, già da ieri, è stata trasportata all’ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento a disposizione dell’autorità giudiziaria, che ha già disposta l’autopsia.

Dopo gli assalti, Incardona, viene dissuaso dalla moglie a costituirsi alle forze dell’ordine. Sarà lei ad accompagnarlo al comando provinciale dei Carabinieri di Agrigento.

Angelo Incardona, ha dichiarato, durante l’interrogatorio condotto, nella serata di ieri,  dal Procuratore Dott. Luigi Patronaggio e dal Sostituto Procuratore Dott.ssa Maria Barbara Cifalinó, insieme al Comandante Provinciale dei Carabinieri Colonnello Vittorio Stingo e al Comandante del Nucleo Investigativo Maggiore Luigi Balestra, di aver ucciso, dopo aver lasciato la casa dei genitori, tale Lillo Saito. Ha parlato, anche di una faida legata a dinamiche interne ai “paracchi” (organizzazione criminale paramafiosa) di Palma di Montechiaro; quest’ultima dichiarazione sarebbe apparsa, a inquirenti e investigatori, assai confusa e intricata. Una storia, quella raccontata da Incardona, tutta da verificare e decifrare.

Il fascicolo d’inchiesta sull’omicidio e il duplice tentato omicidio resta, almeno per il momento, alla Procura di Agrigento. Se dovesse essere confermata la matrice mafiosa del gesto, l’inchiesta dovrà essere trasferita alla Dda di Palermo.

Nella terra del Gattopardo si torna a sparare. Ad essere freddato è un imprenditore di Palma di Montechiaro, Lillo Saito di 66 anni, che è stato raggiunto  da alcuni colpi di pistola alla testa mentre si trovava all’interno della propria auto parcheggiato in piazza Provenzani, nel pieno centro della città.

La vittima era conosciuto in paese per la sua attività imprenditoriale per la vendita di  gelati “il Gattopardo”.

L’assassino, Angelo Incardona 44 anni del luogo, pregiudicato con precedenti per tentato omicidio e detenzione illegale di armi è già noto alle Forze dell’Ordine.

Per quanto si apprende il killer avrebbe seguito i movimenti della vittima, attendendo il momento propizio per eseguire l’agguato.

Lillo Saito, la vittima, era appena salito in auto, una Chevrolet Captiva, non ha avuto il tempo di mettere in moto l’autovettura ed è stato raggiunto dai colpi d’arma da fuoco, diversi alla testa e sul viso. I colpi esplosi da una pistola Beretta 92FS con matricola abrasa, dopo esser andati a segno, hanno attraversato l’abitacolo dell’autovettura uscendo dalla portiera anteriore del passeggero.

Il killer, dalla ricostruzione della procura,  prima di aver freddato Lillo Saito ha raggiunto la casa dei suoi genitori, G.I. classe’56 e M.I. classe’61. Avrebbe bussato alla porta ed esploso una serie di colpi, con la stessa arma che avrebbe freddato poco dopo il Saito,  i due coniugi fortunatamente sono stati feriti lievemente e poi trasferiti all’ospedale San Giacomo d’Altopasso di Licata, qui sono stati sentiti dai Carabinieri.

Dopo l’ultimo atto, il killer è tornato alla propria abitazione dove ha raccontato tutto alla moglie, è stata proprio la donna a convincere l’assassino a costituirsi. I due coniugi avrebbero raggiunto assieme, in auto, il comando provinciale dei Carabinieri di Agrigento. All’arrivo dei due al comando avrebbe riferito, al militare di turno al posto d’ingresso, dell’accaduto aggiungendo che si trattava “di una faida, una vecchia storia di mafia”.

Sul luogo dell’agguato oltre ai  Carabinieri della Stazione di Palma di Montechiaro e Licata, coordinati dal comandante provinciale Vittorio Stingo, anche il magistrato Maria Barbara Cifalinò e il medico legale.

Dalle prime indiscrezioni, i familiari dei due nuclei familiari sentiti dai Carabinieri, hanno dichiarato che vittima e assassino non si conoscevano.

Angelo Incardona, l’assassino di Lillo Saito, è stato interrogato dal Procuratore Dott. Luigi Patronaggio e dal Sostituto Procuratore Dott.ssa Maria Barbara Cifalinó, insieme al Comandante Provinciale dei Carabinieri Colonnello Vittorio Stingo e al Comandante del Nucleo Investigativo Maggiore Luigi Balestra. Incardona ha risposto a tutte le domande. Durante l’interrogatorio avrebbe parlato di mafia, dei “paracchi” di Palma di Montechiaro e di una faida interna.

Dopo la conclusione dell’interrogatorio e l’assolvimento delle formalità di rito Angelo Incardona è stato formalmente arrestato per i reati di omicidio, tentato omicidio e porto illegale di arma clandestina, l’uomo è trasferito alla casa circondariale “Pasquale Di Lorenzo” di Agrigento come disposto dalla Procura della Repubblica di Agrigento che sta coordinando le indagini.

La salma di Lillo Saito è stata trasportata all’ospedale di Agrigento a disposizione dell’autorità giudiziaria per l’autopsia.
Sono in corso gli accertamenti investigativi per stabilire quale sia il movente.

 

 

 

Fu un vile e barbaro omicidio mafioso. 

La “stidda” agrigentina fu spietata verso il giudice Rosario Livatino, che quel 21 settembre di trent’anni fa aveva solo 38 anni, percorreva la  SS 640 Agrigento-Caltanissetta a bordo della sua Ford Fiesta. Provò a mettersi in salvo a piedi, scappando dalla sua auto e dal commando omicida, ma trovò poi la morte dopo pochi passi. Si dirigeva senza scorta, in tribunale, per fare il suo lavoro con competenza, abnegazione e coraggio. Si dirigeva in tribunale per celebrare un processo a carico di alcuni mafiosi di Palma di Montechiaro.

La stidda, la  derivazione di ribelli della classica mafia siciliana. Di solito ne fanno parte coloro che per un motivo qualsiasi vengono allontanati da “cosa nostra“. Ma non per questo sono elementi meno pericolosi, visto che gli scopi societari sono sempre stati quelli: controllo del territorio con metodi mafiosi e delle attività illecite in Sicilia (in particolare della zona di Agrigento e Caltanissetta).

I giudice Livatino – mai ricordato abbastanza rispetto ai suoi colleghi siciliani – fu il magistrato che per primo immaginò il colpo alla mafia con lo strumento della confisca dei beni. La sua “tangentopoli siciliana” si nutrì di indagini complesse sulle organizzazioni criminali di stampo mafioso nonché su eclatanti episodi di corruzione.

Dall’agenda di Rosario Livatino, con data 18 luglio 1978, leggiamo: “Oggi ho prestato giuramento: da oggi sono in magistratura. Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige“.

Per onorare la figura di Livatino e per comprenderne a pieno  l’eredità che ci ha lasciato, e che anche noi giornalisti dovremmo fare in modo che non vada perduta, ho pensato di raccontare un po’ quella sua eredità, contenuta in alcune conferenze che il magistrato fece spiegando dettagliatamente quale fosse la responsabilità di chi deve difendere la giustizia e la verità.

Il giovane ma capace Livatino raccontava come il magistrato non dovrebbe essere una realtà sul cui mutamento ci si debba interrogare:egli è un semplice riflesso della legge che è chiamato ad applicare  – diceva –  Se questa cambia, anch’egli dovrebbe cambiare; se questa rimane immutata, anch’egli dovrebbe mantenersi uguale a se stesso, quali che siano le metamorfosi della società che lo avvolge”.

Spiegava nella conferenza del 7  aprile del 1984 presso il Rotary Club di Canicattì che l’indipendenza del giudice, non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrifizio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della vita condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari, consentiti ma rischiosi, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza.

Per Rosario Livatino “l’indipendenza del giudice è nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività”.

E questo vale anche per chi come noi lavora nella verità della notizia e con la credibilità di un’attività che è travagliata e difficile.

Il giudice e il servizio da lui reso devono far parte di un processo di adeguamento e non sfugge al cammino della storia. E non solo ai giudici si può chiedere quell’adeguamento, in una società in cui è assai complessa la difesa dei bisogni, degli interessi e dei diritti di tutti.

«Nelle società primitive e, comunque, semplici, tutto era relativamente chiaro in termini di “cosa era giusto e cosa era ingiusto” e tutto era facile, relativamente, in termini di accesso a chi amministrava giustizia (il capo tribù, il capo villaggio, il capo religioso); oggi, nelle società a crescente complessità e soggettività, come sono tutte le società occidentali mature, è sempre più difficile sapere e far accettare i concetti di giusto ed ingiusto ed è sempre più difficile individuare e rendere più accessibili gli strumenti per ottenere giusta protezione»

E’ chiaro come in questa prospettiva, riformare la giustizia, in senso soggettivo ed oggettivo, è compito non solo di pochi magistrati, come Rosario Livatino che sono morti per difendere la propria missione,  ma di tutti i magistrati, dei giornalisti, dello Stato tutto, della collettività e della stessa opinione pubblica. Livatino sapeva che il giudizio critico, il rispetto della cosa pubblica e la il disprezzo verso ciò che è privilegio, costituisce la chiave della giustizia, perché la convivenza in una democrazia moderna, non può essere compito di una minoranza.

E che queste sue parole possano rimbombare nel  nostro domani, affinché le nostre azioni abbiamo sempre un significato, siano lucide e responsabili:

«Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma quanto le nostre azioni siano state credibili.»

 

Simona Stammelluti 

Alle prime luce dell’alba di oggi gli agenti della Polizia di Ragusa su delega della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania, ha eseguito numerose custodie cautelari e  il sequestro preventivo di aziende operanti nel settore del riciclo del materiale plastico.
Le indagini eseguite hanno dato luce ad una organizzazione criminale dedita al traffico illecito di rifiuti e che la stessa associazione è riconducibile alla stidda.
Ai soggetti destinatari della custodia cautelare, vengono contestati i reati di estorsione pluriaggravata, l’illecita concorrenza con minaccia, lesioni aggravate, ricettazione,  detenzione e porto di armi da fuoco e  danneggiamento seguito da incendio.

Ecco i nomi dei 15 destinatari delle misure cautelari: sono finiti in carcere Claudio Carbonaro 60 anni di Vittoria, Salvatore D’Agosta di 53 anni, Giuseppe Ingala di 36 anni, Antonino Minardi di 45 anni, Crocifisso Minardi di 53 anni, Emanuele Minardi di 49 anni, Salvatore Minardi di 45 anni, Giovanni Tonghi di 38 anni, Giovanni Donzelli di 71 anni e Raffaele Donzelli di 46 anni, tutti di Vittoria. Agli arresti domiciliari sono finiti Gaetano Tonghi di 37 anni, Giovanni Longo di 55 anni, Andrea Marcellino di 35 anni, Salvatore Minardi di 25 anni e Francesco Farruggia di 42 anni.

Assieme ai 15 destinatari delle misure cautelari sono stati arrestati anche due imprenditori. Imprenditori divenuti assest economico della costa.

Le aziende sottoposte a sequestro preventivo sono 5 per un valore economico di oltre 5 miliardi.

Spicca tra i nomi dei destinatari della misura cautelare in carcere quello di Claudio Carbonaro, già collaboratore di giustizia dal 1992, reo confesso di 60 omicidi.

Dopo essere uscito dal programma di protezione testimoni Carbonaro è rientrato in terra Sicula, chiedendo aiuto allo stato essendo rimasto sul lastrico, ma la realtà scoperta dagli agenti della Polizia era diversa, il Carbonaro era già in procinto di riorganizzare la sua banda, era rientrato nella sua veste di boss svestendosi di quella da collaboratore.

L’operazione degli agenti della Polizia di Ragusa è stata ribattezzata “Plastic Free”

Maurizio Lipari, commercialista palermitano, nella veste di amministratore giudiziario di due società ittiche sottratte alla Mafia, è stato raggiunto da una custodia cautelare in carcere per i reati di peculato e auto-riciclaggio.
Le società ittiche – sotto la lente di ingrandimento da parte della Procura della Repubblica di Palermo con accapo il procuratore Francesco Lo Vai e coadiuvato dall’aggiunto  Paolo Guido e dai sostituti Alessia Sinatra, Gianluca De Leo e Francesca Dessì, nonché dagli investigatori della Direzione Investigativa Antimafia di Trapani – erano riconducibili al boss trapanese Mariano Agate considerato un vicinissimo del defunto boss Totò Riina.
Secondo la Procura e  degli investigatori le somme distratte dall’amministratore Giudiziario ammontano a più di 350 mila euro, somme che non risulterebbero rendicontare, e versate sui suoi conti correnti personali.
Nella stessa indagine sono finiti Epifanio Agate e Rachele Francaviglia – rispettivamente figlio e moglie del boss Mariano Agate – i quali hanno continuato a gestire i beni “sequestrati” della famiglia.
La procura di Palermo con l’ausilio degli investigatori della DIA, stanno verificando tutte le gestioni affidate a Maurizio Lipani ove abbia o sta ricoprendo  la veste di amministratore giudiziario.

Mariano Agate, è stato ritenuto il boss indiscusso del mandamento di Mazzara del Vallo.  E’ stato condannato all’ergastolo sia per la strage di Capaci del ’92 e per sette omicidi. A lui è da aditare l’omicidio dell’allora sindaco di Castelvetrano Vito Lipari.

Agate, secondo quanto dichiarato dal collaboratore di giustizia Salvatore Contorno, gestiva un  giro di droga da e verso gli Stati Uniti.

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Giovanni Brusca, in arte “lo scannacristiani”,  mafioso di seconda generazione, è stato uno degli esponenti di spicco di Cosa Nostra.
Ricordato dalla cronaca per la sua efferatezza e crudeltà.  Il Brusca si è reso responsabile di oltre 100 omicidi, ed è stato condannato all’ergastolo prima, e convertita in 30 anni dopo, per la sua collaborazione con giustizia, oggi detenuto presso il carcere romano di Rebibbia.
Il mafioso, oggi pentito, fu arrestato il 20 maggio 1996 ad Agrigento. Da allora ha trascorso 22anni in carcere, usufruendo di 80 permessi premio.
Dal 2002, l’ormai ex boss di Cosa Nostra tenta la strada degli arresti domiciliari, in una località protetta, l’ultima istanza in ordine di tempo nel 2018 quando la Procura Nazionale Antimafia non lo considerò “ravveduto”.
Questa volta, nel 2019, qualcosa è cambiato, la Procura Nazionale Antimafia ha dato esito positivo, considerando Giovanni Brusca “ravveduto”! Di parere contrario rimane  la Procura Generale della Cassazione che ribatte il NO categorico e tassativo. Adesso la parola è passata alla Corte di Cassazione che emetterà il suo verdetto, atteso per domani 8 ottobre.

Il killer Giovanni Brusca è stato condannato tra le altre: per la strage di Capaci dove perse la vita il giudice Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro; per il rapimento del piccolo Giuseppe Di Matteo, ucciso barbaramente e sciolto nell’acido con l’unico obbiettivo di fare tacere il padre Santino ex mafioso e collaboratore di giustizia.

La fine pena per Giovanni Brusca è prevista per il 2022.

Le stragi mafiose del ’92, hanno ancora dei lati oscuri, verità nascoste e colpevoli – impuniti – da condannare.
In nome della giustizia sociale, per la ricerca di verità, per la tutela dei diritti, per una memoria viva e condivisa,  dopo oltre 27 anni dalle stragi di Capaci e di via d’Amelio, oggi prende il via al processo d’Appello Borsellino quater, che si è celebrato davanti la corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta.
I pg Lia Sava e Antonino Patti, in nome della procura generale, hanno iniziato una requisitoria, un fiume in piena, parole secche e chiare – loro erano pronti ad affrontare uno dei compiti più ardui. La loro, in nome e per conto del popolo Italiano, è la ricerca della verità, di ciò che accadde veramente in quella strage.
Le dichiarazioni, del collaboratore Gaspare Spatuzza, hanno consentito di riaprire le indagini della strage di via d’Amelio.
I pg Sava e Patti, hanno versato agli atti del processo, una nuova e copiosa documentazione che avvalorerebbe l’impianto accusatorio.
I boss Vittorio Tutino e Salvatore Madonia (già condannati all’ergastolo in primo grado), difesi dall’avvocato Flavio Sinatra, hanno chiesto un rinvio per esaminare i nuovi atti, rinvio che è stato accolto a martedì venturo.
Nello stesso processo, oltre a Tutino e Madonia, siedono sul banco degli imputati Francesco Andriotta, Calogero Pulci e Vincenzo Scarantino, quest’ultimi da prima pentiti per poi scoprirsi come dei falsi. Andriotta e Pulci sono stati condannati a 10 anni per calunnia.

È intenzione della procura generale chiedere la conferma di tutte le condanne, perché la ricerca della verità non si è mai fermata.

In via d’Amelio, il 19 luglio 1992, persero la vita, in un attentato di stampo mafioso il giudice Paolo Borsellino, e gli uomini della sua scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Ci pone una domanda Federica Angeli, la coraggiosa giornalista di La Repubblica, che vive da oltre 1700 giorni sotto scorta, minacciata da Armando Spada contro il quale ha testimoniato pochi giorni fa.

Chiede aiuto a tutti noi, ai suoi seguaci, ai giornalisti, alla gente comune, affinché tutti insieme si possa dire ai cittadini di Ostia, che non sono soli, che se hanno bisogno di rinforzi, noi ci siamo. Sì, perché ieri, è partito il processo contro il clan Spada, ma le vittime non si sono presentate in aula, non vi è stata nessuna costituzione di parte civile. A parte Regione Lazio, Comune di Roma, le associazioni antimafia Libera, Caponnetto e Ambulatorio Antiusura Onlus nessuna associazione di Ostia si è presentata al processo.

C’è senza dubbio un muro di omertà che soffoca la libertà di questo territorio. La parte buona della città di Ostia diserta l’aula, non accoglie neanche l’accorato appello del Santo Padre della scorsa domenica, che ha incoraggiato ad “aprire le porte alla giustizia e alla legalità“.

Le ragioni di questa assenza collettiva, risiede nella paura, così come sottolineato dal Pubblico Ministero durante il processo, risiede nel fatto che la pericolosità criminale non si è placata con gli arresti, risiede nella sfiducia, forse anche nella rassegnazione.

E se dai social però son tutti “coraggiosi” mentre si lanciano in definizioni di cosa sia la mafia, mentre si lamentano dell’etichetta affibbiata a Ostia, mentre si dicono tutti solidali con chi ha subìto le minacce della malavita, ieri l’aula del tribunale non ha potuto accogliere coloro che avrebbero potuto e dovuto  – perché parte lesa – andare e parlare, una volta per tutte;  hanno preferito star zitti, essere assenti.

Lei no, Federica Angeli parla, perché lei con la paura ha imparato a convivere, l’ha messa a tacere, perché la sua ridotta libertà di movimento non le toglie la libertà di difendere la legalità, con al sua penna e con quel coraggio che tutti dovremmo avere.

Dite cosa avreste fatto voi, al loro posto – chiede la Angeli dalle pagine di Twitter. Bella domanda; perché a parole siam tutti bravi, ma ci saremmo alzati, per andare in quell’aula, ieri?

Se davvero in questi anni, siamo stati sinceri, abbiamo sostenuto con consapevolezza Federica Angeli, le sue battaglie e i suoi insegnamenti, se davvero abbiamo gridato insieme a lei che la mafia è una montagna di merda (Cit. Peppino Impastato) che si vince “a mano disarmata“, allora avremmo dovuto affollare quell’aula, avremmo dovuto denunciare, e sostenere chi ha subìto i soprusi che si trasformano in schiavitù, quando non ci si libera dal peso  delle prepotenze, come ribadiva Papa Francesco solo pochi giorni fa.

Fa bene la Angeli a chiederci cosa avremmo fatto, visto che in quell’aula quando si è girata, ieri, -perché lei c’era malgrado i giornalisti non fossero proprio i benvenuti – non ha visto nessuno. Ha ragione la Angeli a spronarci a chiederci da che parte stiamo, veramente; ha ragione ad incoraggiarci a parlare con i suoi followers, perché la legalità è quella libertà irrinunciabile che dovremmo aiutarci reciprocamente ad avere, a riavere se l’abbiamo perduta e a difendere.

E allora  sì ci siamo, se la parte sana di Ostia ha voglia di parlare, di non stare più zitta, di entrare in quell’aula di tribunale, ci saremo…nessuno sarà lasciato solo. Lo Stato ad Ostia è arrivato, che i cittadini facciano la loro parte, adesso.

E se oggi Federica Angeli rinuncia a presentare ad Ostia il suo libro #amanodisarmata, dopo giorni e giorni di tour in tutta Italia – è perché è stanca proprio di questo comportamento; è stanca di sentirsi chiamare “eroe”, è stanca di applausi e di sentirsi dire “sei tutti noi”. Quel sostegno che in tanti professano, è venuto meno, ieri.

Era questo il momento di alzare la testa, ma non è stato fatto” – dice Federica Angeli, e allora ci auguriamo che la sua provocazione, la sua scelta, e quella domanda rivolto alla collettività dalle pagine del social, possa essere un vero esame di coscienza un po’ per tutti, che idealmente, in quell’aula di tribunale ci dovremmo entrare per dire, senza paura, da che parte stiamo.

 

Simona Stammelluti