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Era il 29 Novembre del 2014 quando Lorys Stival è morto, secondo la ricostruzione, strangolato con una fascetta in plastica.

Si era da subito lanciato un appello di scomparsa per il piccolo quando un cacciatore ha trovato il suo corpo in un canalone nelle periferie di Santa Croce di Camerina.

L’autopsia confermò che Lorys è morto per soffocamento. La principale sospettata del delitto è stata la madre, Veronica Panarello, arrestata circa un mese dopo il delitto. Ad incastrarla sarebbero state delle immagini di videosorveglianza che smentivano la sua versione dei fatti.

Veronica, infatti, non ha mai accompagnato Lorys a scuola come sosteneva.

Puntò, poi, il dito contro il suocero, Andrea Stival, affermando di aver avuto una relazione intima con lui e che ha ucciso il nipote perché era venuto a conoscenza della loro storia. Le indagini scagionarono Andrea Stival e Veronica venne accusata di calunnia.

Il processo ha portato a una condanna di 30 anni per omicidio e occultamento di cadavere senza però aver fornito una motivazione sul delitto.

Oggi, la Corte di Cassazione ha confermato la condanna stabilita nei primi due gradi di giudizio.

Veronica è, quindi, per la giustizia italiana l’assassina del figlio Andrea Lorys Stival che ha ucciso a soli 8 anni in preda a un attacco di rabbia scatenata dal rifiuto del piccolo di andare a scuola.

La società O.srl con sede in Licata nell’anno 2011 acquisiva da un’altra società il ramo d’azienda avente ad oggetto l’attività di raccolta, stoccaggio e smaltimento dei rifiuti speciali e pericolosi, chiedendo ed ottenendo ritualmente la voltura dell’autorizzazione all’uopo rilasciata dall’Amministrazione Regionale. Ma nel 2013 l’Assessorato Regionale dell’Energia revocava le autorizzazioni rilasciate alla società licatese, sulla base di un’informativa “atipica” emessa dalla Prefettura di Agrigento. Il legale rappresentante della società licatese esercitava il diritto di accesso agli atti , ai sensi della legge sulla trasparenza amministrativa, e così apprendeva che la prefettura non escludeva il pericolo di permeabilità a possibili tentativi di infiltrazione mafiosa nella gestione dell’impresa sulla base tra l’altro del fatto che i soci avevano avuto dei rapporti, peraltro indiretti, ovvero relazioni societarie con soggetti controindicati, tra i quali alcuni soggetti appartenenti alla famiglia licatese Stracuzzi. La società licatese ha proposto allora un ricorso giurisdizionale davanti al Tar Sicilia, con il patrocinio degli avvocati Girolamo Rubino (nella foto) e Massimiliano Valenza, per l’annullamento, previa sospensione, del decreto di revoca delle autorizzazioni già rilasciate nonchè dell’informativa emessa dalla Prefettura di Agrigento. In particolare gli Avvocati Rubino e Valenza hanno sostenuto che dopo l’entrata in vigore del “codice antimafia” non sarebbe più ammessa la cd. “informativa atipica” al fine di giustificare la revoca di un’autorizzazione già rilasciata, e che l’acquisto delle quote societarie era avvenuto nell’ambito della contrattazione con una società i cui soci ed amministratori erano dei professionisti degni di piena affidabilità; sottolineando altresì che uno dei soci della società ricorrente era stato in forza nella Guardia di Finanza, ricevendo nel corso della carriera numerosi encomi per il servizio prestato. Il Tar Sicilia, Palermo, Sez.1, già in sede cautelare aveva ritenuto fondati i motivi di ricorso formulati dagli avvocati Rubino e Valenza, ordinando alla Prefettura di Agrigento il riesame dell’informativa, in conformità al nuovo contesto normativo ; la Prefettura di Agrigento, in esecuzione dell’ordinanza cautelare resa dal Tar aveva emesso un’informativa “liberatoria”, attestando che nei confronti della società licatese il pericolo di infiltrazione mafiosa non fosse sussistente. Esaminando il merito della controversia, da ultimo il Tar Sicilia, Palermo, Sez. 1, Presidente il Dr. Nicolò Monteleone, Relatore la Dr.ssa Maria Cappellano, preso atto della nuova informativa prefettizia liberatoria prodotta in giudizio dagli avvocati Rubino e Valenza ha accolto il ricorso ed ha annullato il provvedimento assessoriale di revoca delle autorizzazioni già concesse, condannando il Ministero dell’Interno e l’Assessorato regionale dell’Energia al pagamento delle spese giudiziali, liquidate in complessivi euro duemila, oltre accessori come per legge. Pertanto, per effetto della sentenza resa dal Tar la società licatese potrà continuare l’attività di raccolta, stoccaggio e smaltimento dei rifiuti speciali e pericolosi mentre il Ministero dell’Interno e l’Assessorato Regionale dell’Energia pagheranno le spese giudiziali.

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Il 28 giugno 2013, la Corte d’Appello di Palermo, accogliendo quanto richiesto dalla Procura Generale, ha confermato la sentenza del Tribunale di Agrigento che il 7 giugno 2012 ha condannato a 18 anni di carcere Salvatore Rotolo, 40 anni, di Agrigento, giudicato in abbreviato e imputato dell’ omicidio della compagna, Antonella Alfano, 34 anni, anche lei di Agrigento, scoperta morta carbonizzata all’interno della sua Fiat 600 la mattina del 5 febbraio del 2011. Rotolo, al culmine di una lite, ha ucciso la donna e poi ha simulato un incidente stradale lanciando giù da una scarpata l’ automobile di lei, e poi appiccando il fuoco alla stessa automobile. Ebbene, adesso la sentenza d’Appello è stata confermata dalla Cassazione, che ha rigettato il ricorso presentato dai difensori di Rotolo, gli avvocati Sergio Monaco e Gioacchino Genchi. L’ ex Carabiniere è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali del giudizio di terzo grado pari a 5mila euro per ogni parte civile rappresentata dagli avvocati Simona Fulco e Sebastiano Bellanca, e al pagamento di una provvisionale a titolo di risarcimento danni di 1 milione e 250 mila euro : 500 mila euro destinati alla figlia Elide e 250 mila euro per ogni familiare diretto della vittima. A conclusione dei precedenti gradi di giudizio, le motivazioni dei giudici che hanno condannato, in attesa che anche la Cassazione motivi il suo verdetto, sono state implacabili. L’ incendio e la distruzione del cadavere sono aggravati perchè finalizzati a occultare il delitto e garantirsi l’ impunità. E poi la gravità dei reati commessi da Salvatore Rotolo è legata alla giovane età di Antonella Alfano, madre di una bambina di pochi mesi. E la donna, come lei scrive nei suoi appunti, è dispiaciuta dall’ atteggiamento distaccato di Rotolo e tuttavia è animata da tanta voglia di vita e di condividere il futuro con il compagno e la figlia. E poi l’ omicidio testimonia la capacità a delinquere di Rotolo : la condotta dissimulatoria, ossia il tentativo di mascherare l’ omicidio con l’incidente e l’ incendio, è prova della sua propensione al crimine. I giudici, in riferimento al comportamento dell’ ex Carabiniere scrivono : “spregiudicatezza, estrema lucidità e senza rimorsi”. E poi Rotolo usa e strumentalizza le sue conoscenze professionali, essendo Carabiniere, per occultare le offese ad Antonella Alfano. E poi, dopo la morte di lei, il reato di plurimo mendacio, ossia le tante dichiarazioni mendaci, false, depistanti, rese da Rotolo per costruirsi un alibi, poi fallito. Ecco perchè, in ragione di tutto ciò, non sono state concesse le attenuanti generiche, ed è stato applicato il massimo della pena, con lo sconto del giudizio abbreviato : 18 anni di carcere.

Il Tribunale di Agrigento ha condannato i fratelli Salvatore e Calogero Sodano, di 50 e 54 anni, di Naro. Salvatore Sodano a 2 anni e 6 mesi di reclusione. Calogero Sodano a 6 mesi. Assolto, invece, Nicolò Sodano, 52 anni. I 3 sono imputati di tentata truffa aggravata, falso in scrittura privata e minacce al fine di ottenere fondi pubblici allorché, tra il 2006 e il 2008, i Sodano avrebbero tentato di truffare lo Stato per ottenere fondi pubblici, producendo documentazione falsa e simulando l’ultimazione dei lavori di costruzione di un complesso alberghiero a Naro. L’ inchiesta è frutto della segnalazione di alcuni soci della cooperativa “Kaos 97″ , di cui gli stessi Sodano sarebbero stati gli amministratori, e di Salvatore Bentivegna, 68 anni, di Naro, che si è costituito parte civile con i suoi familiari, anch’essi soci della cooperativa. Bentivegna sarebbe stato anche minacciato.
Fonte teleacras

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Condanna a 2 anni tre mesi e 20 giorni di reclusione ed 800 euro di multa. Il processo sulle “missioni istituzionali gonfiate o fantasma”, a carico dell’ex presidente del Consiglio comunale di Agrigento, Carmelo Callari in primo grado si è concluso così. Assoluzione, invece, per il funzionario comunale Domenico Sinaguglia, accusato di aver avallato le spese dell’allora presidente Callari. La Procura della Repubblica con la requisitoria del procuratore aggiunto Ignazio Fonzo e del Pubblico ministero Andrea Maggioni aveva chiesto la condanna per Callari a 4 anni e tre mesi di reclusione, l’assoluzione per Sinaguglia. Callari, che è stato difeso dagli avvocati Giuseppe Scozzari e Arnaldo Faro, era accusato di abuso d’ufficio, falso, truffa e peculato, e avrebbe approfittato della sua carica per fare dei viaggi privati a Roma e Milano spacciandoli per missioni istituzionali e ottenendo il rimborso delle spese dal Comune. Il Tribunale, presieduto da Giuseppe Lupo (a latere Francesco Paolo Pizzo e Rossella Ferraro) ha dunque deciso per la condanna in relazione all’accusa delle spese gonfiate e l’assoluzione per le missioni fantasma.

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Al palazzo di giustizia di Agrigento, a conclusione della requisitoria, il procuratore aggiunto Ignazio Fonzo e il pubblico ministero Andrea Maggioni hanno chiesto la condanna 4 anni e 3 mesi di reclusione a carico dell’ ex presidente del Consiglio comunale di Agrigento, Carmelo Callari, accusato di avere camuffato come visite istituzionali dei viaggi personali a Roma. I pm hanno invece chiesto l’assoluzione per il funzionario comunale Domenico Sinaguglia.

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