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Erano fratelli in musica, separati dal colore della pelle.
La breve partnership durata nove mesi tra i due, ha prodotto uno dei più sublimi dischi jazz mai registrati.
Senza la miscela unica delle loro diverse sensibilità, forse un tale capolavoro non sarebbe stato possibile.
Davis soprannominò Evans “Moe”, un nome “abbottonato” che si adattava all’aspetto serio e riservato di Evans.
Era il 1958, Davis aveva appena reclutato Bill Evans per il suo sestetto di fuoco e iniziò così quell’avventura, che fu quasi una svolta.
Dopo anni di persecuzioni razziali, il trombettista, nero, si trovò a guidare una delle jazz band più famose al mondo con un sideman, bianco.
Miles si era già relazionato con altri jazzisti bianchi in altre situazioni, ma mai si era raggiunto un profilo così altro, come il gruppo del ’58 con John Coltrane, Cannonball Adderley, Paul Chambers e Jimmy Cobb ed Evans che era una minoranza, e Miles non smetteva di ricordarglielo.
Adderley riferì che Miles era solito scherzare con lui, lo chiamava semplicemente “whitey”, a volte lo prendeva in giro, ma aveva grande rispetto del suo modo di fare musica.
Davis ed Evans erano vicini, complici e musicalmente Davis era più in sintonia con il suo “nuovo pianista” che con chiunque altro, in quel leggendario sestetto.
Entrambi parlando così tanto con così poco, usando i loro rispettivi strumenti per fondere i loro stili distintivi.
Fragilità, delicatezza e quella capacità di Evans di usare “morbido”, il pedale del pianoforte.
Entrambi erano “esploratori” immersi nella tradizione jazzistica, eppure attingevano alla musica classica e mondiale, sempre alla ricerca di una maggiore libertà di espressione e spontaneità in una musica che Miles descriveva come troppo pieno di cliché.
La loro collaborazione ha superato di gran lunga il paradigma leader-sideman. Evans influenzò la visione di Davis e riuscì a guidare anche il suo gusto.
“Ho pianificato quell’album attorno al pianoforte di Bill Evans” – aveva ammesso Davis nel 1989.
Fu come se fossero “cresciuti insieme”, malgrado i loro vissuti così diversi.
Davis si sentiva forte quanto c’era Evans, con il quale aveva sperimentato il jazz modale.
Il dialogo Davis / Evans non finì mai.
Miles disse che Evans era colui che gli aveva aperto le porte, musicalmente, e che era speciale, per lui.
Le poche immagini che catturano Miles e Bill fianco a fianco, cosi diversi in aspetto e stile, eppure così a loro agio, sembrano da sempre, sfidare il tempo
Buon #internationaljazzday a tutti
Simona Stammelluti 

 

Per ricordare il Pianista che oggi avrebbe compiuto 87 anni, scomparso a New York il 15 settembre del 1980, vi racconto ciò che accadde al trio di Bill Evans, domenica 25 giugno 1961 presso Village Vanguard jazz club di New York City

Era solo un pomeriggio in un jazz club.

Quarantuno anni fa…quando il 25 giugno 1961, tre giovani musicisti jazz – il pianista Bill Evans, il bassista Scott LaFaro, e il batterista Paul Motian – scesero in un seminterrato affumicato di New York, e dopo aver sbadigliato e scherzato un po’, si misero al lavoro.
Il trio suonò tredici pezzi, la maggior parte sofisticati come “My Romance”, “I Loves You, Porgy”, e anche un valzer dal film di Walt Disney “Alice in Wonderland”.
Quella loro performance fu registrata, e fu resa nota nello stesso anno da una piccola etichetta indipendente chiamata Riverside.
Il titolo dell’album fu “Sunday al Village Vanguard.”
Più tardi nel corso dello stesso anno un’altra registrazione di quel pomeriggio fu resa nota con il titolo di “Waltz for Debby“.
Nel tempo, quelle meravigliose due ore e mezzo, furono riconfezionate, rimasterizzate, riconsiderate, e ripubblicate in un album chiamato, “The Village Vanguard Sessions” e “Al Village Vanguard“.

Tutti o quasi, ci hanno provato a raccontare quella performance jazz, in materia di intonazione, passaggi modali e toni di canto. In pochissimi invece sono riusciti a coglierne a pieno la forza emotiva di tali esecuzioni.
In realtà é difficile spiegare la forza che la musica racchiude in se, quando non suona in maniera particolarmente forte.
La stragrande maggioranza delle persone che ascoltano uno di quei pezzi realizzati in quella domenica, la definirebbero esclusivamente come “musica di sottofondo”.
In realtà la musica di Evans, era un ricamo tra melodia e meditazione, tra tormento e passione.
Certo se ci si riscopre “vulnerabili” ascoltando questa musica, vuol dire che si è vulnerabili nei confronti della perfezione.
Bill Evans non ha fans occasionali, questa é cosa certa.
Nel senso che può piacere a molti, ma solo in pochi lo concepiranno come una vera e propria passione.

Dopo quel pomeriggio, il suo nome è diventato sinonimo di una qualità musicale “heart-break” come la definirono i newyorkesi, che non è simile a null’altro, nel mondo della musica.
Lui, Bill, non é mai stato un “giovane smarrito”, ma un “uomo trasparente e malinconico”.
Basti ascoltare gli assoli di Evans su “Alice in Wonderland” e “My Foolish Heart” e, in particolare, “Porgy” – che hanno un tono madreperla – mentre salta da una modulazione all’altra come se fosse in grado di godere – e far godere – di un sentimento puro, ottenuto senza impedimenti, senza inibizioni, come se conoscesse lui solo l’accesso a tanta meraviglia.
In quella esibizione Bill Evans riesce a raccontare la verità segreta di New York, immaginandolo come una sorta di giardino capovolto, con tutti i fiori che fioriscono a testa in giù nei sotterranei.
Questo particolare seminterrato, il Village Vanguard, che si ferma, o quasi si nasconde, sotto “the Seventh Avenue”.
Altre tre persone, erano lì quel particolare pomeriggio, il produttore, un batterista, e il proprietario del club.
Esiste qualche fortunato che é riuscito a parlare con loro e a capire cosa sia accaduto davvero quel pomeriggio, e la loro riflessione si ferma sui temi trattati in quella performance.
Il romanticismo, le luci della città, il tema della morte e il pianoforte che regna, con la grazia che apparteneva solo ad Evans.
Gli avvenimenti della vita di Bill Evans, che lo hanno condotto portato a quel pomeriggio, sono facili da trovare.
Bill Evans, nato nel 1929 nel New Jersey, in una famiglia ortodossa russa, aveva studiato musica presso Southeastern Louisiana College, e fu definito da tutti come un vero prodigio visto che si laureò con il massimo dei voti in flauto, violino e pianoforte.
É stato uno dei primi musicisti jazz che conosceva benissimo Schubert e Nat King Cole altrettanto bene, e pensava che avrebbe potuto ottenere di più dello spirito di Schubert, suonando come Nat Cole più che come Arthur Rubinstein.
Egli arrivò a New York nel 1955, e nel 1968 si unì al gruppo di Miles Davis e fu l’unico musicista bianco nel sestetto, quando registrarono “kind of blue”.
Quello stesso Davis che definì la sua musica, come “acqua frizzante in un bicchiere di cristallo”.
Evans ha registrato tantissimi album con bassisti e batteristi newyorkesi in quegli anni e nel 1959, poi, scoprì il giovane bassista Scott LaFaro, che ha spesso suonato il basso come se fosse una chitarra, liberamente e melodicamente, senza mai costrizioni di genere.
Poi arrivò Paul Motian, che “spennellava di argento” la batterista, e si unì a loro, e così ebbe vita “il primo trio”. Hanno registrato un sacco di cose insieme, quei tre.
Ma per capire a pieno ciò che avvenne quel giorno, si dovrebbe conoscere ciò che accadeva musicalmente in quel periodo storico: il jazz era una musica diffusa, ma non era una musica popolare.
Poi arrivò Bill Evans e le cose cambiarono.
Lui, bravo come molti dell’epoca, aveva in più, genialità e idee.
Prima di Evans, i trii erano formati da un pianista, che veniva “accompagnato”.
Con l’avvento del nuovo trio, ognuno aveva il suo spazio, la sua “aria”, la sua “posta in gioco”.
Bill aveva anche un sensazionale senso dell’umorismo e chi lavoro con lui, lo testimoniò, nel corso del tempo.
Quando Max Gordon aprì il Vanguard, era un posto per poeti.
Quel luogo é stato prima un posto clandestino, poi diventò un teatro, e fu solo alla fine degli anni Cinquanta, che divenne un jazz club.
Il giorno della registrazione del trio di Evans, il pubblico mutò…da pubblico divenne folla e da gente comune, divenì agglomerato di appassionati “rilassati” e felici.
All’epoca Gordon aveva un pianoforte Steinway, che fu sostituito da un Yamaha, che Bill amava.
Bill Evans fu, per la maggior parte della sua vita, un tossicodipendente e Lorraine Gordon, moglie di Max lo vide sbattere la parte sinistra della tastiera con una mano paralizzata dall’eroina che gli aveva colpito un nervo.
Eppure quel pomeriggio di Domenica a New York nel 1961, il trio suonò in maniera impeccabile per circa due ore e mezza…un cadenzato “Waltz for Debby”, un sommesso “My Foolish Heart”, un “Alice in wonderland ” galleggiante, e una sublime “My Romance”.
Poi, per la prima volta quel giorno, Evans ha suonò “I Loves You, Porgy.”

Due settimane più tardi, il 6 luglio 1961, Scott LaFaro morì sul colpo mentre stava guidando sulla Route 20, quando la sua auto sbandò e andò contro un albero.
“Stavo dormendo e il telefono ha squillato…era Bill che mi diceva che scott era morto”, ricorda Paul Motian.
“Ha detto solo, Scott è morto.
Paul a quella telefonata sconvolta di Bill Evans, avrebbe risposto con un semplice “si” e poi sarebbe andato a dormire, e al mattino successivo avrebbe detto a sua moglie di aver fatto un brutto sogno, nel quale BILL gli diceva che Scott era stato ucciso.
Dopo la morte di Scott LaFaro, Bill Evans diventò come succube del dolore; gli ci vollero mesi per recuperare, e in molti pensano che da quell’evento lui non si riprese mai davvero.
Quella registrazione al villag vanguard ebbe due vite.
Una che prese respiro sin da subito, ed una 22 anni più tardi, e la seconda vita di quel disco, fu ancora più grande.

Uno dei misteri della carriera di Evans è che, dopo “quella domenica”, lui ha continuato a suonare “Porgy” più e più volte, quasi ossessivamente – ma mai come allora, e quasi sempre come se fosse solo, come se suonasse mostrando senza vergogna, una mancanza.

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Simona Stammelluti

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