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Foto Matteo Rasero/LaPresse
09 Febbraio 2019 Sanremo, Italia
Spettacolo
Festival di Sanremo 2019, serata finale
Nella foto: Mahmood – Soldi, vince il Festival di Sanremo 2019

“Perché Sanremo è Sanremo!” recitava un vecchio slogan della Kermesse ai tempi in cui alla direzione artistica c’era Pippo Baudo che di mestiere faceva il presentatore. Oggi che si sono sdoganate molte professioni, cimentandosi tutti in tutto, anche gli slogan non sono più gli stessi.

E stata questa, l’edizione più cliccata, più discussa anche sui social, perché come sempre accade nessuno lo vede, Sanremo, perché per molti è la morte della musica, è trash, è inguardabile ma alla fine tutti ne parlano, a volte anche per sentito dire, senza averne visto neanche un minuto. O forse tutti lo vedono, ma molti fanno finta di non averlo visto, per stare dalla parte di quelli chic che mi piacerebbe invece sapere che tipo di cultura musicale hanno e cosa ascoltano per davvero, quando nessuno si interessa a loro.

Certo è che questa edizione, che ha avuto tante pecche, che non è stata sicuramente tra le meglio riuscite dell’ultimo decennio e che è peggio forse anche di quella condotta nel 1989 dai figli d’arte,  – così come raccontavo nel mio articolo di sabato notte –  verrà sicuramente ricordata per le assurde polemiche circa il vincitore e tutto quello che il popolo italiano è riuscito a scatenare praticamente dal nulla e sul nulla. Cose all’italiana, insomma. Perché se si fosse discusso, nei talk e sui social di quanto avesse meritato o meno Mahmood di vincere la kermesse, forse tutto quel discutere avrebbe anche avuto un senso, ma continuare a discutere, ad offendere e a credere anche a un complotto (così come in tanti hanno anche fatto) da’ il polso di quando si sia finiti in quella striscia invisibile tra assurdo e grottesco.

Il festival di Sanremo incorona il 27enne milanese Mahmood, di madre sarda e padre egiziano, i network traboccano di rabbia e sdegno – “Il festival della canzone italiana non lo deve vincere uno straniero” – e i patriottici avrebbero votato “Il Volo” arrivati terzi e “Ultimo” arrivato secondo, per arrestare l’ascesa dello “straniero” senza però riuscirci. mMa straniero cosa? Che è un bel giovanotto italiano!

Non è stato il Pd, né le élite a consegnare la vittoria al giovane cantante italo-egiziano, ma la semplice ripartizione di voti che sono arrivati dalla giuria demoscopica, quella di qualità (?) e quella del voto a casa che costa la bellezza di 0,51 centesimi a voto. Tutto secondo le regole, un vincitore deciso “dal Popolo”.

Le contestazioni sono iniziate al teatro Ariston di Sanremo e sono continuate fuori di lì per giorni, tant’è che a 36 ore dalla fine della kermesse ancora si parla di chi ha vinto e perché, con molto improbabili motivazioni.

Ultimo a cui bruciava non aver vinto,  se l’è  presa con i giornalisti, Salvini ha dichiarato che avrebbe preferito vincesse Ultimo, la sua ex, la Isoardi dichiara invece che la diversità di cultura genera cose belle. Già in inizio di serata Salvini aveva cinguettato: “Secondo voi chi vince? Io dico Ultimo”. Seguiva una faccina sorridente. Ma dopo la mezzanotte il vicepremier ha espresso il suo disappunto con un gioco di parole: “Mahmood, mah…” E dopo incalza ancora: “La canzone italiana più bella?!? Io avrei scelto Ultimo, voi che dite???“. Al post sono seguiti in pochi minuti, nonostante la tarda ora, oltre 2 mila risposte, naturalmente degli orientamenti più vari.

La cosa che lascia perplessi è che si è fatto una bagarre sul nulla, su un ragazzo italianissimo che canta la sua storia, a modo suo e che vince perché il sistema di votazione del festival così ha deciso senza oscurantismi, senza mosse strategiche arrivate da chissà dove … e va benissimo così.

Sarebbe stato interessante invece sapere cosa si pensi di Mahmood dal punto di vista musicale, di come canta, cosa e con che stile, se piace o meno quel che fa a prescindere dai suoi tratti somatici. Sarebbe stato interessante interrogare uno ad uno quelli che hanno gridato al complotto, chiedendo loro perché avrebbero preferito invece Ultimo o la Bertè, cosa ricordano delle loro canzoni, cosa ascoltano di solito e cosa c’è che non va nella canzone vincitrice del festival che – a mio avviso – si inserisce a pieno titolo in un festival sotto tono, con canzoni senza troppa armonia, dove i testi erano miseri tranne alcune eccezioni (giustamente evidenziati dai premi speciali messi in palio dall’organizzazione sanremese) e che ha portato in gara fino alla fine, tutti e 24 i concorrenti senza scrematura, costringendo pubblico e giuria a sciropparsi per cinque lunghi giorni tutto ciò che il paniere sanremese aveva scelto a proprio gusto.

Sanremo non è più quello di una volta, quello dei presentatori che facevano i presentatori, delle vallette belle e mute, dei fiori sul palco, della canzone “sanremese”, degli ospiti che arrivavano da tutto il mondo, delle radio che nel palinsesto avevano le canzoni di Sanremo e così imparavi a memoria quelle che ti piacevano di più. Ma non mi si venga a dire che in passato è stato tutto “puro” perché a Sanremo abbiamo avuto Anna Oxa, Malika Ayane, e nessuno ci faceva caso però, perché si guardava alle canzoni, ancora. Oggi si filosofeggia, poi si inveisce contro un nemico che non esiste e ci si schiera, ahimè sempre dalla parte sbagliata.

 

Simona Stammelluti 

 

 

I finalisti erano Il volo, Ultimo e Mahmood 

Vince Mahmood con “Soldi” una canzonetta bella e pronta per l’Eurovision.

Una edizione del Festival di Sanremo piuttosto scadente.  Con presentatori improbabili presi in prestito al cabaret che – a mio avviso –  non sono stati all’altezza del ruolo. 

Baglioni c’ha provato a ricordarci  tutte le sante sere, che belle canzoni ha scritto, ma doveva evitare di cantare, perché alla fine arriva il momento in cui bisogna farsi da parte. Avrebbe potuto limitarsi a fare il direttore artistico. 

Il livello delle canzoni è stato scarso, come mai così negli ultimi 10 anni. 

Sempre più presenti i figli dei talent, sinonimo de fatto che si preferisce sostenere quelli, anziché le scuole di musica e di canto. E i ragazzi dei talent sono spesso impreparati, e si vede.

Testi inutili, tranne quelli che alla fine sono stati giustamente premiati come quelli di  Simone Cristicchi e Daniele Silvestri, come già evidenziato dalla sottoscritta alla fine della prima serata del Festival. 

Mi è parsa una edizione peggiore di quella presentata dai figli d’arte nel lontano 1989. 

Livello delle performance insufficienti. Tante stonature, sera dopo sera hanno deluso anche quelli che di solito cantano intonati; abiti improbabili, trucco e parrucco senza gusto. 

E basterebbe ricordare che a Sanremo sono stati in gara Tenco, Milva, Claudio Villa, Domenico Modugno, Sergio Endrigo.

Ospiti che forse costavano poco, ma inappropriati alla kermesse, quest’anno.

E a Sanremo sono approdati in passato come ospiti i Queen, David Bowie, Whitney Huston, Sting, Madonna. 

Stacchetti e siparietti banali, melensi e noiosi.

Spariti i fiori dal palco – fatta eccezione per quelli donati alle Lady in gara e non – si salva la scenografia, che il teatro Ariston magico. Buona la regia di Duccio Forzano.

Certo è che quel “69” che poi è anche il simbolo grafico del segno zodiacale dei pesci, e dello Yn e Yang, e tutto quella quasi totale del bianco e del nero, mi dice che si è voluto prendere spunto dal numero dell’edizione per sottolineare la differenza netta del bene e del male, in un particolare periodo storico.

Vince il premio della critica  Daniele Silvestri a cui va anche il premio Lucio Dalla.
Premio Sergio Endrigo a Simone Cristicchi.
Premio Bardotti, miglior testo a Daniele Silvestri
Premio Bigazzi, dato dai maestri dell’orchestra, per il miglior pezzo a Simone Cristicchi
Premio Tim Music a Ultimo 

Impeccabili come sempre i maestri  dell’orchestra della Rai, professionisti a tutto tondo, che sorreggono questa kermesse, sempre e comunque.

Che ritorni il festival del bel canto. 

Noi, lo aspettiamo. 

Buonanotte 

Simona Stammelluti  

Parte discretamente la prima puntata del Festival di Sanremo, con quel “69” che svetta sulla grafica.  Finita l’epoca delle vallette straniere belle e impedite nella lingua, Claudio Baglioni ancora una volta direttore artistico della Kermesse, quest’anno, co-conduce con Claudio Bisio e con Virginia Raffaele che non convince in quella veste, e che rende sicuramente di più nelle performance comiche che le si addicono alla perfezione.

La prima serata vede sfilare i Big, (tanti, forse troppi) tra i quali quest’anno ci sono tanti nomi semisconosciuti, figli dei talent, ma che nulla hanno a che vedere con la figura dei “giganti” che ci si aspetta al Festival della Canzone Italiana. Nek, Renga, la Bertè, con una canzone scritta da Gaetano Curreri, il cui testo delude, Paola Turci, Patty Pravo, Nino D’Angelo tra i nomi conosciuti. E poi ancora la Tatangelo,  Arisa, con un pezzo fuori dal suo stile che non convince, Il Volo,  che sembrano antichi, pur essendo giovanissimi, Simone Cristicchi, con un ottimo pezzo ” Abbi cura di me” con un testo degno di nota scritto a 4 mani con lo scrittore Nicola Brunialti, un inno alla cura e al potere di un abbraccio, e poi Daniele Silvestri che con il pezzo “Argentovivo”, vera e propria denuncia del disagio giovanile.

Tra gli ospiti i due Bocelli, Andrea e Matteo, padre e figlio insieme sul palco dell’Ariston, Giorgia, che canta canzoni non sue, si fa accompagnare poi da Baglioni al pianoforte, ma riesce a sbagliare sulle cose facili, e forse dovrebbe allentare con tutti quei vocalizzi ed evoluzioni inutili.

Gli intermezzi sono noiosi. Bisio si intrattiene sui testi di Baglioni. Sfruttata male la presenza di Pierfrancesco Favino, che con la Raffaele mette in piedi una parodia sui Musical, ma che nessuno ricorderà. Mi è sembrata inutile anche la presenza di Claudio Santamaria a cui ieri sera stava male anche la giacca dello smoking. I  “Claudio” così salgono a a 3, per un omaggio insieme alla Raffaele al Quartetto Cetra, che fu sempre emblema di bravura, ironia ed eleganza. Nella vecchia fattoria, Baciami Piccina, Donna, Musetto, Vecchia America. Brava la Raffaele ed anche Baglioni, nel medley. Ricordano Tata Giacobetti. In platea sua figlia e la moglie Valeria Fabrizi.

Federica Carta, Ex Otago, Achille Lauro, Boomdabash, Zen Circus, Enrico Nigiotti, gli altri nomi in gara, Motta,Ghemon, Einar, Ultimo, Irama. Nulla di particolarmente rilevante. Proveremo a capire se nelle successive puntate, qualcosa possa restare nell’attenzione di pubblico e critica.

Gli outfit lasciano a desiderare. Su tutti l’abito fucsia fosforescente della Pravo, che portava a spasso anche una improbabile pettinatura, dissonante con la sua età e con ciò che fu.

Impeccabile come sempre la fantastica orchestra della Rai, chiamata a suonare dal vivo tutti i brani, sera dopo sera, che resta il pilastro della kermesse. Ottimi anche alcuni direttori d’orchestra.

Alla prima serata un voto che non va oltre il 7, ma soprattutto perché lasciano molto a desiderare i testi. E se gli arrangiamenti magari arrivano ad un ascolto successivo, quando si esce dalle mura dell’Ariston, i testi si avverte subito essere di poco spessore, spesso senza troppe parole nuove, e quelle usate, il più delle volte sono usate male. Fatta eccezione – a mio avviso – per i testi delle canzoni di Cristicchi e Silvestri.

Anche quest’anno c’è il televoto e si sa, il popolo italiano vota “a senso” o “a fiducia”. Spietati restiamo noi addetti ai lavori che passiamo al setaccio proprio tutto quello che viene mostrato e che da sempre, è meno bello di come può apparire.

Ma siamo solo alle prime battute.

Simona Stammelluti