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E’  recidivo il comune di Lamezia Terme, che quest’oggi per la terza volta  è stato sciolto per infiltrazione mafiose,  dal Consiglio dei Ministri

Sciolto il comune di Lamezia Terme per infiltrazioni mafiose. Lametia Terme che con i suoi 70 mila abitanti è la terza città calabrese per numero di abitanti dopo Reggio Calabria e Catanzaro.

Gli stessi provvedimenti sono stati presi anche per altri 4 comuni calabresi che sono Cassano allo Jonio, Isola Capo Rizzuto, Marina di Gioiosa Ionica e Petronà.

Sembra che a Lamezia la decisione non abbia sorpreso più di tanto. Forse per le dichiarazione della presidente della commissione parlamentare Antimafia Rosy Bindi, che solo qualche giorno fa, a margine di un convegno a Cosenza, ha dichiarato “A noi della commissione parlamentare Antimafia sembra che ci siano tutti gli elementi per arrivare allo scioglimento del consiglio comunale“.

 

Lamezia Terme – E’ una storia vera, quella di Rocco Mangiardi, l’imprenditore di Lamezia Terme, che un giorno, di una decina di anni fa, si trova nella situazione di dover decidere se pagare il pizzo, o denunciare

La cifra da pagare si aggirava intorno ai 1200 euro al mese. Quello sarebbe significato licenziare tutti i giovani – regolarmente assunti – che lavoravano con lui, chiudere tutto e andare a casa. Ma Rocco Mangiardi, ha invece deciso di collaborare con la giustizia, ed attraverso intercettazioni ed indagini si è giunti all’arresto di 4 persone. Nel 2008 è poi iniziato il processo, e l’imprenditore è andato a testimoniare, contro coloro che volevano estorcergli del denaro. A fianco a Mangiardi c’erano molti imprenditori – così come lui stesso racconta in una intervista rilasciata per la realizzazione di un documentario dal titolo “Un pagamu – la tassa sulla paura” – facenti parte come lui dell’Associazione Antiracket Lamezia. E’ stato anche grazie al coraggio infuso dai suoi colleghi ed amici, che Rocco Mangiardi è riuscito ad indicare al giudice quali fossero i suoi estorsori. Quella che fu in primo grado la condanna a 14 anni di reclusione per i due imputati maggiori, si è poi ridotta a 10 in secondo grado.

Dal Natale del 2009 Mangiardi e la sua famiglia vivevano sotto scorta, fin quando  l’uomo che ha avuto il coraggio di raccontare la verità e la sua esperienza, si è visto costretto a dover mettere lui stesso a disposizione dal 1 settembre prossimo, una macchina che sarebbe stata guidata da un agente del commissariato della Polizia di Stato, considerato che Mangiardi non guida dal 2006.

Che tipo di tutela poteva essere quella, se lo stesso agente doveva guidare la macchina?

Tra l’altro il testimone aveva fatto notare che le sue condizioni economiche non gli permettevano pià di comperare un’auto efficiente e di assicurarla.

La Questura di Catanzaro, in una nota, aveva precisato che “il dispositivo di protezione predisposto per il testimone di giustizia, non aveva subito nessuna mofidica rimanendo al cosiddetto 4° livello, ossia tutela su autovettura non blindata, e quello che cambiava era l’utilizzo di una vettura provata messa a disponsizione dal sig. Mangiardi come è previsto dalle circolari ministeriali“.

Questo fino a ieri, quando il Tar del Lazio, ha accolto il ricorso di Mangiardi contro la decisione del Ministero dell’Interno che gli imponeva l’utilizzo della sua auto privata, e dunque riavrà la sua auto di scorta, almeno fino al 31 dicembre di quest’anno.

Nell’ordinanza emessa dal Tar, si afferma che “sussistono per Mangiardi, le condizioni di eccezionale gravità ed urgenza“. I giudici – così come si apprende dalla notizia Ansa – parlano di “gravi pericoli per l’incolumità personale del testimone di giustizia, in una zona caratterizzata, tra l’altro, da gravi fenomeni criminali“.

Resta da chiedersi cosa accadrà o cosa “potrà accadere” a Rocco Mangiardi e alla sua famiglia, dal primo gennaio prossimo, in poi.

Simona Stammelluti