Home / Post taggati"Lesley Manville"

In atmosfera di Oscar, vale la pena dire così, in prima battuta, che Paul Thomas Anderson, ha vinto tantissimi premi nella sua carriera, ha ricevuto anche diverse candidature, ma l’Oscar non gli è ancora toccato, malgrado le 6 nomination proposte per il suo ultimo film “Il filo nascosto“.

Certo è che Anderson appartiene a quella schiera di registi talentuosi che non ha fatto nessuna scuola in particolare, e che ha imparato il mestiere semplicemente guardando centinaia di film e questa metodica, gli ha consegnato una conoscenza quasi enciclopedica circa cosa ci sia alla base di un buon film e dunque, come lo si realizzi.

E’ senza dubbio, uno di quei registi che sfida il suo pubblico ad andare “più a fondo” oltre le trame che apparentemente seguono la linea dei suoi film. Accade anche con “Il filo nascosto“, che si alimenta di tanti dettagli che lo rendono un film “cucito” con armonia, attenzione e perizia. Ricerca la perfezione, Anderson, in bilico tra le dinamiche classicistiche del cinema americano fatto di storie, di luoghi e di grandi attori, e quella contemporaneità sulla quale punta, per provare a divenire immortale…a modo suo. E con i film che ha realizzato negli ultimi 10 anni, avendone solo 47 oggi, di punti che disegnino quel “a modo suo” ne ha tracciati e messi insieme un bel po’.

Il filo nascosto si poggia su una scenografia ed ambientazioni incantevoli ed incantate, la Londra degli anni ’30 e la natura incontaminata tutt’intorno che accoglie residenze e castelli; e poi una colonna sonora che è stata sapientemente incastonata nelle immagini, scritta da Jonny Greenwood, che non è la prima volta che firma le colonne sonore per il regista. La sua musica che riesce a mescolarsi sapientemente a Brahms e  Debussy che rieccheggiano mentre scorre un film che si apre, un passo alla volta e che incede come su una sublime passerella. E poi ancora gli attori tra famosissimi (Daniel Day-Lewis, che annuncia il suo congedo dalla recitazione) e semisconosciuti (la talentuosissima Vicky Krieps, che avrebbe meritata eccome, la nomination all’Oscar come attrice protagonista) che hanno dato alla pellicola il senso giusto, quella capacità di tenersi in bilico e di tenere in bilico la storia tra amore ed ossessione, tra l’essere esigenti e la ricerca di una perfezione, che può sembrare possibile ma che alla fine non lo è mai, così come si confà alla natura umana. E poi gli abiti, protagonisti anch’essi del film, che così tanto perfetti appaiono, nascondono più di qualcosa in una cucitura, dietro quel “filo nascosto”.

Un film – girato quasi tutto in interno – che “nasconde” più di qualcosa, e che probabilmente necessita di più di una visione per comprenderne tutti i dettagli intessuti nella trama. E’un film elegante e ben confezionato, assolutamente da vedere, che lascia il “retrogusto amaro” di quel che solo alcuni amori sembrano essere capaci.

Non è un caso che io abbia aperto questa recensione partendo da alcuni dettagli senza infilarmi precocemente nella narrazione. Il motivo risiede nel fatto che questo film è un po’ come entrare in un luogo misterioso scoprendone le stanze segrete; ogni stanza, prima di giungere in quella in cui verrai irrimediabilmente risucchiato – dove ti sarà dato di “capire tutto”, o quasi –   ti mostra una serie di dettagli, che parlano di un amore, di un amore che si ammala e che non guarisce, di un amore che trasforma vittime in carnefici. E poi ancora quei dettagli ti parlano di relazioni tenute in piedi da un filo, di ruoli che quando da pubblici diventano privati, smettono di essere così perfetti e che si rompono, così come si rompe tutto ciò che è delicato, come un legame, come un filo, come un vestito di organza.

E’ la storia di un uomo ricco e potente, un sarto che gestisce – insieme a sua sorella Cyril – l’austera e bravissima Lesley Manville – una maison e che cuce abiti per le donne più famose ed aristocratiche d’Europa. Un uomo che è adorato dalle donne, tutte; donne che cadono ai suoi piedi vittime del suo fascino irresistibile e della sua bravura e della sua ispirazione che sembrano non dover mai subire defaillance. Lui che si infatua facilmente, ma che poi si sbarazza delle donne che gravitano intorno a lui, fin quando non inciampa in quella che diventerà non solo la sua musa, la sua modella perfetta, ma anche colei che minerà, riuscendoci, tutte le sue certezze, il suo potere e la sua stessa ispirazione.

Mr Woodcock incontra Alma, una cameriera di un ristorante, ne resta colpito, la conduce con se, la porta nel suo mondo, la fa diventare sua modella, ma a lei questo ruolo non basta. Lei vuole un posto nella sua vita e sa di poterlo avere solo minando – a modo suo – quella sicurezza che il grande stilista pensa essere invincibile. Sarà Alma a gestire le dinamiche di un gioco perverso, che si alimenta di “veleni” ben somministrati, di giochi di vita che stravolgono i ruoli e mandano a dormire il potere assoluto di colui che si trova, in maniera consenziente a passare da tiranno a schiavo di un amore che per sopravvivere, dovrà passare attraverso il ribaltamento dei ruoli.

Sarà quell’arrendersi agli aventi, in quei momenti in cui Reynold Woodcock perde ogni controllo su di se, regredendo fino a divenire completamente indifeso, e quando avrà bisogno esclusivamente di Alma, per ritornare alla vita, dopo desiderato anche di morire, che riuscirà a tenere in piedi un rapporto, che viaggia sul filo sottile che divide l’essere esigenti dalle ossessioni più profonde.

Nell’arte del cucire sapientemente, si nascondono segreti, ricordi, dolori e dietro quel filo che nessuno vede, non si sono solo sapienti mani che imbastiscono, ma una tenacia e la determinazione di una donna che non ha nessuna intenzione di fare la fine di tutte le altre, e che è pronta a qualsiasi cosa pur di tenere con se l’oggetto del suo amore, anche spingendosi fin dove nessuno si sarebbe spinto mai. Coraggio dunque, in colei che sfida il suo uomo e che vince, ogni qualvolta quel gioco perverso che avvelena, diventa una compromesso da vivere in due, in un costante duello tra amore e dolore, e che lascia cadere una perfezione che si “scuce” appena tiri via il “filo nascosto” che lascia uscire convinzioni stantie e fantasmi di un passato che ancora non consola.

Forse è vero che Anderson si sia ispirato ad Hitchcock nel corso degli anni, un quel metodo di produrre meticolosità, mirando all’attenzione e alla reazione emotiva dello spettatore. Nel finale de “Il filo nascosto”- scena carica di inquietudine – le inquadrature, i silenzi, la penombra, i rumori, ed anche il bacio tra i protagonisti,  ricordano la famosa scena del latte de “Il sospetto”. Non c’è il latte, ci sono i funghi velenosi, imprigionati in una omelette, che sarà ancora una volta una trappola consapevole e al contempo una via di fuga, dalla quale ripartire.

 

Simona Stammelluti