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Gianni Amelio è un regista sofisticato, capace di condurre lo spettatore a provare empatia verso i personaggi, avvicinandoli ad essi tanto quanto basta per poterli amare o anche giudicare all’occorrenza; fa riflettere, questo suo ultimo lavoro ma senza però strappar via pezzi di realtà che sono stati pesanti, negli anni in cui gli eventi sancirono una brutta pagina della politica italiana e la fine della prima repubblica.

Non è un film che attinge a piene mani a documenti ufficiali, non è un film politico e non è un film che vuole riabilitare Bettino Craxi; Hammamet è un film che parla di un uomo sul quale pesavano delle condanne, che si era esiliato, che non rivedrà più l’Italia che aveva servito, e che nell’ultimo tratto della sua esistenza fa i conti con la rabbia, con la sensazione di impotenza – intesa proprio come perdita totale di potere – con una malattia invalidante e che nel rapporto con sua figlia (nel film si chiama Anita) che è dedizione, sostegno e forza, malgrado tutto.

Il film è girato nei luoghi veri che furono quelli di Craxi ad Hammamet, e che diventano un set perfetto, già pronto, nel quale si muove un Pierfrancesco Favino in uno stato di grazia, impeccabile, straordinariamente bravo, che non gioca a fare Craxi ma diventa Craxi in una maniera sorprendente, corpo, voce e anima, raccontando l’uomo, con le sue contraddizioni, i difetti, le delusioni e una voglia di rivalsa e di un riscatto che non arriverà.

La storia di Amelio è inventata, ma con cognizione di causa, con maestria. Mostra – attraverso le parole stesse del suo personaggio – le vicende dei finanziamenti ai partiti, delle bustarelle in cambio di favori, le tangenti, “i soldi rimasti attaccati alle dita”, come si dice nel film – in quel passaggio quando un politico (un eccellente Renato Carpentieri, già protagonista del precedente film di Amelio, “La Tenerezza”) va a far visita a Craxi;  ma anche quella linea sottile sulla quale si muoveva la volontà di avere un capro espiatorio da mostrare come un trofeo, mentre tutto il mondo politico era corrotto.

Attorno al personaggio centrale – del quale mai viene fatto nome, così come per il partito politico che egli guidò, ma del quale si fa accenno in apertura della pellicola con la ricostruzione di quello che fu il 45° congresso del Partito Socialista Italiano, quello del 1989 all’ex Ansaldo, quello con la piramide di Filippo Panseca, storico scenografo dei congressi craxiani – ruotano personaggi di fantasia, ed è con essi che Amelio compie il miracolo di poter raccontare l’uomo sulle cui spalle pesarono errori e condanne ma anche una intimità che il regista scruta e racconta con garbo. La famiglia, un nipotino che lui chiama “generale” e che in una scena del film, sulla spiaggia, con un modellino di aereo e soldatini, racconta, a modo suo, la notte di Sigonella. Nipote di un nonno amorevole con un debole per le imprese che furono dei Mille. E poi il figlio di un dirigente morto forse suicida – Giuseppe Cederna, amico di lunga data di Craxi che lo mette in guardia sui rischi che corrono continuando con le tangenti e che nel film Craxi liquida, invitandolo a tornare alla sua vita che poi sarà il suo triste destino – che serve al regista per raccontare come il malaffare era sinonimo di politica e non viceversa, e che la politica era in grado di rovinare le vite di chi ad essa si dedicava.

Ed è a quel Flavio che si reca in Tunisia per consegnare una lettera scritta dal padre, che il protagonista del film consegnerà attraverso un video, dei segreti che non furono mai di nessuno, neppure della sua adorata figlia.

Perché di segreti ce ne saranno stati, questo Gianni Amelio lo sa e lo racconta, a modo suo; E a modo suo è anche raccontare la nostalgia verso quell’Italia che il Bettino del film riesce a vedere da un punto preciso della spiaggia, “quando è sereno”.

Racconta i luoghi, Amelio (per questo il film si chiama Hammamet) e quello che in essi si compì, provando a disegnare un ritratto di ciò che fu in quegli anni, fino alla morte del protagonista, ed ogni tratto di quel disegno filmico è delusione, rabbia, illusione, rancore ma mai rimpianto. C’è in questo film il senso dell’abbandono, della fine, del finale della storia umana e politica.

Un personaggio, quello raccontato da Amelio che mostra molte debolezze, compreso l’amore clandestino, che riappare nelle fattezze di Claudia Gerini, che si reca in Tunisia perché vuole assolutamente rivedere l’uomo amato e che a sua volta la rivede perché sa che sarà l’ultima volta.

Immagini di un Craxi bambino, dispettoso e fiero, della derisione cabarettistica dell’uomo che non si può più difendere, raccontata come in un sogno, al posto dell’evento del lancio delle monetine, contro il leader politico.

Le musiche belle, di Nicola Piovani, una fotografia impeccabile di Luan Amelio Ujkaj immagini nitide all’occorrenza, i colori vividi di una Tunisia piena di fascino, una “realisticità” incastonata in dettagli di un’epoca, quella della fine di un secolo, che ti portano indietro e ti inducono a ricordare ciò che forse, si è provato a dimenticare, perché ricordare significa fare i conti con chi era, con chi eravamo.

Forse non tutti noteranno il cambiamento da 16:9 a 4:3 del taglio filmico, che il regista usa per facilitare il racconto, nell’inquadratura di Favino che buca lo schermo e parla dritto allo spettatore.

Vien voglia di capire, di andare a fondo, di scovare la verità ed anche quei segreti, morti insieme a Craxi, che ad oggi forse, nel terzo millennio, farebbero tremare i palazzi.

Ma la verità è che uscendo dal cinema viene voglia solo di lodare un bravo Gianni Amelio che ha fatto un film che non nasce, per non scontentare nessuno, ma per narrare una probabilità, perché nel cinema, le storie sono tutte possibili, se ben raccontare.

Simona Stammelluti

Di questo film, la storia di Federica Angeli – la giornalista di La Repubblica che ad oggi ancora vive sotto scorta perché minacciata dalla mafia di Ostia – avrebbe potuto benissimo farne a meno. Un film che non solo è privo di pathos ma che non rende assolutamente giustizia al coraggio della Angeli, al carattere della giornalista d’inchiesta e alla tenacia del suo vivere.

Un film quello di Claudio Bonivento, assolutamente didascalico, semplicistico, fatto di frame incollati; un’accozzaglia di momenti, messi insieme come se si dovesse portare a casa un compitino. Una Claudia Gerini nel ruolo della Angeli che probabilmente ha fatto del suo meglio, mentre mima una vita che è difficile da trasportare in un film se non sorretta da una sceneggiatura solida, e che invece in questo caso fa acqua, ha degli enormi buchi nel racconto, rendendo non credibili alcuni dialoghi, e banalizzando quelle situazioni drammatiche che hanno visto Federica Angeli sfidare, nella realtà, il clan degli Spada.

Pur conoscendo molto bene la storia della Angeli – sulle cui vicende ho scritto  tanti articoli, nella piena volontà di dare il giusto rilievo ai fatti, alla verità, alla vita della giornalista – mi sono immedesimata in chi quella storia non la conoscesse affatto. Anche la malavita è raccontata in maniera poco incisiva nel film e mi domando perché la Angeli, che ha collaborato alla stesura della sceneggiatura non si sia ribellata a quelle scene così misere, semplicistiche. Mi riferisco ai momenti clou della storia, quando per esempio viene sequestrata, minacciata di morte, e quando le viene intimato di lasciar perdere. E quello è uno dei momenti più toccanti che sono accaduti, quando la giornalista ha raccontato la sua vicenda nelle scuole, o durante i convegni. Momento toccante quando lo ha raccontato alle TV in innumerevoli trasmissioni.

Già il libro – che merita un plauso sicuramente perché è un documento di denuncia – mi era apparso particolarmente romanzato. E dunque questo finale – il film intendo – diventa un inutile tentativo di osannare la donna, non il suo ruolo nella vicenda. E se si pensa che il film è tratto da una storia vera, mi viene da dire che se ci fosse stato un “liberamente tratto” nei titoli di coda, sarebbe stato  meglio.

Il film ha l’aspetto di una fiction figlia di mamma Rai, di quelle da prima serata di fine stagione.
Il film non a caso è stato prodotto dalla società di produzione Laser Digital Film insieme a Rai Cinema. Le performance attoriali sono scarse, forse anche perché le parti assegnate non erano adeguate. Francesco Pannofino relegato in quattro battute nel ruolo del caporedattore, Francesco Venditti che interpreta il ruolo del marito della Angeli, che non convince neanche nella scena di sesso quando fa una sorta di “agguato” a sua moglie che rientra a casa tardi prima delle vicende che la renderanno nota alle cronache.  Lo stesso Mirko Frezza, sguaiato ma non credibile nel ruolo del boss.  E’ un film claustrofobico anche per i set che sono stati utilizzati, e per le luci.

Il film si svolge tra l’appartamento della Angeli, la redazione del giornale e il giardinetto dove i figli della giornalista sono soliti giocare. Non si vede cosa accade ad Ostia, non si vede Ostia. Una sola scena del mare e due passaggi, che dovrebbero raccontare la malavita: giornali bruciati ad una edicola e la richiesta del pizzo alla proprietaria di un bar che – non si può non notarlo – ha una somiglianza spaventosa con quella che è stata per molti anni, la sostenitrice numero uno della Angeli nella vita vera. La mafia ostiense, banalizzata con un film, per non parlare dei carabinieri che tentano di dissuaderla da sporgere denuncia verso chi l’ha minacciata di morte.  Non si vede la vita nella redazione, non si vede cosa pulsa nella città di Ostia, non si raccontano la paura, l’omertà, i giri spietati tra le fila dei colletti bianchi; insomma … mancano intere tappe che erano invece necessarie per la riuscita del film. La semiotica del testo filmico ridotta all’osso. Il film parte con una anacronia, una analessi a caso,  per poi tuffarsi in un incipit in medias res così banale da non essere credibile.

Neanche la fotografia è degna di nota. I colori sono cupi, i volti sempre per metà in ombra, ma non è certo quello che rende la suspense che, nella pellicola è pressoché assente. Non esiste un campo contro campo, è tutto realizzato in maniera statica, per non parlare della voce fuori campo che banalizza alcuni momenti che invece andavano sottolineati e messi in scena.

Chi conosce la Angeli non la riconoscerà mai in questo film.  Troppo perfettina come figlia, moglie, madre, che sta al posto suo in maniera mansueta quando le tolgono l’indagine, che ha coraggio sì, ma quasi con il freno a mano tirato. Lei, che invece è una che ruggisce, che le sue paure se le mette in tasca e che sa fare bene il suo lavoro e che è una determinata, che punta l’obiettivo, costi quel che costi.

Nel film non vi è traccia di quello che accade sui social, per esempio, dove molto di questa vicenda ha avuto corso, ma si da fa però una vera e propria sponsorizzazione all’associazione #noi che ormai segue e sostiene la Angeli da diversi mesi. Mi è sembrato fuori luogo anche il passaggio delle foto di famiglia (quella vera) alla fine del film come se si avesse necessità di ribadire che quella storia era la sua, proprio la sua, a scanso di equivoci.

Insomma,  A Mano Disarmata non appare un’opera all’altezza dello scopo che risiede senza dubbio, nell’impegno civile e nel documento di denuncia, circa una condizione che affligge molti giornalisti italiani ad oggi sotto scorta.

Simona Stammelluti