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Amministrare una città non è cosa semplice, perché il rispetto delle regole deve camminare di pari passo con il buonsenso, la competenza, la lucidità e le responsabilità da prendersi … tutte.

Ed invece ci ritroviamo davanti ad una scena che non si può certo ignorare; quella del sindaco di Avellino Gianluca Festa, che si unisce ai ragazzi della movida della città campana, tra assembramento e selfie e cori contro il governatore De Luca, tutto in barba alle disposizioni del Ministero, della Regione e della città stessa, considerato che proprio Festa aveva promesso che avrebbe supervisionato sulla ripresa delle attività e soprattutto della vita notturna della città.

Lui, che sui social dichiara “di aver deciso di fare un sopralluogo nell’isola pedonale per assicurarsi che tutto fosse nel pieno rispetto delle regole”. Ma in realtà sembra che sia mancato proprio il senso civico del primo cittadino, ripreso in un video in mezzo a centinaia di giovani senza mascherina, senza distanza di sicurezza,  che si è lasciato coinvolgere letteralmente dalla movida smisurata, senza che ci fosse nessun controllo delle forze dell’ordine, nessuna multa sull’assembramento, in barba alle regole e ai pochi commercianti che si sono invece attenuti alle regole, come è giusto che fosse.

“Dove c’è la vita ad Avellino ci sono io” – sostiene Gianluca Festa, il cui cognome in queste ore fa da cassa di risonanza al suo comportamento non consono al suo ruolo di primo cittadino.

Ma un sindaco deve dare l’esempio, deve educare i giovani, deve difendere la proprio comunità, soprattutto in questo momento in cui ogni errore di superficialità potrebbe costare cara, e non è certo quel suo comportamento il modo migliore per lasciarsi alle spalle le difficoltà vissute nei mesi di pandemia, che non sono così lontano come invece sembra apparire dalle immagini della movida avellinese della scorsa notte.

Dove sono i famosi “lanciafiamme” di De Luca? Si attende una reazione da parte della Regione Campania e dal Governo, oltre che una decisione in merito a questa vicenda che inevitabilmente è saltata alle cronache.

Ma come in “vite parallele” di Plutarco, c’è un antitesi anche nel genere umano, nel modo di amministrare, in etica e senso civico. Eccellenza, vizi e virtù passati al setaccio per lasciar emergere carattere e modalità, in positivo e in negativo.

Infatti alle cronache si può (e si deve) saltare anche per il rigore e la competenza e la capacità del ruolo del primo cittadino. E allora non posso non ricordare che esistono sindaci come Antonio Decaro, che amministra la città di Bari per il secondo mandato consecutivo e che è un esempio di come si supervisiona per davvero sul comportamento dei cittadini, di come si fanno rispettare le regole. Decaro che nel corso di questi mesi si è commosso davanti alle vetrine abbassate in quella parte di città che era fiorita di attività, che ha rimproverato a denti stretti i ragazzi sul lungomare di Bari all’indomani della riapertura post pandemia, che ha dichiarato come “gli assembramenti, la cosiddetta movida, sono un terribile alleato del covid 19“, che ha intensificato i controlli, che ha fatto scattare le multe in tutte le zona della movida cittadina.

Difende così i suoi cittadini, quelli che lui stesso chiama “compagni di strada” e che poco più di un anno fa lo hanno scelto ancora affinché tutto il buono realizzato per la città nei cinque anni precedenti, non restasse a metà.

Si può stare in mezzo alla gente, si deve; è il compito primario di un primo cittadino, ma con la massima attenzione agli effetti negativi di azioni superficiali che rischiano di produrre effetti irrimediabili a stretto giro e come dice Decaro, “questo non possiamo permettercelo

 

Simona Stammelluti 

 

andrea motis

Siamo sempre lì ad interrogarci su come si possa fare cultura in un periodo storico in cui i giovani non si appassionano più, hanno a portata di mano tutto e per questo non riescono a distinguere la qualità da ciò che fa “i numeri”, mentre sempre più spesso ci si dirige esclusivamente verso il nome famoso (per quel che si può conoscere) senza sapersi incuriosire più. In questo panorama, che ormai si uniforma da nord a sud, spiccano per ingegno, passione e competenza alcune associazioni culturali come I Senzatempo di Avellino, guidata da Luciano Moscati e da un gruppo di amici accomunati dalla passione per il jazz, ma che in maniera professionale, con costanza e spesso “controcorrente”- rispetto al poco e al commerciale che appena si intravede in città – regalano un respiro di musica, cultura e possibilità di conoscenza.

E’ così come ogni anno, da diversi anni, I Senzatempo propongono un cartellone di nomi prestigiosi del panorama jazzistico italiano ed internazionale, portando in città progetti estremamente interessanti, che diventano una vera e propria opportunità sia per chi il progetto deve promuoverlo, sia per tutti gli appassionati, che possono vantare l’onore di assistere a performance che magari solo poche ore prima, si sono consumate su palchi importanti dall’altra parte del mondo.

E’ il caso dell’evento che si è tenuto ieri sera ad Avellino, presso L’Hotel de la Ville, che ha avuto il piacere di ospitare una dei progetti più interessanti in circolazione, lo strepitoso quartetto che segue una delle più giovani voci del panorama jazzistico contemporaneo che è Andrea Motis, cantante, trombettista e compositrice, che con i suoi 21 anni di età, racconta una vita artistica iniziata tanto tempo fa, quando a 7 anni, rimasta affascinata dalla musica jazz, ha incominciato a suonare la tromba. E’ proprio la tromba, il punto di forza della cantante catalana, che ha tanto talento in incubatrice, che farà molto parlare di se nei prossimi anni e che già adesso sa “dare spettacolo”, senza essere diva. Con un vestitino verde smeraldo con fiori bianchi, una scarpa bassa, senza trucco e con un sorriso che incanta (ma per nulla ingenuo), ha calcato il palco de I Senzatempo e ha raccontato il suo album “Emotional Dance“, che segna il suo debutto da solista, e dal quale ha scelto dei brani da cantare e suonare, accompagnata da dei musicisti che sono stati in grado – insieme a lei – di tenere vivo un concerto di quasi due ore. Insieme ad Andrea Motis sul palco, Ignazi Terraza al pianoforte, Jjosep Traver alla chitarra, Esteve Pi alla batteria e non in ultimo Joan Chamorro al contrabbasso e Sax Tenore.

Joan Chamorro

Chamorro è senza dubbio un fuoriclasse, un musicista esperto, di una versatilità infinita, polistrumentista, direttore d’orchestra, scopritore di talenti. Grande carisma, simpatia e forza trascinante, capace di indirizzare il suo sguardo e la sua competenza verso i giovani che – ormai da diversi anni – è diventata la Sant Andreu Jazz Band. E’ uno dei suoi gioielli, Andrea Motis, la cui voce si mescola sapientemente all’accordo di interplay del quartetto. Non ha una grande estensione vocale, ma ha delle sfumature vocali molto significative; calda nelle note basse, svisa fin dove può, poi inserisce la marcia del “malinconico-struggente”, che qualcuno ha paragonato alle interpretazioni di Billie Holiday  ma che, a mio avviso, è un innato modo che la Motis ha per spiegare cosa sente, mentre crea un ponte sofisticato e leggero che conduce a quel “lasciarsi completamente andare” quando soffia nella sua tromba che, mentre canta, tiene con se appoggiata ad un braccio.

Spazia dagli standard (Senior Blues, o Body and Soul, durante il quale Chamorro regala un grande assolo al sax tenore) alla musica di Jobim (Chega de Saudade) a suoi pezzi originali (lo stesso Emotional Dance che da il nome all’album e che inizia sofisticato piano e voce) con la semplicità di chi conosce bene la materia e di chi ha tolto via la pelle dall’anima, scorticandosi un po’ mentre si impara ad amarlo, il jazz. La bossanova è il suo forte, è senza dubbio il vestito che meglio indossa; il suono della sua tromba lascia il pubblico incantato. Sembra davvero come se lei entrasse i trance, mentre la suona…chiude gli occhi, aggrotta la fronte e muove veloci quelle dita sui pistoni, lasciando che il suo lungo respiro faccia vibrare le note, a modo suo, con quel senso di eterno e di immortale.

Tutti i musicisti del gruppo, si sono espressi con assoli, alcuni dei quali hanno evidenziato non solo l’esperienza o la versatilità – si pensi a Esteve Pi, che ha usato quasi tutte le bacchette a sua disposizione per adeguare il suono dello strumento al contesto ritmico, o al grande Ignazi Terraza, che ha reso magici alcuni momenti della serata con assoli che hanno infiammato con scale di mezzo tono che si infilavano sottopelle, emozionando – ma anche la capacità di consegnare ad ogni pezzo, il giusto equilibrio armonico.

Molto belli i dialoghi sonori tra sax e tromba, ed ancora più accattivanti quelli a tre, quando al quintetto si è aggiunto il violino. Tre voci, momento di grande phatos, e un bis a tutto samba, nel quale Andrea ha accennato qualche passo.

Un concerto amabile, uno dei tanti di qualità proposti nel cartellone de I Senzatempo che vanno avanti fino alla prossima primavera con eventi che educano alla bellezza della musica e chissà che i giovani del luogo, prima o poi, non si lascino completamente contagiare e rapire da quel mezzo così potente che è la musica dal vivo, suonata bene.

 

Simona Stammelluti