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Non è la prima volta che mi occupo del problema delle carceri italiane e di Bologna in particolare, afflitta da una situazione carceraria grave, a causa dell’aumento preoccupante delle presenze, con 850 persone, di cui la metà che espia colpe definitive, con il conseguente disagio sia dei detenuti che degli operatori penitenziari.

Oggi torno a scriverne perché sembra che non vi sia abbastanza attenzione, considerata la situazione emergenziale che sta interessando tutte le aree d’Italia e del mondo. Fin dall’inizio però, la Regione Emilia Romagna, ha costituito uno dei centri più colpiti, dove sono numerosi infatti i contagiati da Covid-19.
All’interno di una struttura penitenziaria, il problema si accentua poiché oltre alle cautele adottate per sfuggire al virus, bisogna calmare gli animi di chi non può confrontarsi direttamente con la realtà esterna. Ecco l’importanza della comunicazione, affinché i detenuti possano essere costantemente informati sull’evoluzione della situazione e dunque tranquillizzati sui metodi di protezione assunti e questo delicato compito, non può certo essere demandato ai poliziotti penitenziari che quotidianamente vengono tempestati di domande, dubbi e finanche minacce.
Non si faccia finta di niente; anche loro in questo momento così delicato hanno bisogno di essere tutelati nello svolgimento di un lavoro che non può essere fermato, neanche per un giorno, neanche in questo momento di pandemia mondiale. Hanno bisogno di lavorare in sicurezza, perché dietro ognuno di loro ci sono famiglie, che non possono e non devono pagare a causa di omissioni di garanzia. Diventa necessario un numero sufficiente di personale e misure di tutela, come quella di essere sottoposti tutti a tampone, per evitare di dover lavorare insieme agli eventuali asintomatici. Questo chiedono dal sindacato Sinappe che sottolinea come queste richieste esprimono non paura, ma un alto senso di responsabilità, considerato che la loro incolumità diventa fondamentale nella piccola ma complessa società dei penitenziari.

Ed eccoci alla rivolta, quella le cui conseguenze vengono pagate dai poliziotti che ancora oggi, lavorano tra le esalazioni di materiale plastico bruciato.

La rivolta di questi giorni, che ha avuto come causa ultima scatenante la paura del contagio da COVI 19, e che ha coinvolto anche l’istituto penitenziario di Bologna, ha evidenziato che l’allarme non era ingiustificato.

L’interruzione dei rapporti dei detenuti con i familiari , la compressione del diritto di difesa, inevitabile in una situazione di emergenza sanitaria, sono solo alcune conseguenze di ciò che è accaduto. Mai va giustificata la violenza, ma fanno sapere dalla Camera Penale di Bologna che le condotte più gravi riguardano coloro che, come alcuni tossicodipendenti, sono escluse dal circuito trattamentale. Nel carcere di Bologna i reparti con detenuti che hanno aderito a programmi di socializzazione non hanno partecipato alla rivolta, compreso il reparto femminile, e ciò significa che la finalità rieducativa della pena, se praticata, dà risultati, anche in termini di sicurezza sociale, ma questo sembra non interessare.

Manca l’intervento politico sull’accaduto se non per quell’emergenza sanitaria che inevitabilmente pose in essere questioni delicate.
Necessario, in tempo reale diventa dunque l’informazione all’interno di ciò che fuori sta accadendo, oltre al fornire da subito i presidi sanitari a tutte le persone presenti (dalle mascherine ai prodotti igienizzanti), detenuti, sanitari, agenti, educatori, nessuno escluso e con uguale riconoscimento di salvaguardia.
Il sovraffollamento carcerario è il contesto in cui la paura di non sapere, di ammalarsi, di non comunicare con i familiari, di perdere i contatti con il volontariato e quel poco di lavoro che esiste, la paura soprattutto di morire in una cella sovraffollata ha scatenato l’inferno.
Ci si domanda legittimamente quali strumenti sono in essere oggi per prevenire la malattia e se esiste un piano operativo in caso di presenza di persone contagiate. Forse sarebbe il caso di attrezzare luoghi ad hoc per eventuali necessità, anche di ospedalizzazione, dato che le carceri, e anche Bologna, non avevano prima e non hanno adesso luoghi per separare i detenuti.
Esclusi quelli che hanno partecipato alla rivolta, la proposta è quella di incrementare per i detenuti i contatti con i familiari e difensori via Skype, ma c’è bisogno urgente che   l’amministrazione penitenziaria, da una parte, e la sanità pubblica  dall’altra dicano con chiarezza come intendono affrontare l’emergenza nei luoghi di reclusione.

Non dimentichiamo che la costituzione Italiana all’articolo 27 comma 3 recita che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” e intorno a questo diritto, si agisca e subito.

 

Simona Stammelluti 

Era il 26 marzo del 2018 quando il segretario provinciale del sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria di Bologna, scriveva al direttore della casa circondariale e alle autorità competenti tutte, per segnalare i tanti problemi legati alla gestione del Caseificio “Liberiamo i sapori” inaugurato nel 2016, grazie alla legge Smuraglia che concede alle imprese che investono nelle strutture penitenziarie, o che assumono detenuti, dei benefit fiscali.

Il progetto per la realizzazione del suddetto caseificio era stato realizzato anche grazie al cospicuo investimento del Ministero della Giustizia.

Nella segnalazione si evidenziavano le problematiche derivanti dal fatto che il casaro (persona non detenuta) lavorava  da solo, senza detenuti, e il personale di Polizia penitenziaria però, era costretto comunque a vigilare sulla attività lavorativa.

Inoltre l’accesso all’istituto avveniva spesso senza preventiva comunicazione, che invece era necessaria per consentire la giusta programmazione del servizio, costringendo il personale a fermarsi oltre l’orario di lavoro, e sovente a coprire più posti di servizio.

Ma non era tutto. Perché lo stesso personale era chiamato a gestire e a contenere gli effetti del crescente malcontento dei detenuti che lamentavano la mancata firma del contratto di lavoro e il mancato pagamento degli stipendi, le numerose ore di straordinario. Già qui ci sarebbe da chiedersi – se tutto ciò corrispondesse a vero – come sia possibile che all’interno  di una struttura detentiva, istituzione statale e presidio di legalità, possano tollerarsi simili gravissime inadempienze.

Fatto sta che tutto questo, accadeva oltre un anno fa. Ma lo scorso 29 giugno, il medesimo sindacato scrive ancora agli organi competenti, dopo aver appreso della chiusura dell’azienda casearia sita all’intento del carcere Felsineo.

Il SiNAPP evidenzia nella lettera, come da tempo il suddetto ordine si è occupato delle problematiche connesse alla cattiva organizzazione dell’azienda che, per logica di consequenzialità, ha avuto crescenti ricadute negative sull’organizzazione del lavoro dei Poliziotti penitenziari.

E pensare che proprio i Poliziotti penitenziari sono stati i primi a credere, nella fase iniziale, alla buona riuscita dell’attività, in un ambiente tanto particolare, dove il lavoro può davvero restituire speranza e dignità alle persone detenute e, conseguentemente, serenità e sicurezza per gli stessi Poliziotti.

Dunque l’enfasi iniziale, ha lasciato purtroppo il posto al fallimento del progetto.

Restano, pertanto, degli interrogativi e delle domande che attendono delle risposte, perché – come si legge nel comunicato –  il carcere non puo’ e non deve fabbricare carcerati, ma cercare di restituire alla società uomini riabilitati e, possibilmente, avviati ad una professione e/o un percorso di studio e di reinserimento.

Questa, una delle tante situazioni difficili che si consumano nelle carceri italiane, che seguiremo anche nei giorni a venire.