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In data odierna, I Carabinieri del Comando Provinciale di Cosenza – Nucleo Investigativo, coadiuvati da Personale della Sezione Tributaria della Guardia di Finanza di Cosenza, ha dato esecuzione a provvedimenti di sequestro beni a carico di Nella Serpa – capo dell’omonimo clan del cosentino, condannata all’ergastolo nel 2016 (leggi qui la notizia) –  e suoi congiunti, per un valore di oltre 2 milioni di euro, beni consistenti in 11 immobili, alcuni veicoli, 3 società e 40 rapporti finanziari.

Il decreto è stato emesso dalla Corte D’assise d’Appello di Catanzaro, nell’ambito della sentenza di condanna della stessa Serpa Nella, a seguito dell’indagine “Tela del ragno”. Si tratta nello specifico di un sequestro preventivo art. 321 cpp, che in sostanza, prevede il blocco di tutti i beni comunque riconducibili alla sfera personale della condannata, preservandoli da possibili alienazioni sino alla eventuale sentenza definitiva.

L’art. 321 cpp combinato con quanto disposto dell’art. 240 bis cp che, appunto, prevede in caso di condanna definitiva, la consequenziale confisca degli stessi beni.

Sì pensi che tuttavia l’accusa a Nella Serpa, ha sinora retto sino in Corte D’Appello dove ha subìto un’ulteriore condanna, la più grave della quale si ricorda, per i due omicidi di Martello Luciano e Siciliano Rolando.

Nella Serpa per tali reati, si trova ancora ristretta a regime 41 bis O.P.

Tra le motivazioni del provvedimento nei confronti di Nella Serpa, oltre alle sentenze già subite, anche le approfondire indagini patrimoniali effettuate dal personale del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Cosenza, che hanno dimostrato una notevole sproporzione tra i redditi dichiarati e i beni posseduti.

Tra gli altri elementi evidenziati dalle indagini patrimoniali, soprattutto la sopraggiunta e sospetta interposizione fittizia di detto patrimonio, a favore di prossimi congiunti.

Ma se esisteva già un provvedimento di confisca sugli stessi beni come misura di prevenzione, come mai la Procura è dovuto intervenire nuovamente sullo stesso patrimonio?

 

Simona Stammelluti

Nella Serpa, conosciuta nell’ambiante mafioso come Nella “la bionda”, “boss” dell’ormai noto clan Serpa di Paola (Cs), condannata al carcere a vita

  • Cosenza, 23 settembre 2016 , “la Corte d’Assise di Cosenza CONDANNA alla Pena dell’ERGASTOLO, con isolamento diurno nella misura di anni uno e sei mesi, SERPA NELLA, dichiarata COLPEVOLE dei delitti ascritti ai capi 21, 21.1, 23, 23.1  della rubrica, unificati detti reati sotto il vincolo della continuazione“.

Lei, Nella Serpa, oggi 61 anni, donna di mafia in una terra come la Calabria, l’emblema della donna di ferro, quella disposta a tutto, pur di ottenere quello che vuole.
Nella Serpa, rissosa e con un carattere forte, ha mostrato tutta la sua efferatezza anche nei confronti delle forze dell’ordine.  Una vita da imprenditrice, nella quale rivestiva ruolo di spicco, mentre  agiva in modo lecito quanto illecito senza mai battere ciglio, né mai mostrare segno di cedimento.

Lei, una donna conosciuta nell’ambiente come Nella “la bionda”, boss dell’omonima cosca, pesantemente colpita nella condanna, dai giudici della corte d’Assise di Cosenza, che hanno accolto le richieste del procuratore Eugenio Facciolla, infliggendo oltre al suo, altri 10 ergastoli, nel giudizio di primo grado, nell’ambito della terza parte della maxi-inchiesta antimafia denominata “tela del ragno”.

Una donna di ‘ndrangheta, che per vendicare la morte del fratello Pietro Serpa, aveva comandato di eseguire una serie di omicidi, con metodo mafioso.

Condannata dunque per omicidio tentato omicidio, estorsione, associazione a delinquere di stampo mafioso. Reati questi – consumati nella costa tirrenica cosentina nell’ambito di una vera e proprio guerra di mafia – che si fa fatica ad attribuire ad una donna. Eppure nell’ambiente dell’ndrangheta le donne che comandano e reggono una cosca, non si piegano mai.

Condannata anche per le circostanze aggravanti, quali aver agito in 5 o più persone, aver agito per vendetta, per il mantenimento del controllo criminale del territorio, per ribadire la forza dell’intimidazione della organizzazione di appartenenza, per aver agito con premeditazione.

Nella Serpa, è già sottoposta al carcere duro del 41 bis. Ad una donna, lo stesso trattamento che spetta agli uomini di mafia.
La  vita lì dentro, consumata in pochi metri quadrati, con bocconi di aria in tempi piccoli, senza mai vedere il sole.

Simona Stammelluti

Bergamo – Dopo 10 ore di camera di consiglio, dopo 4 anni di indagini, 60 faldoni, 45 udienze e decine di testimoni, i giudici della Corte D’Assise condanna Massimo Bossetti, alla pena dell’ergastolo

foto Ansa

Impassibile Bossetti alla lettura della sentenza, e i suoi occhi li rivolge al cielo, quando sente pronunciare la parola “ergastolo”.

Sono le 20,35 quando la sentenza letta durante quei lunghissimi 4 minuti condanna Bossetti a “fine pena mai“, considerandolo responsabile del reato di omicidio volontario aggravato dalla minorata difesa della vittima e dalle crudeltà e dalle sevizie.

Bossetti dovrà anche risarcire le parti civili, quindi genitori, fratelli e sorelle di Yara, con un milione di euro.

In aula, durante la lettura della sentenza, era presente anche la moglie di Bossetti, Marita Comi che dopo la sentenza si è allontanata dall’aula insieme agli avvocati.

Il Pm Letizia Ruggeri, aveva chiesto l’isolamento diurno per sei mesi, ma i giudici hanno deciso di non applicarlo. Il procuratore di Bergamo, Massimo Meroni, commentando la sentenza di condanna, ha detto che “questa è una sentenza di primo grado, si è a metà strada di una inchiesta difficile”.

La mamma di Yara Gambirasio, ha dichiarato agli avvocati post sentenza: “Adesso sappiamo chi è stato, anche se siamo consapevoli che Yara non ce la riporterà indietro nessuno“.

Simona Stammelluti