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Fino ad una settimana fa, nessuno ci pensava che sarebbe accaduto di nuovo.
Il ritorno dei talebani, e con essi quell’immagine di un popolo che scappa e che preferisce rischiare di morire più che vivere nella disperazione di ciò che aspetta loro. E così ci lasciamo straziare dalle immagini di uomini che cadono dai carrelli degli aerei e che precipitano non solo su una terra che è divenuta ostile, matrigna, ma anche su una voragine nella storia, larga vent’anni.

E se venti anni fa gli aerei partiti dalle basi in Afghanistan andavano a colpire New York, portatori di morte, oggi tentano ancora quella rotta, verso i posti dove portarono terrore, per salvarsi dal terrore. E la loro disperazione è simile a quella raccontata dai sopravvissuti alla ritirata di Russia. Era più facile morire, dice chi voleva essere testimone del “non si ripeterà”. Erano profughi, orfani, vedove.

Ed invece ci risiamo.
È una cultura di carta, quella costruita in venti anni?
Ma soprattutto i talebani sono gli stessi del 2001?
Proviamo a rispondere a queste domande.

I talebani riconquistano ampie zone dell’Afghanistan perché l’esercito afgano è malconcio e neanche ci prova però a difendersi.
E poi a seguito del ritiro delle truppe americane, che arrivarono lì dopo l’attentato a New York, compiuto da Al Qaida, gruppo terroristico protetto dal regime dei talebani che governavano dal 1996; e più in dietro non andiamo perché la storia è molto complessa e andrebbero analizzati molti aspetti sul perché esistono i talebani, ma voglio dare per scontato che la storia sia nota.

Quell’intervento militare rovesciò il regime, ma non decretò la fine dei talebani, scappati e protetti dal governo pakistano, che nel corso del tempo si sono riorganizzati pazientemente, aspettando il momento propizio per tornare, e nel mentre hanno reclutato nuovi combattenti, anche tra i profughi afghani che vivono in Pakistan,  fino all’allontanamento dei paesi occidentali che ha avuto come conseguenza, lasciare il popolo afghano in balia di sé stesso. Non compatti e ancora allo stato primordiale in fatto di difesa.

I talebani – quelli che una volta al regime hanno introdotto la sharia nella sua forma più rigida, con punizioni ed esecuzioni pubbliche per chi violava la legge, con l’obbligo per gli uomini di farsi crescere la barba e per le donne di indossare il burqa – non son più ad oggi quelli di venti anni fa.

Ma prima di spiegare perché a mio avviso non siamo più nel 2001, dovremmo dire che dietro vi è un grande fallimento a stelle e strisce.

Kabul, vista la rapidità dell’offensiva, cadrà al massimo tra 90 giorni e intanto tra matrimoni forzati, stupri e altre violenze indiscriminate, si consumano già massicci crimini di guerra e contro l’umanità operati dalle milizie talebane.Esportare la democrazia” come formula voluta da America e Nato si è rivelata un fuoco di paglia.

Dove sono finiti tutti quei progressi gridati al mondo sotto forma di stabilizzazione del paese e addestramento delle forze governative per sventare eventuali offensive? Sembra davvero come se a nulla siano serviti il tempo e le ingenti risorse stanziate. La presenza militare in Afghanistan è stata dunque un deterrente ma priva di strategia a lungo termine, e quindi era solo una questione di quando, sarebbe accaduto tutto questo.

E per ora si corre ai ripari solo per arginare un danno d’immagine, gli Stati Uniti lavorano di diplomazia affinché ci possa essere un accordo (?) tra talebani e governo e l’Europa per ora pensa alla difesa dei confini, alla tenuta delle frontiere – perché questo si tradurrà in flussi migratori – più che ai crimini verso l’umanità che si stanno consumando ora dopo ora, in quella terra dove si soffre e si muore e si combatte, ma senza più forze e da dove si cerca di scappare, perché si è senza scampo.

Eppure, in questi venti anni la storia ci dice che più di qualcosa è cambiato e lì risiede il dettaglio che potrebbe frenare i talebani.

Le donne.

Le donne sono state e sono le migliori vittime della furia talebana. Cercano di cancellare tutto quello che è stato, dall’emancipazione in scuole ed università, fino al lavoro conquistato con fatica e capacità, dalla loro personalità al loro aspetto. Ira contro le donne e le comunità lgbtq che, secondo i talebani sono il frutto dell’opera americana di aver diffuso “costumi depravati” come l’omosessualità. Siamo alla follia pura. Giornaliste che non possono più scrivere con il loro vero nome, ragazze nubili che temono di essere consegnate ai talebani per divenire schiave sessuali. Donne rimosse dai lavori pubblici vedi poste e banche, insegnanti uccise, scuole e università chiuse lì dove la presenza femminile è oltre il 60%.

A pensarci bene, questo accanimento è proprio verso ciò che in questo ventennio è mutato, e non si tratta solo di emancipazione ma anche di voglia di non arrendersi e di sfidare il potere talebano, i “nuovi padroni” dell’Afghanistan. Tornano in Tv, le presentatrici, non si arrendono, le attiviste afghane non mollano la presa e ci sono donne che governano alcune città che a rischio di essere uccise, non lasciano il loro posto.

Sono tante le donne che non hanno nessuna intenzione di riportare indietro le lancette della storia.

Spaventate, piangono, ma non vogliono rinunciare ai loro diritti. Un futuro tragico, dunque, ma a mio avviso meno tragico rispetto a quello che si prospetta, perché lì dove le donne hanno governato c’è stata una evoluzione profonda e i talebani per governare in quei luoghi, non possono farlo solo con la forza ma hanno bisogno del consenso, e a Kabul,  negli ultimi venti anni, madri hanno cresciuto figlie in un contesto democratico, con i valori democratici, e tutto questo non può non influire sulla questione “avanzata talebana”.

Pertanto i “nuovi padroni” dovranno trovare una strada percorribile, perché la forza ed il terrore non basteranno.

Simona Stammelluti 

Ogni anno infiocchettiamo pensieri a favore delle donne, ci schieriamo contro la violenza, ci atteggiamo a persone integerrime e incapaci di qualunque violenza.

Poi guardiamo i numeri, e sale lo sgomento.
Eppure la violenza sulle donne non è solo una violenza fisica. Lo diciamo ogni anno e ogni anno siamo sempre punto e daccapo.
E’ violenza ogni qualvolta si immagina un mondo in cui la donna ha un ruolo minore, di secondo piano, in società, in politica, nelle professioni in cui ancora l’uomo domina la scena;
ogni volta che non la si considera allo stesso livello di un uomo, che non la si considera meritevole di una promozione, di un ruolo di rilievo, di un nome sulla porta di una stanza di comando;
ogni volta che si pensa di poterla soggiogare anche con parole che non sono educate, consone, rispettose, o quando con atteggiamenti di potere si pensa di poterle sottomettere, impaurire, “conquistare”, dettare loro regole di comportamento che possano piacere a chi è più in alto, volendole adeguare ad un codice in cui la donna ancora deve sottostare, deve stare a casa, deve lasciare spazio all’uomo e se non lo fa allora deve essere redarguita, rimessa al suo posto, segregata dentro uno stereotipo di genere che non è più possibile concepire. 

E’ violenza tutte le volte che immaginate una donna che non ha potere neanche sulle proprie emozioni e sui propri sentimenti, e che dunque non può lasciare un uomo quando non ama più, ma deve sottostare, deve subire, deve arrendersi ad una condizione che sta bene a tutti tranne che a sé stessa, come se la donna tutta, avesse un valore inferiore all’uomo.

E’ violenza anche quella psicologica, quella che si insinua dietro finte parole d’amore. 
Ti vorrei così […] Mi piacerebbe che tu facessi […] Ancora non mi hai ubbidito […] 
lasciando intendere che non è e non sarà mai “perfetta” agli occhi dell’uomo che invece fa sempre e solo quello che vuole, e che reputa giusta qualunque sua azione e parola, anche gridare “sei una puttana”, oppure assestando uno schiaffo, che poi diventano due, tre, che poi diventano massacri dentro mura che sanno essere solo prigione e sede di violenza domestica. E’ violenza anche quella di chi sa e non parla, di chi fa finta di non sapere tanto “non sono affari miei”. 

La donna non può desiderare, non può scegliere un uomo con cui intraprendere una relazione, perché sennò resta una poco di buono, l’uomo che lo fa, che sceglie, che fa il piacione in giro, è invece macho, è uomo di mondo.

Ogni anno noi giornalisti ci ritroviamo a fare i famosi “report” su quello che accade, siamo costretti a raccontare numeri, eventi, reati.
Lesioni, costrizioni al matrimonio, stalking, e adesso anche il “reveng porn” quella subdola e vigliacca diffusione illecita di immagini e video sessualmente espliciti. Perché un uomo si sente autorizzato a filmare un rapporto sessuale, si sente forte, potente, lui può tutto, può divertirsi e poi far divertire anche gli altri, violando la privacy della donna che ha scelto quel rapporto sessuale, liberamente, ma che poi si trova imprigionata dentro la diffusione di immagini che la riguardano e che la offendono, la annientano, le tolgono tutto.

E allora non serviranno i convegni, le panchine rosse dedicate e neanche la Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, se non cambiamo il modo di comportarci, se non educhiamo i ragazzi che diventeranno uomini ad avere rispetto della donna, prima ancora che insegnare alle ragazze che diventeranno donne a difendersi dall’uomo violento, che la denigrerà, che la offenderà, che la circuirà, che la violenterà e che non le riconoscerà mai diritti, capacità, ruoli.

L’ipocrisia di un giorno nel commemorare le vittime di femminicidio, di violenza, non laverà via colpe, non ripulirà coscienze. Vorrei un cambio di rotta, mentre si incomincia dal basso, dall’insegnare a chiedere scusa, dal rispetto che si deve alla donna come essere umano e come essere umano capace e libero di dire NO, senza finire vittima di un sistema che la contempla come una costola di chissà quale Adamo che resta uomo e pertanto, imperfetto.

Simona Stammelluti 

Che vogliamo fare?
Proponiamo i numeri del 2017 che raccontano i casi di femminicidio?
Oppure vogliamo dire tutti insieme “nessuno tocchi le donne“, così, giusto per essere “accordati” ad oggi, alla giornata mondiale contro la violenza sulle donne?

No perché qui di giornate ufficiali proprio non se ne può più; perché durano troppo poco, perché ormai si assomigliano tutte, perché si perpetuano anno dopo anno senza che cambi poi tanto nella condotta di tutti, nel modo di pensare oltre che di agire; fermi nel pantano degli stereotipi, che si alternano al pregiudizio, e poi alla discriminazione, o semplicemente all’idea – stereotipata, pregiudizievole e discriminante – che la donna sia un qualcosa da possedere, completamente priva di volontà.

Eccola la parola chiave. Il volere, il desiderare di una donna vale tanto quanto quello di chi pensa di poter scegliere per tutti, di avere le “armi” giuste per convincere e quando non si riesce a farlo, c’è sempre un piano “B” che si chiama sopruso, violenza, minaccia, morte.

Ed anche quando la morte non arriva, o quando le violenze non sono così visibili, l’orrore della violenza stessa,  delle minacce, dei soprusi, rendono la vita del genere femminile un vicolo cieco, una strada senza uscita, un silenzio che regna dopo le urla di dolore che si gridano a bocca chiusa, restando dentro ad una serie di perché che si alternano senza mai trovare una via d’uscita in una risposta plausibile, oltre che in una probabile soluzione.

La violenza contro le donne non è la violenza contro Maria, Giovanna, Francesca, Marta … è una violenza contro l’umanità, contro il simbolo della famiglia, contro i figli di quelle madri che vengono violentate, massacrate, uccise. E’ un crimine contro le regole del buonsenso, contro l’essere umano come facente parte di una comunità che spesso, però, resta a guardare. Perché non servono – o meglio non bastano – i messaggi di solidarietà, le scritte proiettate sul Pirellone, le panchine rosse a ricordare il sangue versato, i numeri di telefono dedicati, il sostegno che sembra arrivare dalle voci autorevoli di chi ti dice “non sei da sola” o quell’invito a denunciare, sempre, ogni forma di violenza, anche la più piccola, perché a volte sono le più piccole ad essere le più profonde.

La verità forse, si nasconde nelle pieghe di tutto un meccanismo che pensiamo essere invisibile,  distanti da noi, ma che poi alla fine ci riguarda tutti molto da vicino. E’ come gestiamo le cose piccole che ci appartengono, come parliamo in famiglia, come agiamo davanti ai nostri figli, come reagiamo a quel che vediamo, come ci schieriamo a favore di qualcosa o prendiamo le distanze rispetto ad altro, come ci facciamo carico di aiutare dove possiamo anziché girarci dall’altra parte, facendo finta che quella scorrettezza consumatasi sotto i nostri occhi non sia mai avvenuta.

Non facciamo mai caso a come reagiamo quanto ci rubano il parcheggio sotto il naso, o come imprechiamo con violenza contro qualcuno sperando che ci senta (ma senza il coraggio di andargli a parlare di persona) o a come sgomitiamo slealmente per avere qualcosa che forse neanche ci spetta, o come gioiamo dei fallimenti altrui, o come diventiamo ossessionati quando qualcosa non riusciamo ad averla, senza interrogarci abbastanza sul perché alcune cose non ci appartengono o “non ci appartengono più”. Siamo nell’era del “a un metro dal mio culo, accada quel che vuole accadere“, ma al contempo del “se non mio, di nessun altro“.

Fermarsi a riflettere, non solo oggi, sarebbe un dono da fare a quell’umanità della quale fanno parte tutte le donne, le nostre madri, le nostre mogli, le nostre sorelle, le nostre figlie, le nostre insegnanti, i nostri avvocati, i nostri medici, le nostre vicine di casa, e non solo le donne che sono morte, per mano di chi non ha rispettato non solo loro, ma anche i loro sogni e le loro volontà.

Noi giornalisti raccontiamo ogni giorno, 365 giorni all’anno di casi che si consumano, che aumentano, che sconvolgono, che sconcertano, ma che non si arrestano. E’ di pochi giorni fa la vicenda della donna tenuta segregata per anni, costretta a subire violenze inaudite, sotto gli occhi dei suoi figli. Un orrore che neanche nei film, si era mai visto, perché per davvero a volte la realtà supera la fantasia.

E poi lo scandalo nel mondo del cinema, dove il potere sembra essere per molti il lasciapassare per violentare, stuprare, offendere e stritolare animo e corpo di donne che non sempre sono capaci di fare un passo indietro, di capire i risvolti di alcuni “NO, non detti”, perché spesso i contorni patinati sono come una droga che ti stordisce, come un bicchiere di troppo che ti lascia senza forze e senza più identità. Perché alla fine le donne che non muoiono, vivono senza più una identità e la morte di quella, porta ad un lento regredire di quelle volontà che invece dovrebbero salvare il mondo.

Chiudo raccontando un evento che mi ha visto protagonista 15 anni fa, quando stavo per diventare madre di una figlia femmina, quando un medico donna, durante un’ecografia mentre mi consegnava la notizia che si trattava di una bambina, scoppiò a piangere dicendomi che le dispiaceva che fosse femmina e mi disse “avrà una vita difficile in questo mondo. Non è un mondo per le donne, questo. Farà tanta fatica anche se avrà delle doti superlative e dovrà passare la sua vita a difendersi“. Quando le chiesi da chi o da che cosa avrebbe dovuto difendersi, mi raccontò di essere stata violentata a 16 anni, nel portone di casa sua, quando rientrava da una serata con degli amici, quando insistette per uscire senza suo fratello maggiore. Mi raccontò ogni dettaglio di quella violenza. E da allora mi sono sempre chiesta se sarei mai stata capace di insegnare a mia figlia a difendersi dalla violenza e a riconoscerla, sopratutto, prima che possa annientarla.

Ho raccontato questo affinché le esperienze di ognuna di noi, possano essere quelle mani che tutte insieme siano capaci di dire: “nessuno tocchi le donne, nessuno tocchi le loro volontà”.

 

Simona Stammelluti