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Ferdinando Scianna, il famoso fotografo e fotoreporter siciliano uno dei grandi dell’agenzia Magnum, espone fino al 28 luglio a Palermo, presso la Galleria d’Arte Moderna

Questa mostra è una vera e propria sfida. Puoi subirne la suggestione, puoi emozionarti (spesso) e se sei particolarmente empatico con l’arte, puoi anche piangere di commozione. Devi avere una discreta cultura alle spalle per apprezzarla appieno; oppure, dopo essere stato rapito da tutto quello che si consuma durante la visione di quei 200 scatti, devi essere abbastanza curioso da andarti a studiare quello che Scianna lancia con la sua mostra, ossia veri e propri spunti culturali e non solo di riflessioni.

Una mostra allestita in maniera impeccabile, dove niente è a caso; perché la suggestione è creata non solo dal valore intrinseco delle foto esposte per argomenti, ma anche da come sono collocate all’interno della galleria. Un allestimento che è di per sé una mappa da seguire per raggiungere una meta.  Alcune foto sono semplicemente attaccate alle pareti, altre lasciate pendere dai soffitti. E poi ce ne sono ancora, dentro una intelaiatura rotonda, o in nicchie ricavate da una sorta di gigantesco soffietto, dove dietro ad ogni angolo si cela una storia. Storia di personaggi famosi, molti dei quali sono stati in vita amici del fotografo; storie di viaggi, di luoghi, di riti, passando  dal dolore, dalle ossessioni, tutto attraverso la memoria.

Storie di vita vera, delle tante vite vissute da Ferdinando Scianna, storie di una carriera che sembra così surreale da essere leggenda. Perché che vita ha vissuto, perché è diventato quello che è, la carriera che ha fatto, lo si scopre stando “dentro” a questa mostra, che non è solo una dimensione visiva, ma un territorio psicologico ed emozionale.

E se come lui stesso dice,  “le fotografie non possono rappresentare delle metafore, perché le fotografie mostrano e non dimostrano”, allora il viaggio fatto all’interno della mostra diventa una modalità per fare i conti con la vita e le sue pillole di crudeltà,  vite difficili, forse distante dai nostri occhi ma reali, affilate, scevre da ogni possibilità di essere addolcite da una possibile sostituzione. E tutto questo Scianna lo fa senza retorica, senza drammatizzazione.

200 scatti in bianco e nero, di vari formati. Da gigantografie che ti sovrastano a formati ridotti che però ritraggono soggetti che per espressione, intensità, contesto, sono dei giganti che ti fanno sentire piccolo.

Solo i ritratti, sono accompagnati da didascalie che sono vere e proprie storie che riguardano i soggetti, che raccontano di aneddoti, di manie. Tutte le altre sono senza titolo, recano solo l’anno e il luogo. Ogni raccolta è inserita in un tema. Il bello è che i temi trattati da Scianna non hanno nulla di scontato, e le motivazioni che lo hanno spinto a fare quelle scelte, diventano una porta da varcare per comprendere in maniera profonda l’autenticità di ogni scatto.

C’è la Sicilia che pulsa, in questa mostra, che è una lente di ingrandimento per molti dettagli della fotografia di Scianna; la Sicilia che è memoria perenne di un sentimento che si affaccia ogni volta che mette in campo una sfida. La Sicilia con i luoghi di Bagheria, con i riti, le feste religiose che Leonardo Sciascia definiva “l’esplosione dell’Es collettivo, quando l’uomo esce dal suo essere, dal suo doloroso Super Io”. Scatti di sguardi “altrove”, e la bravura di beccarne sempre uno in camera. Come quello del bambino della processione, quello di una delle donne in nero della Roma del 1966. Scatti corali, anche quando il soggetto è uno solo, come il filo di ferro protagonista della foto che ritrae la spiaggia delle Cinque Terre.

Scatti corali di soggetti che a volte recitano un copione, che si immedesimano in un ruolo che si consuma lento, come un “Sonno”, quel sonno che inquieta,  che resta in un tempo sospeso e muto e che lui fotografa mentre sembra interrompersi il flusso della vita. Penso alla bravura di un Ferdinando Scianna che fotografa il sonno di una donna che dorme su una panchina di un ospedale psichiatrico e che apparentemente è solo un soggetto che dorme; ma è  nella suggestione che solo lui sa realizzare, che magicamente quella donna si perde nel suo vestito a puntini, che diventa un tutt’uno con la ghiaia.

Le ossessioni, che contemplano le cose,  e poi gli specchi che continuano a dividere il mondo in due, l’ombra, le bestie. Sono vere e proprie sfide a guardare oltre ciò che appare; Il cane nel negozio di pompe funebri, i piccoli squali che sembrano tristi. Suggestioni di una realtà inserita in quella sua inguaribile curiosità.

Non vi è foto in questa mostra che non “mostri” quella pura folgorazione che impone al fotografo di farla quella foto e poi salvarla. Mi viene da pensare all’America di Scianna, fatta di dettagli che a volte urlano come quelli delle metropolitane newyorkesi e a volte sono così silenziosi da scuoterti dentro, come quelli che vengono fuori dal bacio sulla bocca di due ragazzini alla stazione, mentre ti accorgi solo in un secondo momento che si tratta di una stazione.

I viaggi di Scianna, che diventano anche un po’ di chi visita questa mostra: New York, Parigi, la Tunisia, lo Yemen. La toccante foto scattata in Etipia  nel 1984 che ritrae una donna che ha accattato al suo seno un bambino scheletrico, che probabilmente è morto poco dopo, che guarda la sua mamma come se potesse nutrirsi più dai suoi occhi che dalle sue mammelle. Il suo, è un fotografare “malgrado tutto”. Mai solo un atto di denuncia, ma un racconto dettagliato di una condizione, ma anche di una ambizione etica ed estetica.

I luoghi di Ferdinando Scianna non sono mai a caso. Forse come è accaduto a molti altri suoi colleghi famosi. Ma qui c’è la convinzione che alcuni luoghi, come nel caso di Lourdes, custodiscano un senso, proprio in quella quantità di domande che anziché collassare in una risposta, lo fanno in nuove interrogazioni.

Anche il dolore, che Scianna fotografa in ogni sua forma, è a  volte così crudo da far male. Perché tu ci provi a passare allo scatto successivo lungo la parete, ma poi torni indietro. Il bello di questa mostra è anche questo: quello di non voler perdere nessun dettaglio. Fai di tutto per portare via con te molto di quello che si consuma in quel luogo, dove nulla è a caso, mentre il fotografo “ha solo il caso, come unico materiale utile”.  I meravigliosi regali del caso, come quando ha fotografato il fotografo  e pittore francese Jacques Henri Lartigue. Singolare lo scatto: mostra una donna che gli aggiusta i capelli, lui sorride, e dietro di lui, appeso ad una parete un intreccio di raffia che raffigura una specie di gigantesco fiore. La testa di Lartigue è perfettamente al centro, e l’immagine che ne viene fuori è quella di un sole che ride, lo stesso che lui usava disegnare vicino al suo nome ogni volta che firmava una sua opera.

I bambini di Scianna sono un vero capolavoro. Sono il tentativo (riuscito) di dimostrare come essi siano come gli adulti, se li sai guardare per davvero, sono come gli adulti, né meglio né peggio. E lui li ha guardati per come loro meritano di essere visti. I loro occhi, un gioco di sguardi tra chi immagina di finire da qualche parte e chi sceglie di mettere da parte ogni luogo comune.

Che Scianna sia un fotografo che scrive, un antropologo, un letterato lo si evince forte da questa mostra, nella quale ogni soggetto ha un suo posto privilegiato nel contesto, e ogni scatto ha il posto nella strategia di intenti.

Scianna cita Fernanda Pivano nei suoi racconti, mette in mostra tutti i talenti con i quali “ha fatto a cambio” di qualcosa. A volte quel qualcosa è stata un’amicizia, altre un’intervista, altre ancora solo uno scatto. Regala ricordi, Ferdinando Scianna, i suoi e sono un grande regalo che fa al pubblico della mostra. Scianna che ascolta le Suite Inglesi di Bach per ricordare il suo grande amico Henrie Cartier Bresson dopo la sua morte, l’intervista mai uscita a Milan Kundera, e poi ancora lo scatto dietro la vetrina a Jorge Luis Borges del 1964. Momorabile la foto a  Leonardo Sciascia sul sagrato della chiesa mentre passa tra le due bambine ferme, formando un triangolo perfetto, Roland Barthes, Martin Scorsese, Mimmo Paladino, Armando Testa, la Bellucci.

E a proposito di donne, non si può non citare Marpessa, il cui volto giganteggia nella mostra, posizionato nel modo giusto, senza mai essere sfacciato malgrado la bellezza prorompente immortalata da Scianna. Immortala il suo sguardo verde, inquieto, imbarazzato, leggermente sulla difensiva. Anche nelle foto di Marpessa – la famosa modella di Dolce & Gabbana  –  c’è prorompente la Sicilia, il ricordo dell’infanzia siciliana, e poi ancora ciò che resta dei sentimenti della donna che da sempre sono incisi nella coscienza del fotografo, come lui stesso racconta.

La forza del fotoreporter è sfacciata nelle foto scattate a Kami, il villaggio nelle Ande Boliviane; è come se una matita avesse disegnato la vita sospesa di quella gente, evidenziandone sguardi, disincanto, paure, come una testimone invisibile che non interviene mai per modificare gli istanti.

Scianna dice di se di essere sempre stato snob, da prima ancora di possedere mezzi per esserlo. A me dopo la visione di questa mostra viene da dire che Ferdinando Scianna sia stato in grado durante tutta la sua carriera di tenere viva una continuità, mantenendo intatti curiosità, passione, lucidità e un pizzico di ironia.  Il suo fascino trasborda da una mostra così bella, che svela qualche segreto di un grande maestro che sa sempre come essere ricordato.

 

Simona Stammelluti