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E’ una sera di inizio marzo, fa ancora freddo. Ma le cose belle si scaldano da sole e “riscaldano” per magia. A portare Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro al teatro comunale di Mendicino è la Fondazione Lilli Funaro che da tanti anni ormai in onore a Lilli – ragazza appassionata di medicina e di musica, prematuramente scomparsa –  organizza concerti che hanno la musica d’autore come sfondo, e la raccolta fondi per la ricerca come obiettivo. La direzione artistica della rassegna “Cosa vuoi che sia una canzone” è toccata a Renato Costabile, appassionato e profondo conoscitore del mondo cantautorale, quanto di quello del teatro d’autore.

E’ sempre emozionate quanto si ricorda Lilli, nelle serate a lei dedicate. Perché la semplicità con quale la si ricorda attraverso quel veicolo disarmante che è la musica, consegna la consapevolezza di quanto la vita possa essere imprevedibile e di come la musica possa traghettarci sempre oltre … oltre quello che accade, lasciandoci però ancorati alle passioni e alla volontà di continuare ad “andare”, a costruire, a raccontare.

E se il “raccontare” è un vero dono per scrittori e poeti, allora va riconosciuto sin da subito che Canio Loguercio appartiene a quella ristretta categoria di musicisti dotati di quel dono. Quel suo raccontare che si sposa fedelmente con una voce che non dimentichi. Perché lui ci mette un fil di voce, una interpretazione appassionata e una intonazione impeccabile. Sì vale anche quella, per chi come me valuta performance e non certo la carriera di un artista.

Ha una voce calda, profonda, che scivola nelle note gravi e resta aperta, e da quella apertura escono parole sussurrate ma sempre chiare, rotonde, senza spigoli. Da quell’apertura escono le parole di un repertorio di canti e ballate, che parlano d’Ammore, di amicizia, di volontà perdute. Il tutto con le radici ben piantate nella tradizione non solo napoletana, la cui lingua durante il concerto viene regalata, divenendo una sorta di approccio emozionale con il pubblico, ma anche nella volontà di tradirla un po’ quella tradizione, vestendola con linguaggi differenti, sonorità che arrivano da lontano e che diventano prorompenti perché con Canio Loguercio, ieri sera c’era un signor musicista, al quale sarebbe riduttivo attribuire l’aggettivo qualificativo “bravo”. Perché Alessandro D’Alessandro è piacevolmente meticoloso mentre suona l’organetto, dal quale esce tanta Napoli, dal quale escono suoni da campionare, a loop, ma che diventa anche base ritmica. Il talento del musicista sta nel saper interpretare la volontà del cantautore, ricamare innumerevoli tappeti sonori sulle intenzioni di Loguercio, senza però mai strafare.

Il bello di questo lavoro infatti, è che non ci sono eccessi, è tutto perfettamente imbastito sull’essenziale.

Il mantice dell’organetto produce note che scendono fin nello stomaco e lì restano, come fanno le emozioni.

E’ inutile dire che la suggestione di una Napoli che pulsa, è prorompente, mentre Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro, mettono in piedi uno spettacolo intimo-sentimentale, con un risvolto tra il sacro e il profano. Preghiere laiche e assonanze creative, che camminano lungo il filo della passione amorosa, della memoria e di quella capacità di denudare la canzone napoletana classica, per rivestirla poi, di quel gioco sottile tra teatralità ed ironia.

Simpatico, vero, coinvolgente, Canio Loguercio, che in inizio di concerto finge di attendere un suo amico, Tonino, che alla fine non arriverà; chiede una sigaretta che nessuno ha, racconta piccoli aneddoti, porta il pubblico pian piano nel suo mondo, poi incomincia a cantare, imbracciando una chitarra che parla piano, mentre lui coniuga intonazione e teatralità, mentre canta in levale appoggiandosi sulla musica dell’organetto capace di trasformare tutto, in un soffio di poesia.

Il pubblico si sente parte di quel tempo condiviso, partecipa, applaude e sorride, a volte. Conta, porta il tempo e si appassiona.

Cosa vuoi che sia una canzone“, è il titolo della rassegna che va avanti per tutto il mese di marzo. Beh, una canzone può essere un approccio appassionato, una scoperta, una dimensione. Può essere un testo che parla di un “ammaro amore” o del suono di una campana , o della nostalgia che prende quando si pensa ad un amico che non c’è più, come nel pezzo “cumpà”.

Canio Loguercio – vincitore insieme ad Alessandro D’Alessandro del Premio Tenco nel 2017 – è un artista che non ha bisogno di essere classificato anche perché è difficile dire dove si colloca il suo modo di fare musica d’autore e se  come diceva lui ieri sera, le parole si distinguono in parole importanti e “strunzate”, allora mi viene da dire che la sua poetica è importante nella misura in cui di essa ci si innamora.

Io, ieri sera, mi sono innamorata e quel suo cantare, così lieve e profondo, lo contemplerò tra le cose belle che la musica mi regala da tanti anni.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

 

Photo Stefania De Cindio

Azzardare un paragone con cantautori come Fossati, De Andrè, De Gregori, Conte, Lauzi, sarebbe probabilmente fuori luogo, ma a mio avviso Niccolò Fabi rappresenta la “nuova-buona” generazione cantautorale che insieme a Gazzè, Silvestri, Bersani, consegna testi degni di nota e sonorità che vengono fuori dal loro essere musicisti (e a volte anche polistrumentisti) prima ancora che cantanti. Perché diciamolo, perdoniamo loro anche qualche imperfezione nell’intonazione vocale, se il prodotto finito è un pezzo per esempio come “Evaporare” tratto da “Novo Mesto” quello che è – a mio avviso – il miglior album del cantautore romano, che sull’equilibrio tra parole e musica, ha fondato la sua carriera, curando i testi quasi in maniera maniacale, dotato com’è di quella capacità di maneggiare le parole con esperienza e confidenza.

Lui, Fabi, con il quale qualche anno fa, ebbi il piacere di chiacchierare un po’ sulla semplicità delle cose che la vita ci offre ogni giorno, malgrado le “molestie del destino”. E così anche una semplice passeggiata con il proprio cane, diventa per lui, una buona opportunità per essere felici.

Sono passati tre anni, da quel concerto visto all’Auditorium della Conciliazione a Roma e riascoltarlo ieri sera, al Teatro Rendano di Cosenza, in occasione di uno dei tanti concerti di beneficenza organizzato in onore di Lilli dalla fondazione “Lilli Funaro”,  è stato senza dubbio una rinnovata emozione, che mi lega al cantautore e che mi pone nella condizione scomoda, anche, di raccontare tanto le cose che mi sono piaciute, quanto quelle che non sono state proprio come io le aspettassi.

Photo Stefania De Cindio

Ha ragione Niccolò Fabi quando sostiene – così come ha fatto ieri sera – che il suonare in un teatro unito al buon intento di un’iniziativa, divengono caratteristiche capaci di fare la differenza. Perché senza dubbio è un susseguirsi di volontà proprie e non manageriali quelle che spingono un grande artista ad accettare di suonare per un evento benefico, come la raccolta fondi che la Fondazione Funaro realizza da ormai 12 anni, e con le cui somme premia i nuovi ricercatori nel campo oncologico, tutto in onore di Lilli, prematuramente scomparsa.

La prima cosa che salta subito alla mia attenzione, è che il teatro non è certo pieno di soli fans come accade spesso nelle date del fortunato Tour del cantautore, ma la solidarietà vince, e questo è un dettaglio non trascurabile per la città di Cosenza, nella quale non sempre si è invitati ad eventi di spessore. Eppure il pubblico canta e risponde con entusiasmo quando viene travolto dai pezzi famosi di Fabi, che hanno la caratteristica singolare di essere orecchiabili, senza essere mai banali. E allora a vincere è la musica, è la forza che la musica racchiude in se, ed è il condividere un momento di solidarietà, che rende magica una delle ultime sere dell’anno.

Lui, Niccolò Fabi, 48 anni, 20 anni di carriera, tanti album al suo attivo, tante collaborazioni fortunate, Targa Tenco portata a casa in questo 2016 nella sezione album dell’anno, con il suo ultimo lavoro discografico “Una somma di piccole cose“. Ed è proprio con il pezzo che dà il titolo all’album che inizia il suo concerto, insieme ai suoi musicisti (polistumentisti)  Damir Nefat, Filippo Cornaglia e Matteo Giai e ad Alberto Bianco, cautautore, al quale Fabi cede il palco sul finale, per permettergli di far ascoltare uno dei suoi pezzi.

Polistrumentisti, i suoi compagni di viaggio, capaci di essere bassisti e poi pianisti, chitarristi e poi percussionisti, ed ancora impeccabili nei cori che sostengono molti dei successi del cantautore. E’un artista che non si risparmia, Niccolò Fabi e suona e canta per oltre due ore, va avanti come un treno, regalando i pezzi del suo nuovo album proprio in apertura di concerto e così dopo “Una somma di piccole cose“, regala “Ha perso la città“, una sorta di fotografia dei giorni nostri, di ciò che è accaduto alle nostre città nella quali le costruzioni selvagge hanno tolto anche la possibilità di sentirsi tutti dalla stessa parte. E poi ancora “Facciamo finta” che emoziona per come racconta di un finto gioco nel quale le cose che fanno male, assumono un aspetto più clemente. “Facciamo finta che io mi addormento, e quando mi sveglio è tutto passato“.
Le sonorità di questo pezzo sono molto sofisticate, la batteria è in controtempo e le tre chitarre sono un tappeto perfetto.

Ho ascoltato ieri sera per la prima volta i pezzi tratti dal suo nuovo lavoro. Mi ero fermata all’album “Ecco“, del 2012, – vincitore anche questo del Premio Tenco del 2013 – che avevo molto apprezzato per quel senso di “umano” racchiuso nei testi, quel voler indagare nell’egoismo che appartiene un po’ a tutti, ma che tutti facciamo finta di non conoscere. E poi ancora come se fosse una sorta di urgenza, che finisce con un “Ecco, questo è quello che avevo da dire“. Anche le sonorità di quel lavoro discografico sono state particolari, considerato per esempio, l’utilizzo degli archi. Da questo album, sono venuti fuori durante il concerto, pezzi come “Elementare“, “Io“, in quella classica ed azzecata versione reggae e “Lontano da me“, che regala in chiusura di serata.

Colpisce come tranne in un caso, nel quale viene lasciato spazio ad un assolo di chitarra, ogni strumento durante il concerto ha il suo preciso spazio, molto omogeneo con il tessuto armonico. Dialoga con il pubblico di Cosenza, Fabi, racconta la gioia di essere in un teatro in cui non era mai stato, e poi ancora della volontà dei musicisti come lui, di suonare “sempre ed ovunque” ma anche dei meccanismi che dipendono invece, da coloro che decidono il “dove ed il quando”. Riconosco la scenografia e i bei giochi di luci, durante la serata, oltre all’ottimo audio che se da una parte è indispensabile per poter godere a pieno dell’ascolto, diviene una cassa di risonanza anche di eventuali imperfezioni canore, che un orecchio attento non fa fatica ad individuare.

Sembra esserci un vero spacco emozionale nel pubblico, quando Niccolò Fabi intona i suoi grandi successi. Da “E’ non è“, a “Vento d’estate” (scritta da Max Gazzè e Riccardo Sinigallia nel lontanto 1998), sulla quale il cantautore vocalizza con il pubblico, raccontando come il coro in una parte d’Italia è “mi sono perso“, nell’altra metà è “forse mi perdo“; lui ride, ed il suo pubblico con lui.  Ma è emozione anche durante “Oriente” e “Lasciarsi un giorno a Roma“, che regala al pubblico che la reclama, e poi la riceve in dono. Bello quello che lui stesso chiama il suo momento “Sentimental Mood“, seduto ad un piano elettrico. Prima di cantare parla dell’aspetto sentimentale delle sue canzoni, quello che parla sì di sentimenti, ma raramente delle dinamiche che si consumano tra due persone e questo – dice – “perché per le nuove generazioni temono il confronto con i grandi classici, che è sempre in agguato“. “Mimosa” spicca tra le altre, con quel testo così convinto, mentre la musica scorre fino a farti dimenticare di essere in mezzo a persone di cui disconosci il nome. Ho apprezzato molto anche “Le chiavi di casa“, tratto dall’ultima sua fatica discografica. Ho apprezzato l’arrangiamento che vede le chitarre in netto crescendo, che si sovrappongono tenendo ognuna il proprio tempo, e che si fermano di botto sul finale, senza sbavature.

Forse l’album “Novo Mesto” non è solo il mio preferito, ma anche degli appassionati presenti in teatro ieri sera, che in maniera molto suggestiva e suadente, hanno cantato “Costruire” insieme al loro idolo mentre quel “Cadrà la neve” finale, ha fatto risuonare brividi, provenienti da chissà quale passate emozioni.

Che aggiungere … se l’intento di Niccolò Fabi  – che si è esibito malgrado fosse vittima di un’influenza e al quale perdoniamo qualche imperfezione di poco conto – era quella di “ricordare, celebrare, suonare, costruire“, direi che si è “celebrato e ricordato” nella maniera migliore possibile, ieri sera al teatro Rendano durante il concerto per Lilli. Quanto al “costruire“, lo ringraziamo per averci insegnato che si può rinunciare alla perfezione, regalando al mondo, un pezzo di se.

Simona Stammelluti

Si ringrazia Stefania De Cindio per aver concesso le foto dell’evento al Sicilia24h

Cosenza – L’atmosfera era come sempre delle più suggestive ed estremamente emozionante, per location ed intenzioni, considerato che ormai sono 2 anni che il concerto realizzato in onore di Lilli Funaro dall’associazione che porta il suo nome – gestita magistralmente dalla sua famiglia –  si svolge nella splendida cornice del Castello Svevo di Cosenza, tornato a nuovo splendore e capace di accogliere molte interessanti iniziative.

Chiara Civello e Mirko Onofrio - foto Mafalda Meduri

Sono 12 gli anni nei quali la famiglia Funaro, realizza questo concerto, che ha come interesse unico, quello di raccogliere fondi per sostenere la ricerca sul cancro, oltre alla volontà di realizzare borse di studio per ragazzi meritevoli, in nome di quella giovane Lilli,  strappata alla vita e alla sua famiglia, troppo presto.

La gente che ha risposto all’invito è stata tanta, sinonimo del fatto che non solo sempre più spesso ci si mostri attenti per le iniziative che raccontano “del buono”, ma anche perché ormai da anni, la famiglia Funaro ed il loro entourage, sa come mettere a punto ogni dettaglio della loro pregevole attività no profit, oltre a quei concerti che negli anni passati hanno visto artisti come Pino Daniele, Vecchioni, Mannoia, De Crescenzo, Capossela, De Gregori, e lo scorso anno, un trio d’eccezione formato da Peppe Servillo, Natalio Mangalavite e Javier Girotto. Un concerto che lo scorso anno, fu di un livello difficile da replicare, che incantò un pubblico accorso numerosissimo.

Anche quest’anno i cosentini, hanno raccolto l’invito per quell’appuntamento con la speranza, con la solidarietà, con la musica. Eppure accadde che non sempre gli artisti siano in perfetta forma, e forse è stato il caso di Chiara Civello, apprezzata cantautrice italiana, che ha modellato il suo stile con incursioni jazz, che canta la bossanova in maniera deliziosa, che ieri sera, ha provato a creare un’atmosfera modello “io, te e 250 amici”, ma che – a mio avviso – non è riuscita perfettamente nell’intento, malgrado insieme al lei, sul palco ci fosse un talentuosissimo Mirko Onofrio, polistrumentista della formazione Brunori Sas che sul palco del castello svevo, ieri sera ha portato un flauto traverso con testata curva, che gli ha permesso di creare delle vere e proprie incursioni sofisticate e mai banali, all’interno di repertorio scelto dalla Civello, che forse non si adatta perfettamente al suo solito “mood”.

Il concerto ha il via, dopo le parole accorate di Michele Funaro al pubblico presente, con “Vieni via con me”, seguito da “Che mi importa del mondo” cantata in portoghese, che la Civello canta imbracciando la chitarra, accompagnata dalle note soffiate e calde del flauto di Onofrio.

E’ alla fine del secondo brano che la cantante saluta il pubblico raccontando che quello è un concerto in formazione intima, nato proprio per tradire le scalette, mentre lascia che sia il cuore a guidare la performance tra canzoni scritte dalla stessa ed altre che lei stessa ammette, avrebbe voluto scrivere lei.

E così arriva il momento di “Resta” e “Un uomo che non sa dire addio”, due dei suoi più famosi pezzi, quelli che l’hanno fatta conoscere al grande pubblico.

Poi la stessa cantautrice si siede al pianoforte e vengono fuori pezzi che, da “Moon River” celeberrimo brano datato 1961, scritto da Henry Mancini, arriva  a “Veleno” del 1947, divenuto celebre nella versione portoghese, ma che Chiara canta in italiano, dopo aver raccontato dei suoi viaggi in Brasile, dove la sua musica è conosciuta ed apprezzata.

Eppure che la Civello non è in perfetta forma, lo si percepisce durante l’esecuzione del brano “Fortissimo”, scritto da Bruno Canfora per Mina, cantato anche da Rita Pavone  e che, nella esecuzione della Civello, perde molto del suo significato, perché sussurrato forse, dove invece le note sottolineano il senso di quel “che ti amo fortissimo”.

Il pubblico applaude, ma non sembra particolarmente coinvolto, neanche quando la cantante chiede la collaborazione dei presenti per accompagnarla in quel viaggio musicale, scelto forse, in maniera troppo “improvvisata”.

Canta “come una rosa”, di Capossela, dopo aver chiesto al pubblico se conoscesse o meno “Vinicio” e dopo aver ironizzato sulla sua parlata di donna romana, figlia di un papà siciliano e una mamma pugliese.

Imbraccia ancora la chitarra per cantare una fin troppo famosa “senza fine” e nella sua versione di “que reste t, de el nos amours”, cantata in francese, che Chiara mostra di non essere perfettamente in forma, mentre a sostenere quel pezzo così antico e al contempo così ricco di atmosfere, ci pensa il flauto di Mirko Onofrio, che le offre ottimi spunti per svisare quel tanto che basta per impreziosire la performance.

“Tre” è il blues, scritto a 4 mani con Rocco Papaleo, che la Civello esegue con un bel riff.

Scomoda Carosone e con la collaborazione del pubblico esegue “tu vo fa l’americano”, e sul finale, lascia andare “Il mondo”, ma sembra sbagliare tonalità tanto che la seconda strofa la canta un’ottava sotto, senza però riuscire ad eseguire per bene tutte le note, e allora sapientemente ripiega su “io che amo solo te”, con la quale saluta il pubblico, già in piedi, pronto a raggiungere l’uscita.

Capita.
Non sempre si può essere al massimo delle proprie possibilità, ma la serata era così pregna di buoni propositi e di amore, che alla fine, anche i più esperti in materia, hanno apprezzato tutto, come se fosse stato impeccabile.

Simona Stammelluti