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Non è certo il primo anno che al Festival di Sanremo si “scivola” nella serata dei duetti e delle cover.
Usciti dalla comfort zone dei loro pezzi, i cantanti in gara (quasi tutti) danno il peggio di sé, come se qualcosa puntualmente si inceppasse e si finisse inevitabilmente a rimescolare tutte le carte. Quello che ci è piaciuto nella terza serata, quella in cui tutto ci sembra adeguato – con l’audio al suo posto e i pezzi che ci erano familiari e quindi è stato possibile apprezzare meglio le performance – quasi tocca rinnegarlo ponendosi qualche perché. Come per esempio perché mai scelgono delle canzoni già difficili e “particolari” che quasi sempre nascono dall’anima di cantautori che nulla hanno a che fare con particolari doti canore ma con un messaggio sociale o personale (oppure di cantanti che delle loro doti canore ne hanno fatto un piccolo paradiso) fino al perché esistano i duetti a Sanremo.

Infatti potremmo dire che ieri sera, la figura migliore l’hanno fatta coloro che hanno gareggiato da soli.

Io abolirei proprio i duetti. Che si cantino le cover e basta. Il duetto prevede una sorta di empatia e di complicità che non puoi improvvisare come se cantassi al karaoke del villaggio. E le coppie erano quasi tutte improponibili fatta salva qualche eccezione. Perché sono coppie anche generazionalmente troppo distanti e quindi incapaci di riconoscersi nelle intenzioni.

E così finisce che Massimo Ranieri e Nek rovinino una poesia come “Anna verrà” o che Aka 7even rovini Cambiare di Alex Baroni in coppia con Arisa, che per strafare finisce in un range troppo alto per lei e la disfatta è servita. A parte che nessuno (o quasi) può riproporre Baroni, cantante sopraffino dotato di una delicatezza e di una leggiadria irripetibili.

Ma facciamo prima a dire chi si sia salvato a parte i due giovanotti vincitori, Gianni Morandi e Jovanotti che in smoking bianco, ripercorrono con un medley le canzoni che sono state dell’uno e dell’altro, e lo fanno senza troppe pretese e questo li rende assolutamente accettabili: Occhi di ragazza, Un mondo d’amore, Ragazzo fortunato e Penso positivo ed è subito festa (e standing ovation, sicuramente esagerata).

Molto bene – a parte qualche incertezza di Blanco – il duo Mahmood Blanco in “Il cielo in una stanza” nel quale si percepisce l’affinità e la complicità dei due. È quello il senso del duetto, due voci e una sola intenzione e con loro si è percepita ogni sfumatura anche perché sono capaci di controcanti sopraffini perfettamente accordati e fluidi.

Bene anche Achille Lauro (dal look perfetto) con Loredana Bertè in “sei Bellissima” e nel duetto il cantante veronese ci fa dimenticare la sua furbizia nel proporre quest’anno, una canzone per nulla originale che ricorda molto i suoi stessi successi del passato (prossimo). Un momento di grande empatia, quella tra i due che si scambiano la parola con generosità. Lauro sa quel che fa e la Bertè ancora regge. Per non parlare dei bellissimi arrangiamenti e dell’orchestrazione.

Che un plauso gigantesco va alla straordinaria orchestra della Rai, che ha rivisitato tutti e 25 i pezzi delle cover con una maestria degna di nota. Spesso mi incanto ad ascoltare le evoluzioni armoniche e stilistiche che i maestri dell’orchestra eseguono, rendendo tutto così perfetto e adeguato.

E poi l’originalità di Lauro, che regala a Loredana Bertè delle rose rosse con un biglietto in cui viene fuori la sua incantevole carnalità.
Un po’ principe, un po’ paraculo.
Ma queste cose lui sa come farle.

Che strano uomo sono io, 
incapace di chiedere scusa, 
perché confonde il perdono 
con la vergogna. 
Che strano uomo sono io, 
Che ti chiama pagliaccio 
perché pensa di dover combattere 
cio che non riesce a raggiungere 
Che strano uomo sono io, 
capace solo di dire “sei bellissima”
perché ancora ho paura 
di riconoscere il tuo valore. 
Stasera “per i tuoi occhi ancora” 
chiedo scusa e vado via 
Bene anche Giovanni Truppi che con Vinicio Capossela e Mauro Pagani eseguono “Nella mia ora di libertà”  di Fabrizio De André.
Quando si ha a che fare con pietre miliari del cantautorato italiano non ci si aspetta nulla, se non la giusta intenzione, e in questo caso la “recita” quasi, di quella perla tratta da uno degli album più significativi di De André “storia di un impiegato”.E così è stato, infatti.  “Nella mia ora di libertà”  racconta l’inutilità del carcere. Forse troppo per il palco di Sanremo, dove ieri sera però erano in 4 e non in 3 perché De André aleggiava mentre scendeva piano la malinconia.
Quella performance è stato un piccolo spazio a sé.
Lo stesso non si può dire per Sangiovanni che malgrado la presenza nel duetto della Mannoia – che però sbaglia anche lei – riesce a rovinare un pezzo molto caro al cantautore che urlava tutta la sua rabbia verso il mondo della discografia che protegge il lato commerciale della musica, a discapito della purezza dell’arte che sono espressione palesi di sentimenti e sensazioni di un artista.
Niente di tutto questo, è tutto sbagliato. Scambi tra i due, intenzioni, intonazione … tutto.
Male anche Yuman che canta “My way” di Sinatra tutta in battere e a lui non basta la brava Rita Marcotulli al piano per decollare. Tutto piatto, senza slancio. 
A me personalmente sono piaciuti Highsnob e Hu nella canzone di Tenco.  “Mi sono innamorato di te” resa originale e ricercata alla presenza di Mr Rain che con la sua parte rap ha praticamente chiuso il cerchio lasciato aperto dai due cantanti in gara, forse perché non abbastanza dentro il pezzo, che sembra semplice, ma che racchiude in sé un tormento non facile da replicare.
Noiose Emma (vestita benissimo da Gucci) con la Michielin in “Baby one more time” di Britney Spears.
Non male La Rappresentante di lista in  Be my baby  The Ronettes con Cosmo, Margherita Vicario e Ginevra.
Bocciato Irama che da sempre mi sembra senza identità incatrato tra Bon Jovi e Grignani e che proprio con Grignani ieri sera ha cantato Grignani che a sua volta era Grignani o meglio la parte un po’ sfatta di sé.
Molto bene Matteo Romano in  Your song di Elton John con Malika Ayane. Bravissimo in una canzone per nulla facile e ben interpretata.
La sua voce delicata e intonatissima si è adeguata perfettamaente alle caratteristiche di quelle della Ayane.
E poi bene Noemi al pianoforte, che esce per prima e canta  da sola “You make me feel” di Aretha Franklin e ci sta, la scelta è azzeccata, il brano è alla sua portata e si adatta al suo cantare, alle sfumature della sua voce, alla sua grinta raffinata.
Tutto il resto è non classificabile. Uno scempio totale.
Ad onor del vero, sono comunque andati meglio quelli che hanno cantato da soli, da Moro alla Zanicchi.
La co-conduttrice della quarta serata è stata la giovane attrice Maria Chiara Giannetta, deliziosa e spigliata, che si prende tutto lo spazio che le viene concesso, che nel suo momento racconta molto emozionata la sua esperienza nel
mondo della cecità per prepararsi al ruolo di Blanca.
Carino il siparietto con Maurizio Lastrico con il quale raccontano una storiella mettendo insieme ed interpretando molti dei titoli che hanno fatto la storia della canzone italiana.
Ma noi ancora si pensava alla presenza scenica e emozionale di Drusilla Foer al cui confronto sfigurano un po’ tutti.

E poi il racconto di Jovanotti al tempo della radio e la recita di una poesia di una immensa poetessa che è Mariangela Guatieri.

Possiamo premiare Lorenzo per la scelta, ma l’interpretazione è mancata proprio della giusta “religiosità” ed intensità che in maniera prorompente travolge chi la ascolta declamare quelle parole di ringraziamento.

La giuria formata dal Televoto (con un peso del 34% sul risultato complessivo), la giuria della Sala stampa, tv, radio e web (33%) e poi la Demoscopica 1000 (33%) premiano Gianni Morandi, seguito da Mahmood con Blanco e terza Elisa insignificante ieri sera con What a Feeling, tanto che abbiamo guardato tutti la ballerina che l’accompagnava.

Sicuramente la serata più difficile da mandare giù e si attende stasera il gran finale.
Ormai conosciamo le canzoni e attendiamo solo di sapere come saranno eseguite e chi vincerà.

Partita la lunga kermesse musicale che come tutti gli anni tieni svariati milioni di italiani attaccati alla tv fino a notte fonda.

Amadeus, che si riconferma alla conduzione per la terza edizione consecutiva, si mostra presentatore e direttore artistico capace di gestire al meglio le vicissitudini che si alternano sul palco, ad incominciare da una impacciata Ornella Muti che salta fuori dal passato remoto e che un bel po’ “tirata a lucido” sembra dover costantemente combattere non si sa che timidezza. È stata lei la prima delle co-conduttrici che accompagneranno Amadeus nella galoppata musicale che ci condurrà a conoscere, solo sabato sera, il vincitore della 72esima edizione del Festival della Canzone Italiana. La Muti che poi, in serata inoltrata, si intrattiene con Amadeus, facendo una carrellata della sua carriera.

Mattatore indiscusso Fiorello che non lascia di pescare battute nell’ambito pandemia, ma sa sempre come intrattenere un po’ stile villaggio turistico, un po’ karaoke. E come sempre vince quando canta, ed anche ieri sera il medley rivisitato delle più famose canzoni sanremesi, ha permesso che tutto fosse per come ce lo si aspettasse.

12 i cantanti in gara nella prima serata. Stasera ci toccheranno gli altri 13.

Come sempre più spesso accade nomi poco conosciuti ai più piombano sul prestigioso palco sanremese, facendo inevitabilmente parlare di sé. In gara Dargen D’Amico, Rkomi, e Ana Mena una giovane improponibile, con una canzone maldestra (duecentomila lire) che ricordava però “amami ancora” della Nannini. Tra i semisconosciuti non male la canzone di Yuman “ora e qui” che promette sicuramente tanti passaggi alla radio. Tra i conosciuti invece, bene, Noemi, Mahmood con Blanco e il coro Gospel che accompagna Achille Lauro che apre il festival esibendosi per primo, e che non sembra essersi sforzato poi troppo alla ricerca del pezzo per Sanremo. Diciamo che vive un po’ di rendita e ci propina una sorta di rivisitazione di Rolls Royce, senza però l’effetto novità. Certo, a torso nudo è molto più elegante lui di Giusy Ferreri a cui non basta quella voce gracchiante e che ha pensato bene di imbracciare un megafono in inizio di canzone.

Elegantissima (e magrissima) invece Noemi, che però sbaglia il colore dell’abito che non si adatta al suo incarnato e meno ancora ai suoi capelli rosso carota.

Il “ciao ciao” de La rappresentate di Lista già la canticchiamo e sarà il tormentone nei villaggi. Non convince Michele Bravi – ma forse la sua “inverno dei fiori” dovremo riascoltarla, per capirci qualcosa.

Gianni Morandi, simpatico come sempre, sembra rimasto a “fatti mandare dalla mamma”, considerato che “apri tutte le porte” ha pressoché lo stesso giro armonico e lo stesso tempo.

L’attenzione e qualche parola in più va spesa per Massimo Ranieri che ha portato a Sanremo un vero capolavoro, una canzone che è una poesia, “lettera al di là del mare” che probabilmente non sarebbe dovuta essere in gara ma solo ascoltata come dono al pubblico. Lo scivolone dell’artista che dopo una partenza ottima, si perde sulle note alte, steccando nella parte in cui il pezzo si apre e l’orchestra incalza, vorremo perdonarglielo. Non sappiamo se è stato un problema tecnico o solo di tecnica, ma sappiamo che Ranieri resta un grande artista.

Ma tutta la prima serata la ricorderemo per la bellezza, la presenza scenica e la commozione dei Mäneskin che dalla loro vittoria a Sanremo dello scorso anno, hanno scalato l’Olimpo, hanno vinto tutto quello che a livello europeo si potesse vincere, hanno conquistato l’America e tornano su quel palco con la disinvoltura di sempre, ma senza tracotanza. Tornano con la loro personalità ed anche con qualcosa in più: la capacità di rendere tutto magico. E così dopo la prima esibizione intorno alle 22 con “zitti e buoni” pezzo con il quale hanno trionfato lo scorso anno, tornano che è quasi notte, con “Coraline”, una sorta di fiaba, ma senza lieto fine, la storia di una ragazzina che non trova il suo posto nel mondo. Una ballad rock che fa calare la magia sull’Ariston e a casa, capace di coinvolgere tutto in un pathos fuori dal comune. Alla fine dell’esibizione (e ricordiamo che Damiano David, il frontman del gruppo, non sbaglia una nota e che insieme al gruppo ha venduto 40 milioni di dischi in 11 mesi) il leader del gruppo, davanti ad un teatro in piedi che applaude si mostra in tutta la sua commozione, mentre Amadeus l’abbraccia.

Il resto della serata è pubblicità alla rete Rai, con Raul Bova che con Nino Frassica annuncia il nuovo Don Matteo, Claudio Gioè che pubblicizza Makari 2 e poi il tennista Berrettini in arrivo dagli Australian Open.

La classifica provvisoria della sala stampa all’una di notte circa i primi 12 cantanti in gara premia Mahmood e Blanco con “Brividi” al primo posto, e a seguire La Rappresentante di lista con “Ciao Ciao” Dargen D’amico con “Dove si balla” Gianni Morandi con “Apri tutte le porte” Massimo Ranieri con “Lettera al di là del mare” Noemi con “Ti amo non lo so dire” Michele Bravi con “Inverno dei fiori”. Chiude Ana Mena con “Duecentomila ore”.

Orchestra impeccabile come sempre.

Colapesce e Dimartino si esibiscono durante un collegamento con la nave Costa Toscana, condotto da Orietta Berti e Fabio Rovazzi.

A stasera.

E finalmente!

E finalmente abbiamo abbandonato quello stereotipo di “vallette” che per decenni si sono avvicendate sul famoso parco dell’Ariston per il famosissimo Festival della Canzone Italiana.

Ci sono volute ben 72 edizioni per avere l’onore di vedere su quel palco un personaggio eclettico, carismatico, audace al punto giusto come Drusilla Foer,eleganzissima” e accativante, che sarà al fianco di Amadeus nella terza serata della kermesse.

Drusilla Foer, al secolo Gianluca Gori, classe 1967, non è un “travestito” e neanche una drag queen.
Si definisce “travesti” o “en travesti”, alla francese, ossia un personaggio che in un’opera teatrale o lirica viene interpretato da un attore o cantante di sesso opposto. In Italia questo genere è diffuso fin dall’800 sia nelle opere liriche che nel teatro che nel cinema.

Nobildonna, la definiscono in tanti.
E poi ancora icona di stile.
La stampa la adora.
È attrice, ballerina, attrice, cantante.
È ironica, brillante, anticonformista, ribelle e dannatamente irresistibile.
È eleganzissima, così come le suggerì una bambina sua fan, che le scrisse una lettera dicendo che da grande voleva essere proprio come lei: “elegan-zissima”.

Dietro quel personaggio c’è tanta arte e tanto talento, compreso quello della fotografia e della drammaturgia.

Insomma, alla eccentrica signora borghese di 54 anni, non manca proprio nulla e la sua presenza sul palco dell’Ariston non sarà solo rivoluzionaria, ma riempirà quel palco con il suo spirito libero e il suo pensare assolutamente fuori da ogni stereotipo.

Un successo cresciuto in maniera esponenziale dal teatro a fenomeno del web, poi è arrivato il cinema e la televisione; eppure nessuno si interessa più di tanto alla sua vera vita. Interessa più la sua vita da vedova che è stata sposata con un texano, che poi l’avrebbe tradita.
È questa la magia di Drusilla Foer.

Sul palco dell’Ariston non indosserà nessun abito griffato. A realizzare i suoi due abiti per la terza serata della kermesse, sarebbe stata la sua sarta fiorentina di sempre, Rina Milano. Qualunque abito si abbinerà alla perfezione con il suo biondo platino, portato con estrema disinvoltura. E ovviamente, nessuna parrucca.

Aspettiamo Drusilla Foer, per godere a pieno di quel suo essere una “irresistibile soubrette”.

 

Ce la ricorderemo sì questa 70esima edizione del Festival della Canzone Italiana; ce la ricorderemo per un bel numero di motivi, precisamente 10, a mio avviso.

  1. Una discreta dose di imprevisti: Il giornalista di Sky che si addormenta e così la notizia circa il vincitore di Sanremo è resa nota prima ancora della proclamazione. E così quasi un’ora prima del verdetto, tutti sapevamo già che aveva vinto Diodato. E che palle, vien da dire! Abbiamo resistito per 5 serate fino alle 2 e passa di notte, per poi veder svanito quel momento in cui tutti dicono la propria e quasi mai nessuno ha ragione.
    Bugo viene squalificato insieme a Morgan che cambia le parole della canzone in gara per vendicarsi di un arrangiamento non accettato, per punirlo e alla fine finiscono tutti e due fuori dalla gara. Morgan è il solito irrequieto, ma ha anche un pochetto rotto le scatole con questo atteggiamento da professore. Ma resto dell’idea che quello forse è stato l’unico modo che i due avevano per far parlare di sé, considerato che la canzone era davvero brutta. E poi ancora Junior Cally maschera sì, maschera no, e alla fine a volto scoperto ha mostrato molti più elementi iconici di quanto si immaginasse. E Tiziano Ferro che deve recuperare il rapporto con Fiorello dopo quella frase infelice sul tempo che lui ruba ed è costretto a lasciare biglietti di scuse in giro, fino al bacino in diretta per consacrare la pec fatta.
  2. Ci è voluta tanta resistenza per arrivare fino in fondo. 5 serate di cui le ultime 3 sono terminate a notte fonda, non sono una passeggiata di salute. Una lungaggine mai vista, fino allo sfinimento e lui, Amadeus, come un soldatino di piombo che non ha perso un colpo ma ha fatto anche altro; ha dimostrato che ci si può rialzare con classe e dignità dopo uno scivolone. E così dopo averci scherzato su, sdrammatizzando circa quella frase infelice della donna che sa fare un passo indietro, si è dimostrato un presentatore capace, un professionista che ha retto benissimo le redini della Kermesse, senza sentirsi mai divo, portando tra l’altro con disinvoltura quelle orrende giacche modello tappezzeria barocca che gli hanno dato da indossare sera dopo sera.
  3.  L’essere “figli di” aiuta, non prendiamoci in giro. Sarei curiosa di sapere se Leo Gassman avrebbe vinto uguale se non fosse stato il figlio di Alessandro e il nipote dell’immenso Vittorio Gassman. E allora a mio avviso se avesse voluto per davvero mettersi in gioco, avrebbe dovuto gareggiare ed entrare nel mondo della musica con uno pseudonimo. Allora sì che sarebbe stata una vera e bella sfida. Che poi il giovanotto, farà fatica a fare i conti con quel cognome ingombrante, tra un po’, anche se fino ad ora gli è stato così utile. Tutto questo talento non l’ho visto in lui né tantomeno tra gli altri giovani in gara.
  4.  A proposito di talento, questa edizione del Festival  ci ha ricordato che esistono diverse forme di talento, anche se inevitabilmente in una kermesse canora si ricerca il bel canto, il testo che possa far riflettere, il bell’arrangiamento. E non sempre tutto questo sta in un solo pezzo  … o forse sì. Tosca è stata quella che ha racchiuso tutto questo nella sua “ho amato tutto” e non è un caso che sia stata premiata dall’orchestra la sera dei duetti e poi ieri con il premio Giancarlo Bigazzi. Però è talento anche quello di chi si inventa un messaggio e poi usa la musica per veicolarlo. Il caso Achille Lauro ne è testimonianza. Sbaglia chi dice che non ha uno straccio di talento. Probabilmente non riconosceremo il pezzo, non ricorderemo le parole così come è accaduto invece lo scorso anno, ma sicuramente lo ricorderemo come colui che nel terzo millennio ha osato quello che fu dei grandi della musica in passato, da Bowie a Jagger fino a Renato Zero. Trasformismi non a caso, quelli del giovane cantante, che è stato tante cose ma alla fine sempre se stesso, dissacrante, convinto a voler scuotere dal significato troppo scontato di una performance sanremese e dalla distinzione tra generi. Ognuno di noi alla fine prima o poi si mette a nudo, dopo essere stato tante cose, dopo aver finto ruoli improbabili, o dopo aver scoperto che alla fine conta solo quello che si prova e non quello che gli altri vorrebbero da un noi e che spesso non esiste. Ha fatto e continuerà a far parlare di se Achille Lauro che con la sua “me ne frego” ha sancito un sodalizio anche con i malpensanti di turno.
  5. Abbiamo capito che la musica Indi che sta per Indipendente ha molto da dire e da dare. Si pensi ai Pinguini Tattini Nucleari, a Levante, a Sanremo, ma ancora Coez, Calcutta e tanti altri ancora. Un po’ meno da dire hanno forse i rapper italiani, che scandiscono male anche le parole e alla fine devi andare a capire cosa mai vorranno dire; o al contrario sono così maldestramente o convintamente espliciti.
  6. La bellezza da sola può davvero poco, come anche l’essere la moglie di, la fidanzata di. Perché ci vuole talento anche nell’essere belle e il look è solo l’ultimo tassello di una modalità estetica che deve contemplare raffinatezza, garbo e un pizzico di cultura. Le “vallette” o co-conduttrici che dir si voglia sono appartenute a due categorie difficili da mettere insieme; eppure Amadeus c’è riuscito a far convivere la bellezza delle giornaliste con quella delle modelle, mentre ognuno alla fine si è schierato con ciò che più ama di solito. Perché non è vero che la bellezza mette tutti d’accordo.
  7. Non è più il tempo dei super ospiti stranieri, i tempi della Whitney Huston e degli U2. Nell’edizione 2020 hanno fatto un figurone gli italiani. Zucchero, per esempio e poi Ghali e ancora Roberto Benigni che era in gran forma mentre raccontava “candidamente” il “cantico dei cantici”. E Fiorello, showman superlativo, che ha riempito molti spazi della kermesse con l’arte di chi sa fare tutti e tutto bene. Perché alla fine i nuovi divi, fuori dalle sale di incisioni, perdono ogni appeal, sono spesso fuori forma e privi di pathos.
  8. Chi mi ha seguito lo sa, per me questo festival sarà ricordato come quello con il maggior numero di stonature, di note fuori posto e fuori tempo. Dall’ospite fisso Tiziano Ferro a molto dei cantanti in gara, compreso gli ospiti della sera dei duetti. Non ci posso fare nulla, per me il canto deve passare dal controllo vocale che è imprescindibile e poi pian piano come in una soffice millefoglie tutti i particolari prendono posto; l’armonia, l’interpretazione, la capacità di modulare, i vibrati, i respiri e le piccole imperfezioni così care ai cantanti del passato che ne fecero il loro segno distintivo; ecco infatti, piccole imperfezioni, non eclatanti.
  9. Un po’ si è persa di vista la bellezza assoluta delle grandi orchestre, nel tempo dell’autotune e del fai da te, ma poi arriva Sanremo in tv in prima serata Rai e si deve necessariamente fare i conti con la bravura del lavoro di insieme, perché è proprio vero che alcune cose riescono meglio quando c’è sinergia e quest’anno gli eccellenti maestri dell’orchestra hanno salvato molte esibizioni.
  10. Il potere delle masse che inibisce il libero arbitrio. Nessuno ha più il coraggio di dire che vede Sanremo, tutti a denigrare la kermesse canora che esiste da 70 anni, tutti a mostrarsi sofisticati andando (fintamente) controcorrente, atteggiandosi a grande esperto di musica, di costume e di società e poi alla fine tutti lì incollati, mentre mai come quest’anno gli ascolti sono stati altissimi, per uno dei programmi più ricchi di musica, costume e società. Oltre 10 milioni di spettatori ogni sera. E quest’anno lo ricorderemo perché tra problemi politici, sanitari e mondiali, hanno tutti smesso di parlare di questo o quello per 5 lunghi giorni e dentro e fuori i social si è parlato solo di Sanremo.
    Perché Sanremo è Sanremo pararà

Simona Stammelluti 

Vince il festival di Sanremo 2020 Diodato con “fai rumore”

Secondo Gabbani con “viceversa”

Terzi i Pinguini Tattici Nucleari con “Ringo Starr”

Premio  della critica “Mia Martini” va a Diodato  con “Fai rumore”

Premio “Lucio Dalla” sezione campioni va ancora a Diodato 

Premio Sergio Bardotti a Rancore con “Eden” 

Premio Giancarlo Bigazzi dei maestri dell’orchestra a Tosca con “ho amato tutto” 

Premio TIM Music a Francesco Gabbani con “viceversa” 

Che fatica è stato arrivare in fondo tra le solite critiche, le nottate, i colpi di scena, le stonature, i look, i significati nascosti, gli evergreen e il nuovo che avanza.

Fiorello superstar, che chiude cantando “amore baciami” di Bongusto.
Le donne se la sono cavata, chi più chi meno.
Plauso ad Amadeus che si consacra ottimo presentatore della Kermesse.

Inchino alla fantastica orchestra della Rai.

A domani, con tutto quello che non ho detto in questi giorni sul Festival di Sanremo

 

Simona Stammelluti

Ricorderemo questa 70esima edizione del Festival della Canzone Italiana come una esperienza quasi mistica, per eroici. Amadeus e “compagnia cantante” trascinano gli spettatori più coraggiosi fin dentro la notte, quando per sfinimento, quasi ti va bene tutto.
E così quando sono le due del mattino ti desti dal torpore del sonno che vorrebbe prendere il sopravvento, mentre Morgan – che a quanto pare ha deciso di punire Bugo cambiando le parole della canzone – si accorge che il suo compagno di palco non entra in scena, costringendo l’organizzazione a squalificarli dalla gara. 

Cose da Morgan, verrebbe da dire, ma invece diciamo che la canzone non era manco un granché, che Bugo se ne farà una ragione ed io al posto suo non tornerei sul palco manco se la direzione decidesse di ospitarmi, da solo e fuori gara. Chissà cosa deciderà Amadeus.

Una serata lunga, dicevamo, lunghissima nella quale si decreta il vincitore tra i giovani che quest’anno è Leo Gassman figlio del noto attore, con il brano “Vai bene così“. Le polemiche sono dietro l’angolo perché è facile pensare che qualcuno si sia lasciato influenzare dal cognome. Io penso che le canzoni in gara fossero quest’anno debolucce e che di talenti manco l’ombra, per cui davvero uno sarebbe valso l’altro. Tecla però vince il “premio Lucio Dalla” dalla sala stampa per il suo pezzo “8 marzo“.

Il premio della critica Mia Martini per le nuove proposte, assegnato dai giornalisti della sala stampa dell’Ariston, va agli Eugenio in Via Di Gioia.

Le canzoni dei 24 big, tutti concentrati nella 4a serata del Festival di Sanremo, scorrono lente e mentre ci si abitua a qualche ritornello e ci si ricrede (ma solo un po’) su alcuni degli artisti in gara, capita di assistere a momenti commoventi come il saluto a  Vincenzo Mollica, memoria storica del Festival che lascia per sempre Sanremo, o un Fiorello in gran forma che canta swing Quando Quando, con un Tony Renis che diventa direttore d’orchestra; Fiorello dimostra di essere un eccellente show-man ma ancor più di essere in grado di cantare meglio della metà degli artisti in gara.

Le “vallette” sono Antonella Clerici e la fidanzata di Valentino Rossi, Francesca Sofia Novello; Quella di “un passo indietro” per intenderci.

Tra gli ospiti la Nannini che canta con Coez, ma il risultato non è entusiasmante.
E poi ancora Dua Lipa la superstar di origine albanese, che fa milioni di visualizzazioni su youtube. Bella presenza scenica, canta e balla “Don’t start now” e tutto scorre come da programma.

Bravo Ghali, ospite anch’egli, che dopo l’ingresso scenografico di una finta caduta per le scale, regala all’Ariston un medley ben eseguito.

Alla fine delle lunga serata seguita da quasi dieci milioni di telespettatori, la Sala Stampa porta in vetta Diodato, seguito da Gabbani, Pinguini Tattici nucleari.

Ah dimenticavo Tiziano Ferro, che in queste ore impegnato è stato impegnato a ricucire i rapporti con Fiorello con il quale ieri sera si è scambiato un bacino. Cosa non si fa per campà.

Stasera l’ultima serata.
Ce la possiamo fare.

Simona Stammelluti 

 

 

Una maratona di oltre 5 ore che termina alle 2 del mattino, per assistere a 24 duetti di big che si sono cimentati con le canzoni delle ultime 69 edizioni del festival della canzone italiana. Protagonista assoluta l’orchestra che non solo ha eseguito 24 arrangiamenti nuovi, ma ha avuto il compito di votare le performance, il pezzo meglio eseguito, l’originalità ed il carisma. Non è stato un caso che a vincere sia stata lei, Tosca, la migliore non solo nella kermesse sanremese ma anche in tutto il panorama italiano contemporaneo.
Vince lei, per i maestri dell’orchesta, con il brano che fu di Lucio Dalla “Piazza grande” riarrangiato da Joe Barbieri con il quale la talentuosa artista romana ha stretto da tempo un fortunato sodalizio; lo storico pezzo eseguito in duetto con la cantante spagnola Silvia Perez Cruz, figlia d’arte, polistrumentista e capace di vedere nelle canzoni vere storie da raccontare.
Tosca è carisma, talento, personalità canora; è passione, intonazione, interpretazione; Tosca è arte allo stato puro ed è un dono per la musica, ed anche per Sanremo. Variazioni sul tema per le due cantanti che rivisitano il pezzo di Dalla mentre le due voci si accostano, si fondono, incantano, entusiasmano, anche quando la musica si ferma, prima del finale.
Con loro sul palco anche la talentuosa violoncellista Giovanna Famulari, che da anni lavora con Tosca e Ron. 
Sul podio anche Piero Pelù secondo con “Cuore Matto” e terzi i Pingiuni Tattici Nucleari con “settanta volte” e che con la loro performance convincono (anche l’orchestra) e poi svoltano a medley e citano Achille Lauro e la sua “rolls Roy’s”.
Degli altri artisti poco si può dire se non che sembravano tutti “sotto tono”, fuori forma, imprecisi, con duetti a volte improbabili.
Buona la performance sofisticata di Gualazzi che canta “e se domani” con Simona Molinari. E poi ancora Achille Lauro che si piazza 16esimo, omaggia con il suo look da Ziggy Stardust uno dei tanti alter ego di David Bowie, con quel trucco che all’epoca era glam rock; si accompagna sul palco dell’Ariston con Annalisa, una delle voci più belle uscite dal Talent della De Filippi mentre interpretano “Gli uomini non cambiano” che fu di Mia Martini scritta da Bigazzi e Falagiani. Sceglie Mia Martini anche Giordana Angi che canta “la nevicata del 56” ma non convince l’orchestra è finisce al 18 posto in classifica malgrado la performance sia stata buona e con lei sul palco c’erano anche i talentuosi Solis String Quartet.
Anastasio 4º in classifica dopo il voto dell’orchestra sceglie la PFM per esibirsi, un pezzo di storia insomma e il pezzo è “spalle al muro” di Mariella Nava.
Aleggia l’anima di Enzo Jannacci all’Ariston nella sua “se me lo dicevi prima” eseguita da suo figlio Paolo che tanto lo ricorda in movenze e voce e che si assesta al 7º posto.
Tra le peggiori performance quella di Alberto Urso 20esimo che paga lo scotto di fare il duetto con una Ornella Vanoni che non ce la fa più e che dovrebbe ritirarsi dalle scene; stonata e fuori tempo, trascina nel baratro anche il giovane tenore.
Fuori forma o troppo audace Arisa, scelta da Marco Masini per il duetto di “vacanze romane”. Strozzata nelle note alte, stentiamo a riconoscere colei che vinse Sanremo cantando in maniera impeccabile e deliziosa “controvento” nel non lontano 2014.
La serata è orfana di Fiorello, ma scorre ugualmente tra coreografie del corpo di ballo, un Tiziano Ferro che canta decisamente meglio delle altre sere un suo bel brano “dentro a questo inverno”. Tra i super ospiti Mika bravissimo, che racconta come l’Italia più la conosci meno la capisci, e come le canzoni di De Andrè gli hanno fatto capire tante cose dell’Italia “Ha scritto una canzone che dice la stessa cose che penso io. C’è amore nel mondo ma non basta per tutti e allora dobbiamo passarcelo e perdonare quando se ne va” – dice ancora Mika che poi esegue “Amore che vieni amore che vai” in un arrangiamento stupendo.
Ospite della terza puntata del festival di Sanremo anche Roberto Benigni in gran forma, che decanta il “cantico dei cantici” e che a suo dire è un testo erotico santissimo. La sacra scrittura – dice – ama l’amore e le gioie del sesso. È il libro del desiderio che però è diverso dal bisogno. Perché l’amore non è possesso ma continua conquista. Il desidero non si placa mai. È la coppia protagonista, lei e lui che si amano, in ogni luogo e in ogni epoca – continua Benigni – Il cantico rappresenta tutte le copie che si amano. Ogni persona umana che ama. Il cantico è il luogo dove si compie l’amore. Chi l’ha scritto – conclude Benigni – è orafo della parola e ha lavorato per l’eternità. Ha creato un diadema pronto ad essere indossato e dopo 2400 anni si posa sui nostro cuori”. 
Ospite canoro Lewis Capaldi il cantautore britannico famoso per il suo singolo “Someone You Loved” che nel marzo 2019 ha conquistato la classifica dei singoli nel Regno Unito, ma la performance ieri sera a Sanremo è stata deludente; sembra che questi grandi artisti, fuori dalle sale di incisione, perdano ogni magia canora.
Ad affiancare Amadeus la modella argentina Georgina Rodriguez compagna di Ronaldo che non azzecca una parola in italiano (studiare quelle 4 battute no?) e che si lancia in un tango con tutta prorompenza ma senza la leggiadria che su quel palco fu di Belen.
Al fianco del presentatore anche la conduttrice televisiva albanese Alketa Vejsiu biondissima, impeccabile nel suo abito Dolce&Gabbana, che sfoggia un italiano impeccabile e che a notte fonda prima della classifica finale,  regala un monologo in cui ricorda il sogno italiano per loro che dall’Albania raggiungevano il bel paese dall’altra parte dell’Adriatico; racconta di quell’Italia in cui la musica è stata sempre un faro per il resto del continente.
Simona Stammelluti 

Sanremo assomiglia sempre più ad un grande show che ha bisogno di elementi che si muovano nello spazio, che riempiano tempo e che vadano a tempo, piuttosto che ad una kermesse canora.
E così parte anche la 70esima edizione del festival di Sanremo, quest’anno diretto e condotto da Amadeus (neanche tanto male alla conduzione) che si lascia affiancare da un Fiorello che apre la prima puntata vestito da prete, che fa ridere ma non troppo, e poi ancora da Diletta Leotta che sembra un po’ svampita, e che ritmo nella co-condizione non ne ha, e da Rula Jebreal la giornalista  palestinese, che non solo da una vera stoccata al presentatore con quella sua “e stasera facciamo tutti un passo avanti, così evitiamo le gaffe”, ma che nella seconda parte della kermesse regalerà ad pubblico a casa e in sala, il già annunciato monologo contro la violenza sulle donne, raccontando la storia vera di lei bambina che ascoltava le storie delle donne stuprate e di sua madre che si è suicidata perché voleva liberasi del suo corpo che era stata la sua tortura. Il suo monologo intervallato delle parole di canzoni scritte da uomini, Battiato, Vasco Rossi e Francesco De Gregori. 
Entrando nel vivo delle manifestazione canora, sono stati 4 i giovani della sezione nuove proposte ad esibirsi e hanno passato il turno Tecla e Leo Gassman. Strana questa sezione dove ci sono voci carine ma canzoni brutte, e viceversa. Ma alla fine passa la canzone sanremese di Tecla e l’appeal di Gassman. 
I big ad esibirsi sono 12, e tra cose già sentite (Achille Lauro, che però fa parlare di sé passando dal mantello alla calzamaglia nel giro di 2 minuti) e canzoni improponibili la serata, lunghissima, può contare sulla bravura indiscussa dell’orchestra che da sempre regala il piacere della musica. 
Primi Le Vibrazioni alla fine della prima puntata, ultimo Morgan con Bugo. Nel mezzo una Rita Pavone che non si arrende, Anastasio che porta un pezzo con un buon sound, Elodie che fa la diva nel suo vestito Versace che arriva seconda in classifica ma con un pezzo a mio parere scarso. Masini resta coerente, malgrado il cambio di look e la sua canzone ancora una volta è adatta al palco dell’Ariston e canta senza sbavature. Diodato poco incisivo, malgrado l’intonazione, ma ancora abbiamo nelle orecchio il pezzo colonna sonora del film di Ozpetek. Irene Grandi delude, malgrado la canzone le sia stata scritta da Vasco Rossi e Gaetano Curreri. E poi ancora Riki (ce l’eravamo dimenticato) e Alberto Urso di cui nulla posso dire perché è come se non ci fosse stato, su quel palco. Canta per ultimo Raphael Gualazzi, con un pezzo carioca, carino ma lui sembra uscito da un cartone animato.
Ma come dicevamo Sanremo è un grande Show con ospiti di vario genere.
Scandaloso Tiziano Ferro  – che sarà a quanto sembra ospite fisso – che storpia completamente “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini e che si salva cantando la sua  “Si accettano miracoli“. Da sempre sostengo che Ferro sia un bravo autore e che dovrebbe scrivere per altri e lasciar stare il canto, perché se in sala di incisione lo aiutano, dal vivo finisce per fare figuracce e questo è un gran peccato perché un artista deve poter essere apprezzato per quel che sa realmente fare e lui sa scrivere ma non sa cantare.
Pessima figura anche per Romina Power e Albano che dopo un melenso revival dei loto antichi successi, si piegano al playback per cantare una canzone scritta da Cristiano Malgioglio, che è presente in sala tra il pubblico. Il tutto con la presentazione della figlia Romina Carrisi, apparsa come un cavolo a merenda sul palco. Cosa non si fa per piazzare i figli da qualche parte!
Pure Emma Marrone, canta … dentro e fuori l’Ariston. Ma sale sul palco come “attrice” insieme a Favino, Rossi Stuart. Claudio Santamaria e Micaela Ramazzotti,  ognuno con un piccolo monologo e tutti protagonisti del nuovo film di Gabriele Muccino, e quale palco migliore dell’Ariston per pubblicizzare un film?
Sembrerebbe l’edizione votata al messaggio contro il femminicidio, tanto che Gessica Notaro, la ragazza trasfigurata con l’acido dall’ex fidanzato, con la passione per il canto, sale sul palco sanremese e canta con il suo amico Antonio Maggio.
Una lunga serata che si consuma tra abiti bellissimi, molti momenti di noia, e la musica di Sanremo, che fa parlare di se tutto l’anno, che non mette mai tutti d’accordo, ma che resta un’appuntamento a cui si fa fatica a mancare, almeno per noi addetti ai lavori.
A domani
Simona Stammelluti 

Ridateci il Sanremo dei super-ospiti, delle modelle strapagate che facevano per bene le vallette, e ridateci Pippo Baudo, che di mestiere faceva il Presentatore, con la “P” maiuscola.

Ridateci le canzoni al centro di tutto, le conferenze stampa nelle quali si parla di Canzoni e di Stilisti, ridateci la gioia del palco del teatro Ariston addobbato con i fiori della Liguria, le signore vestite a festa, e la giuria “di qualità”.

No, perché non è possibile gettare nel cesso cento anni di emancipazione in una conferenza stampa in cui si definisce una donna come bella, che di mestiere fa la modella ma anche la fidanzata di Valentino Rossi e che sa stare un passo indietro“.

E le scuse del nuovo direttore artistico del 70° Festival di Sanremo, Amadeus, poco sono servite a placare gli animi e la rivolta che a buon dire si è scatenata contro le sue affermazioni denigratorie e difficili da mandar giù.  Ma la cosa che più mi fa indignare è che la signorina Francesca Sofia Novello quella bella, quella che fa la modella, che di mestiere fa la fidanzata di Valentino Rossi e che sa stare un passo indietro,  ha pure sorriso compiaciuta, della descrizione che si faceva di sé.

Mi verrebbe da dire “cosa non si fa per un po’ di notorietà“!
Ma allora signorina Francesca Sofia, la vuoi o no, questa notorietà?
O ti basta fare la fidanzata bella di Valentino Rossi?
Vuoi stare un passo indietro o prenderti uno spazio che sia tuo?
La vuoi, la vuoi quella notorietà, altrimenti non saliresti su quel palco.
E forse non ti interessa neanche se diventerai famosa per essere quella di un passo indietro, per essere la bella statuina del Festival o quella dello scivolone di Amadeus.

Nel Festival da sempre ci sono figure femminili e quest’anno a dispetto di quello che voleva apparire una sorta di riscossa delle donne che diventano più d’una sul prestigioso palco, c’è invece una sorta di subalternità delle signore presenti, delle quali viene sottolineato spesso dal presentatore, il loro dettaglio estetico: “la bella e brava …”  Perché da sempre la donna deve essere bella per soddisfare a pieno l’ego maschile, quel maschilismo travestito da galanteria.

E dunque ci faccia capire Amadeus, la Chimenti e la D’Aquino, sono state scelte perché belle, telegeniche e non forse perché sono brave professioniste?
Ci faccia capire il loro ruolo quale deve essere, quello di “stare un passo indietro”?

Ricordiamo però che la giornalista italo-israeliana, classe 73, laureata a Bologna, che parla 4 lingue, che ha scritto romanzi, che è stata inviata del New York Time e della CNN, che ha un dottorato di ricerca a Miami, ed è anche bella, che risponde al nome di Rula Jebreal era e resta un personaggio scomodo da mandare in prima serata, e alla stessa la Rai aveva chiesto di “fare un passo indietro“, ma lei non ci è stata e allora Rula, al 70° Festival della Canzone Italiana ci sarà.

La sua presenza, contestata dai sovranisti, resiste dunque alle continue polemiche e agli attacchi. Il suo monologo – presumibilmente sulla violenza di genere – farà da spartiacque tra il guazzabuglio di presenze femminili, e tra le canzoni in gara; ed anche lì qualche problemino Amadeus lo sta avendo. Rapper sì. Rapper no.
Junior Cally (ma poi chissà da dove escano fuori questi personaggi e cosa abbiano a che fare con il festival della canzone italiana, qualcuno ce lo dica) che all’anagrafe fa Antonio Signore, qualche problemino lo ha, più che crearlo ad Amadeus e alla Rai. Un passato tra ossessioni, alcol, condanne per furti, che sceglie di mascherarsi e che nelle sue canzoni parla delle donne come degli oggetti, che incita all’odio e alla violenza.

Ridateci il Sanremo con le canzoni Sanremesi, con due strofe e il ritornello, che creavano aspettative tutto l’anno e che riempivano le radio dal secondo giorno, che si preparavano a diventare il tormentone dell’estate e che consacrava talenti, veri, anche quando non vincevano. Mia Martini, Tosca, Malika Ayane, Arisa, Giorgia, Elisa. Sì, tutte donne … perché le donne lo hanno da sempre un ruolo, in mezzo a centinaia di peculiarità e di talenti, che possono stare in prima fila, in prima linea, a cui spetta spesso anche la prima parola, e forse anche l’ultima.

E allora io l’ultima parola me la prendo:
Verrebbe voglia davvero di boicottare il Festival, ma per chi fa il mio mestiere non è possibile;
non si può, non si deve.
Salviamo Sanremo dalle gaffe, da chi vuole “orchestrare” ma senza conoscere la musica e da chi vuole la musica in secondo piano.

“Sarà la musica che gira intorno, 
quella che non ha futuro, 
Sarà la musica che gira intorno, 
saremo noi che abbiamo nella testa
un maledetto muro”

[I. Fossati]

 

Simona Stammelluti

 

Gli ultimi saranno i primi“, recita un famoso passo. E’ stato il caso del giovane 22enne che ieri sera ha vinto il Festival di Sanremo nella sezione “Nuove Proposte”. Ultimo, il 22enne romano vince con il brano “Il ballo delle incertezze” e la spunta su Mirkoeilcane, che però vince il premio della critica “Mia Martini” e su Mudimbi con la sua “Il mago” arrivato terzo, ma dato per favorito nelle ultime ore. La canzone vincitrice ha tutte le caratteristiche per essere quel pezzo che spopolerà in radio, che in tanti canticchieranno anche se il giovane cantante, non ha ancora una maturità vocale che dovrà invece allenare, se deciderà di continuare a fare questo mestiere per nulla facile.

La quarta serata del Festival ha visto poi duettare tutti i 20 Big, che hanno riproposto i loro brani insieme a personaggi del mondo musicale e non solo,  vestendo a nuovo alcune atmosfere.

Una lunga serata, durante la quale i brani in gara sono passati al vaglio della giuria di qualità, che ieri sera ha decretato una classifica provvisoria che vede nella parte alta la Vanoni, Diodato, Caccamo, Ron, Barbarossa e Gazzè.

I momenti più toccanti della serata hanno visto protagonisti Ron con Alice, sul brano scritto da Lucio Dalla, Avitabile e Servillo che hanno suonato con gli Avion Travel, Gazzè con due grandi jazzisti – Rita Marcotulli al piano e Roberto Gatto alla batteria – che hanno impreziosito il pezzo in gara, Barbarossa con Anna Foglietta che ha dimostrato ottima presenza scenica e phatos, e Lo Stato Sociale, che ha ospitato Paolo Rossi e il coro dell’Antoniano.  Anche l’intro al piano di Cammariere che ha accompagnato Nina Zilli è stato un ottimo ricamo.

Nella serata di ieri, ospiti Gianna Nannini, che dopo aver presentato il suo ultimo pezzo “Fenomenale” ha duettato – così come ormai fan tutti – con Baglioni che non perde occasione per cantare. Il pezzo è stato “Amore bello” durante il quale però, a causa di continui cambi di tonalità per adattare le strofe alle due diverse voci, ci sono state delle pecche in fatto di intonazione. La Nannini coglie anche impreparato Baglioni circa il significato di “melismo“. Ma a detenere lo scettro delle gaffe è la Hunziker che sbaglia i nomi dei cantanti stranieri ospiti nei duetti con i Big. Ma tanto alla fine lei ride, e non se ne interessa più di tanto.

Ospite della serata anche Piero Pelù che con Baglioni fa un omaggio a Battisti, raccontando poi come “Il tempo di morire” fu un modo di sfogare la rabbia di un tradimento, considerato che – differentemente da oggi, quando ci si arma e si uccide – il cantautore usò una penna e una chitarra per raccontare uno stato d’animo.

Favino non sa più come tenere a bada i suoi mille talenti, e dopo aver omaggiato la sua compagna con un mazzo di fiori ed un panino, scendendo in platea e baciandola tra i capelli, si cimenta anche in un momento jazz, suonando al sax “In a sentimental Mood”  tra i maestri dell’orchestra.

Segnalo come momento di grande lustro ed emozione durante la quarta serata del Festival, il premio alla carriera “Città di Sanremo” consegnato alla grande Milva, ritirato da sua figlia Martina Corgnati che ha regalato al pubblico in maniera toccante le parole di sua madre, che non solo ringraziava tutti coloro che avevano accolto la sua arte in tutto il mondo, ma incoraggiava i ragazzi a riconoscere i propri talenti e a coltivarli attraverso lo studio.

Ci prepariamo adesso all’ultima serata della 68esima edizione del Festival di Sanremo. Ai primi tre posti ci saranno, secondo i miei pronostici la Vanoni, Lo Stato Sociale e il duo Meta-Moro, ma il mio gusto personale mi porta a voler sperare che quel premio quest’anno vada a Ron, con la canzone di Lucio Dalla, ma anche con la sua capacità di interpretare, di essere lucido ma non troppo, di essere intonatissimo e appagante sotto il punto di vista delle emozioni, che poi alla fine, sono il grande regalo che la musica sa fare.

 

Simona Stammelluti

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