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I dischi più difficili da recensire sono quelli che quando arrivi in fondo, dopo il primo ascolto ripeti senza sosta “è bellissimo, è bellissimo, è bellissimo” e magari durante quel primo ascolto – al quale ne seguiranno tanti altri – ti sei anche commosso.

Ecco, questo disco è difficile da raccontare perché per me che faccio questo lavoro, si rende necessario trovare parole degne e accorate per dirvi i motivi che portano all’esclamazione”è bellissimo!”

Ormai sta diventando una moda quella di unire il jazz all’opera, alla lirica, alla musica classica. Diversi i tentativi, ma fino ad ora sull’olimpo c’è lei, solo lei, Cinzia Tedesco, che con questo disco “Mister Puccini in Jazz” ha dimostrato non solo di essere un’artista straordinaria, ma anche di avere le idee chiare sul “come si fa”.

L’artista entra magistralmente nel mondo di Giacomo Puccini, nelle arie più famose; lo fa con sentimento. Nessuna intenzione delle opere del grande maestro sono state snaturalizzate, anzi, al contrario, sono rimaste autentiche nel loro ecletticismo originario, ma con in aggiunta le modulazioni e gli arrangiamenti jazz che hanno reso gli 11 pezzi del disco un susseguirsi di temi trasbordanti di intensità e di armonia. Tutto il disco è infatti armonioso, impreziosito da assoli in cui è incastonata la bellezza della voce di Cinzia Tedesco che è voce tra le voci dell’orchestra, che diventa un tutt’uno di armonia meravigliosa, con un rispetto magico dei canoni dell’opera e delle storie raccontate. Una voce la sua, che scandisce benissimo le parole;  non v’è una sola parola che non si chiara, limpida, accattivante, rotonda, delicata e ben modulata, capace di lunghi respiri, e di percorrere tutte le note dalle più gravi a quelle acute ma senza mai perderne intonazione e corpo;  caratteristiche queste, di chi ha la piena padronanza del mezzo vocale. Cinzia Tedesco, una delle migliori voci del panorama jazzistico contemporaneo dimostra di avere una splendida estensione da soprano.

La Tedesco ha realizzato questo disco insieme a quelle che possono essere definite le punte di diamante del jazz mondiale: Stefano Sabatini al pianoforte ed Arrangiamenti, Luca Pirozzi al contrabasso, Pietro Iodice alla batteria, Pino Jodice  alla scrittura ed orchestrazioni archi (e che archi!) che ha curato anche l’esecuzione di “un bel dì vedremo”.

Al disco hanno anche partecipato come ospiti Javier Girotto al sax soprano, Antonello Salis alla fisarmonica, Flavio Boltro alla tromba e Stefano Di Battista al sax soprano. Due sassofonisti così diversi, che trovano il loro spazio nel disco, con la loro personalissima timbrica. I fiati nel disco fanno meraviglie. Ogni ospite ha il suo spazio ed il tempo per arricchire il progetto, per lasciare un segno, per far sì che il jazz sia un fiocco di raso rosso che impacchetta la bellezza dell’opera. Il progetto è nato anche grazie alla Puccini Festival Orchestra diretta magistralmente dal maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, vincitore dell’Oscar della lirica. Partner del disco è la Fondazione Puccini Festival di Torre del Lago. 

 Lescaut, Boheme, Madama Butterfly, le Villi, Tosca. Ci sono tutte le opere più belle di Giacomo Puccini in questo disco e con esse Sabatini ha fatto un ottimo lavoro di arrangiamento e tutte le parti di piano sono un ricamo sopraffino, nel quale perdersi.

E se con Verdi’s Mood, l’artista fece un salto nel buio, immergendosi nell’opera del grande Giuseppe Verdi, realizzando un lavoro degno di nota, riuscendo in quel crossover, superando i confini stilistici e le convenzioni, con Mister Puccini in Jazz, si conferma essere la regina di questo genere così difficile ma anche così accattivante. Cinzia Tedesco ci ha insegnato come si fa, come si fa a portare nell’opera accenni di bossa, di swing, di jazz modale mentre ogni suono trova il suo preciso posto, ogni strumento la sua condizione ideale, mentre quella sua voce soffia beltà.
Vorrei dirvi qual è il mio pezzo preferito dell’album ma non so come fare a scegliere. Posso però dirvi che alcuni pezzi li ho riascoltati più e più volte, perché mi hanno appagato e inebriato, per il tempo scelto, per come sono stati modulati, arrangiati e concepiti.
Pensavo prima di approcciare a questo disco che “E lucevan le stelle” sarebbe stato il pezzo sul quale sarei stata più critica, ed è stato invece uno di quelli al quale emotivamente mi sono arresa e che ho trovato magistrale. E poi ancora “Recondita Armonia” e quel “Coro Muto/Tonight“.
Vorrei che questo progetto fosse invitato in tutti i Festival Jazz estivi, in lungo e in largo nello stivale e che anche i giovani possano ascoltarlo.

Questo disco mi ha rapita, inebriata, sconvolta di piacere, fatto commuovere e mi ha raccontato di tutto il sentimento che c’è voluto per realizzarlo. Sì, è un disco d’amore. Perché con il solo talento  non sarebbe stato possibile. E tutto meraviglioso, potrei dire perfetto se non fosse che la perfezione non sempre si accorda con quelle sfumature e con quei dettagli che rendono un lavoro unico, magistrale, straordinario. Arrangiato benissimo, eseguito da Dio, penso che la musica classica abbia ricevuto un dono inestimabile attraverso la voce di Cinzia Tedesco per questo disco che, riascoltarlo, e apprezzarlo a pieno, diventa una necessità emotiva.

Simona Stammelluti 

Ieri 23 agosto, nell’ambito della rassegna estiva ArmonieD’ArteFestival guidata dall’eccellente direttore artistico Chiara Giordano, si è assistito a Tosca,  melodramma in tre atti di Giacomo Puccini, nella strepitosa cornice del Parco Archeologico Scolacium a Borgia (Cz)

L’evento, inserito nella sezione “non solo spettacolo“, con temi e personaggi che raccontano le problematiche che ancora oggi suonano come disagio, ha fornito innumerevoli spunti, dalla centralità della donna rispetto ad un mondo spiccatamente maschile, il ricatto, la molestia, la tortura e quell’amore che non sempre vince su tutto.  Temi intramontabili e facili da incastonare ancora nei nostri tempi e in quasi tutti i contesti sociali.

Tosca, è stata una produzione pensata per il Parco Scolacium, capace di diventare un pulsante laboratorio di ricerca registica e  produttiva, capace di far convivere grandi artisti con giovani talenti, oltre alle risorse del territorio che possono così confrontarsi, condividendo competenza e passioni.

Una splendida orchestra di 50 elementi diretta dal Maestro Leonardo Quadrini, che ha lavorato con artisti di fama internazionale come Cecilia Gasdia,  che ha diretto quasi tutte le opere liriche e che ieri sera è stato impeccabile anche nella direzione della soprano Dimitra Theodossiou (Tosca), e del tenore Francesco Anile (Mario Cavaradossi).

La regia è stata affidata a Marco Gandini che ha concepito l’installazione artistica sul palcoscenico, suddiviso in tre isole distinte per ognuna delle azioni sceniche, visiva e di art action, per ciascuno dei tre atti di Tosca. L’allestimento è stato pensato in modo che comprendesse la pittura, la scultura e la luce.

I tre atti dell’opera, suddivisi lungo un percorso nel tempo, che prevede la gelosia e la felicità che lascia il posto alla corruzione, per giungere a quella dimensione psichica e illusoria di Tosca, che vive un confine drammatico tra speranza e la spietata realtà.

Il sacrificio-suicidio, tema cardine dell’opera, sono legati al senso di fuga, che attraversa spesso l’animo umano rispetto al potere travolgente della vita.

Ottima e dinamica presenza scenica dei protagonisti, bravi nella performance. Vi è stata una scelta di modernizzare un po’ la scena, i carabinieri al posto dei gendarmi e poi la presenza in scena oltre ai protagonisti principali di figure estemporanee che – a mio avviso – avevano il compito di “mimare” in qualche modo i temi centrali dei tre atti.

I passaggi più famosi della Tosca di Puccini – pensiamo ad esempio alle arie come “E lucevan le stelle” – hanno inevitabilmente portato gli appassionati a ricordare la straordinaria interpretazione di Pavarotti. Ma mi preme dire che l’interpretazione di Francesco Anile è stata egregia.

Emozionante in diversi momenti, la performance della Theodossiou, che sul finale diventa struggente, in quell’attimo prima di scoprire che l’uomo che ama è morto per davvero, e non come le avevano fatto credere; in quel momento in cui invoca Mario di restare giù ancora un po’, fino a che i suoi esecutori fossero andati via. Quella speranza di riscatto totale, quel momento di altissimo valore, che precipita, collassa in una realtà spietata che a volte non lascia scampo.

Una realtà vecchia di 119 anni, eppure così attuale, così tagliente, così sfacciata.

E’ stato ancora un successo per la rassegna, che da 19 anni regala alla terra di Calabria, una opportunità di respirare la cultura e la bellezza dell’arte e noi esperti del settore, per questo, li ringraziamo ancora una volta.

 

Simona Stammelluti