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Il binomio Musica-Dono sembra facile, semplice, abbordabile; ma in realtà non lo è. Non lo è nella musica in generale, figuriamoci nel jazz, in quello spazio sonoro dove tra “fatto bene” e “fatto male” spesso non ci sono abissi, ma sfumature che possono rendere un nuovo progetto bellissimo, mediocre, oppure non convincente.

E qui a scanso di equivoci  lo dico subito, che questo disco è molto convincente.

Lo scopro dopo, perché si chiama “Il Dono” il nuovo disco del pianista Fausto Ferraiuolo realizzato in trio con Aldo Vigorito al contrabbasso e la collaborazione straordinaria di Jeff Ballard alla batteria. Sì lo scopro dopo che per Ferraioulo lo scambio di energie, di idee, di empatia sono un dono, “un dare e un ricevere” che richiedere dedizione e gratitudine.

Ma questo disco è un “dono” nel vero senso della parola; è un disco che andrebbe regalato non solo a chi ama il jazz ma anche a chi non lo conosce così bene e ha bisogno di capirci qualcosa in più. Perché Ferraiuolo ha pensato e poi realizzato un lavoro discografico di facile fruizione (il che a mio avviso è un grande pregio)  ma con delle caratteristiche musicali raffinate, fluide, che innescano grande capacità comunicativa, dentro uno spazio sonoro nel quale si incontrano, con gratitudine, le esperienze di ognuno con l’intenzione – assolutamente ben riuscita – di condurre l’ascoltatore in un piacevolissimo labirinto nel quale cambiano gli orizzonti armonici, cambia il tempo, ma non si smarrisce mai il desiderio di attardarsi ancora un po’ dentro quei brani che il pianista rende accoglienti, accattivanti, quieti e inquieti all’accorrenza.

Lo dico prima ancora di adentrarmi nel racconto di questo disco: l’ho ascoltato più volte e più lo ascoltavo più mi piaceva. E la cosa che mi è accaduta con “Il dono” – che non così spesso mi accade –  è che alcuni brani mi sono rimasti impigliati nella memoria, come se possedessero la capacità di incantare.

Mi diverto sempre a cercare di capire perché mai i jazzisti diano quei determinati nomi alle loro composizioni originali. Cosa scatta nella loro mente mentre percorrono note, creando suggestione e provocando spesso empatia verso una scala, una sincope, un particolare mood?

11 brani nel nuovo disco di Ferraiuolo,  che ha scelto due fuoriclasse come compagni di viaggio. Jeff Ballard batterista statunitense che in molti ricordiamo per le collaborazioni con Brad  Mehldau, Avishai Coen, Larry Grenadier, e Aldo Vigorito, italianissimo contrabbassista partenopeo che si fa prima a dire con chi non ha lavorato musicalmente. Insomma un trio di grande caratura che da vita a un dialogo ben strutturato, nel quale ogni strumento sa essere protagonista e cornice, audace e discreto all’occorrenza e il tutto avviene dentro un interplay degno di nota.

Quasi tutti i brani sono scritti da Fausto Ferraiuolo, e quelli scritti a sei mani li ho trovati di grande gusto. “O impro mio”, traccia numero 4, musicalmente è geniale perché prende in prestito il giro semplice di “o sole mio” e vi costruisce tutt’intorno un’atmosfera trasbrordante di improvvisazione e di note che si incamminano ostinate lungo una ritmica che tiene il tema in sospeso tra la batteria e il contrabbasso, che sostengono il cambio di tempo fin dentro un accenno di strofa nella quale le note sono amabilmente imperfette, ma credibili e capaci di restare poi sospese.

In “Septembre”, dentro questo titolo francese c’è tutta l’atmosfera di una sera che scende lenta, che mette in pace il cuore, che si adagia tra il bordo del rullante di Ballard e quei piatti che suonano in controtempo alle note di quel piano che sa dove andare a posare l’armonia, leggera e placida, mentre il contrabbasso svisa e spadroneggia, mentre incede il dialogo con il pianoforte che detta la lirica tra scale e accordi ammiccanti.

C’è un po’ di  tragédie lyrique nella traccia 7 “C’est tout“. E’ tutto. E’ tutto compiuto, è tutto racchiuso in un cerchio ostinato in cui danzano note.

Ho amato molto “Astavo Blues“; un eccellente Ferraiuolo, in un pezzo che non è blues ma uno swing appassionato e accattivante. Il contrabbasso scivola tra le note del tema e le rullate di Ballard che sa essere vigoroso e leggero nello stesso tempo. Uno scambio stupendo tra i tre strumenti che si cercano, si scavalcano quel tanto che basta per imporre il senso di un pezzo che si insinua piano con un reef adorabile.

Baires” è un’esplosione di colori, un po’carioca, latino quanto basta per essere accattivante, appagante. E’ un placido vagheggio, un suono agrodolce. Il pianista coinvolge, veleggia sulla tastiera e detta il tempo perfettamente eseguito da Vigorito e Ballard.

Sulle note di “Even the Score” ci si può anche innamorare. Ho amato Vigorito in questo pezzo, con quel suo tocco raffinato, preciso e sapiente. Il piano suona, sale scale, soffermandosi su alcune note che diventano poi ostinate, velocissime, ardite e che trascinano il trio in un dialogo impeccabile.

E’ ultimo nel disco “Somebody loves me” di Gershwin. Non è messo lì a caso quel pezzo. E’ un chiudere il cerchio, è un dono, un inchino a ciò che il jazz da sempre è. Un ricamo che improvvisi su un tessuto musicale, mentre scivoli tra idee e sonorità, tra note in levare e spazi ritmici che vivono di genialità e di momenti in cui si è protagonisti indiscussi. Il pezzo lo riconosci subito. Ferraiuolo ha le idee chiare su come realizzarlo, su come suonarlo. Lo fa a modo suo, evocando immagini, epoche e personaggi.

E’ un disco accurato, intenso, ben realizzato, che mette in evidenza non solo la bravura dei tre musicisti ma che racconta come si possa procedere dentro un progetto in maniera vigorosa, attraente senza mai perdere di vista il senso, quello che conduce l’ascoltatore a trovare un pizzico di intimità come quella che si consuma in maniera affascinante, in questo bel trio.

Simona Stammelluti 

 

 

 

Ha ormai tutti i capelli bianchi il pianista statunitense, ha la nonchalance di chi ha navigato abbastanza per potersi permettere tutto o quasi, ha la postura di chi non ha tante regole da seguire tranne l’estro che nel tempo l’ha reso riconoscibile e apprezzabile come uno dei migliori pianisti della scena jazzistica contemporanea. 

Molti hanno azzardato paragoni tra Brad Mehldau e alcuni pianisti del passato. Lui si è sempre scrollato di dosso questo peso ed io, a dire il vero, c’ho provato ma non ci sono riuscita, forse perché quando lo ascolto provo sempre la stessa sensazione – che non mi accade spesso ascoltando concerti – ossia di riconoscere nel suo pianismo una sorta di effetto ipnotico che lui dispensa all’ascoltatore, attraverso quel suo modo di ripetere le note, in controtempo ostinato ed armonico, e si sentono tutte, le variazioni di tempo tipiche di chi è stato influenzato dalla musica classica e sa come allargare e poi stringere nel timing; e poi quella caratteristica di fare domande con la mano sinistra per poi rispondere con la mano destra, cosa che prima di lui (ma in maniera differente) aveva fatto meravigliosamente bene Bill Evans. E se in “piano solo” questo accade abbastanza spesso nelle esecuzioni pianistiche, più o meno bene, in trio diventa un dialogo aperto in cui tutti gli strumenti in gioco, danno una loro risposta che – in questo caso – non é mai sbagliata, anzi, è convincente e appagante. 

Brad Mehldau, ospite sabato 12 maggio nella Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, ha ipnotizzato tutti, con la complicità di due musicisti sopraffini e  perfettamente complici di ciò che il pianista aveva da raccontare. 

Brani tratti dal suo ultimo lavoro discografico “Seymour Reads the Constitution!” in uscita in questi giorni, realizzato proprio in trio con due eccellenti musicisti  Larry Grenadier, strepitoso al contrabbasso e Jeff Ballard, raffinato e sofisticato alla batteria – che nella serata di sabato mi sono piaciuti tanto quanto il leader. 

Alcuni dei brani eseguiti sono originali, ma combinati con alcuni pezzi pop. 

C’è grande scorrevolezza, fruibilità e godibilità nelle esecuzioni, come in “Ten Tune”, e poi quel linguaggio personale che non ammicca ai giganti del passato. E la performance è ancor più apprezzabile proprio nella misura in cui la stessa si snoda su reinterpretazioni di brani di altri compositori, con il focus su opere di Cole Porter, o “and I love her” di McCartney. 

La rivisitazione di alcuni pezzi noti – come These foolish things”-  è originale, si sente tutta la sua  originalità stilistica, ma non abbandona quasi mai il tema; Mehldau lo imbastisce in ingresso e poi in un tempo ampio lo ricama, con Grenadier che usa l’archetto e  Ballard che spesso si serve delle spazzole; Ballard che anche negli assoli non strafà, non si ostina, ma lascia suonare tanto i tom quando il rullante in maniera calibrata e appassionante, dando al contempo dimostrazione della sua bravura all’interno del trio, che è in perfetta armonia. 

Nel jazz una performance in trio può diventare un piano solo e non solo un “assolo” ed e tutto normale, tutto appagante, tutto calibrato. Questo sabato sera è accaduto, ed è stato uno dei momenti più ricchi di pathos. Tutto si ferma, al momento giusto, e lui, quel Pianista che parla poco ma suona tanto, che si lancia in poche parole in italiano e più recupera il suo inglese per piccoli convenevoli, continua a suonare come se avesse da dire qualcosa di importante e sapesse farlo solo così. 

Corre sui tasti verso le note acute, si lascia andare al virtuosismo, nuotando con bracciate sicura nelle acque calme di ciò che sa fare bene. L’estetica della sua arte pianistica si riappropria poi del trio, di quell’interplay che resta la chiave di volta di chi si propone in formazione. 

I brani corrono lungo il tempo e lo ingoiano facendoti dimenticare che sta “andando” perché tu sei lì, che cerchi di capire cosa faranno un minuto dopo. 

Nel jazz un pezzo può durare anche 20 minuti e alla fine dici “già finito?” Perché in alcuni ascolti si perde la dimensione spazio/temporale, si chiudono gli occhi, il tempo non scorre, batte.

Nel jazz quando si è più d’uno conta moltissimo l’affiatamento tra i musicisti, l’Interplay, la sintonia, un po’ come in quelle coppie che lo vedi da subito che si capiscono anche senza parlare.

Nel jazz ci sono tante formazioni eppure il trio così come era strutturato sabato sera resta una delle mie formazioni preferite. 

4 bis…l’atmosfera era impregnata di jazz, emozioni e pathos e nessuno voleva finisse. Quel pubblico era caloroso e affamato. 

Lo dice Mehldau : “sento una buona energia; è quella che mi da la carica” e allora va avanti, vanno avanti, suonano complici con i loro strumenti e tra di loro, suonano con la tecnica ma anche con l’estro che appartiene a chi non ha paura di osare. 

Sono lontani gli anni in cui Mehldau dalla musica classica si converte al jazz, per poi rivoluzionarlo il mondo del pianismo jazz, e dopo anni di sperimentazione armoniche, sembra tutto perfettamente in equilibrio tra lo spunto di genialità e il senso della polifonia. 

Simona Stammelluti