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“Un tuffo nello stomaco” e nel passato, per i nostalgici.
Canzoni che inevitabilmente ci ricordano che non siamo più giovanissimi e poi l’opportunità di scoprire che durante una intera carriera un artista scrive delle canzoni significative, anche se restano un po’ indietro nelle classifiche.
Il  concerto di Nino Buonocore che si è tenuto lo scorso 27 settembre al Palacultura di Rende per la rassegna “Settembre Rendese” è stato anche una occasione per gli appassionati di jazz di ascoltare musicisti che sono davvero dei fuoriclasse nell’ambiente jazzistico, e che vantano innumerevoli collaborazioni con grandi artisti e carriere incredibili.
Canzoni, quelle del cantautore partenopeo rimesse a nuovo, senza mai essere snaturalizzate.
Buonocore regge bene il passare degli anni, e sul palco seduto su uno sgabello, imbracciando la chitarra, ha cantato le sue canzoni, raccontandole e cantandole potendo contare sulla straordinaria capacità musicale di Antonio Fresa al pianoforte, Amedeo Ariano alla batteria e Antonio De Luise al contrabbasso. E con musicisti così è davvero tutto possibile, anche raccontare pezzi di vita … la vita di un artista che deve per forza avere il giusto compagno di viaggio perché la musica è fatta di tanta strada da percorrere, di notti fonde, di attese e di promesse da mantenere. E poi in musica, “L’amore che non vedi” – perché l’amore, dice Buonocore, non è solo fisicità ma amore per le passioni, per i ricordi, ossia quell’amore che sa essere eterno.

Nino Buonocore canta, si ferma e poi parla con il suo pubblico. Parla di come le canzoni  abbiano avuto spesso nel corso del tempo la capacità di cambiare le mode, i modi di pensare e di come siano state capaci anche di veicolare messaggi molto forti. Ogni piccolo racconto è una canzone. E così insieme ai suoi grandi successi come “Rosanna“, “Scrivimi“, “Tra le cose che ho”, arriva anche “Esercizi di stile” – perché nella vita bisogno sapersi comportare per uscire dalle situazioni sempre a testa alta – e poi  ancora “Abitudini“, e di questo pezzo mi fa piacere ricordare la collaborazione con il grande Chet Baker.

Durante “L’amore è nudo” tra luci soffuse restano pianoforte e voce, ed è subito atmosfera.

Con quel trio di musicisti che sono il suoi compagni di viaggio che insieme a lui hanno piacevolmente contaminato di jazz il repertorio cantautorale, Buonocore è a suo agio ed anche qualche piccola imperfezione che arriva dal cantato, scivola via mentre gli strumenti si legano e dialogano, lasciando al pubblico la sensazione che per loro, sia tutto così semplice, così accattivante, così appagante.

Bello è stato scoprire che nella sua carriera Nino Buonocore ha scritto della gran belle canzoni, e così mi sono innamorata della suaSolo un po’ di paura” che il cantautore regala nel bis, dopo aver cantato con il suo pubblico, un pezzettino di “Scrivimi” che tutti avevamo cantato sottovoce nella prima fase del concerto.

Un concerto raffinato, ben calibrato nel quale il pianoforte di Antonio Fresa ha amoreggiato con il tema, per poi lasciarsi andare a divagazioni stilistiche e mentre la base ritmica di contrabbasso e batteria hanno dato la giusta intenzione ai pezzi, tra improvvisazioni e quel senso di brio che solo il jazz sa dare.

Una serata sotto una pioggia torrenziale sulla Calabria, ma calore e fascino in teatro grazie a Nino Buonocore e a quei suoi musicisti che hanno il pregio di sapersi lasciare reciprocamente spazio, che sanno dialogare, sanno far suonare non solo gli strumenti ma anche le emozioni, e che alla fine si inchinano alla platea che applaude, ringraziando per esserci stati.
Beh … siamo noi a ringraziare chi ancora resiste in questo tempo in cui resistere è da eroi.

Simona Stammelluti 

I critici sono affamati di nuovi progetti e di cose belle.
Soprattutto noi, intorno ai 50 anni, che di musica ci siamo nutriti e di dischi ne abbiamo sentiti tanti; che tanti progetti abbiamo visto e di altrettanti abbiamo scritto, a volte lodando, sottolineandone i punti di forza. Altre volte è capitato invece di dover essere spietati, perché non tutto il materiale che riceviamo, che sentiamo o a cui assistiamo, è degno di nota.

Poi capita però che ci si imbatte in dischi che non smetteresti mai di ascoltare, i cui brani vorresti passassero anche in radio, perché ti sembra assurdo che il grande pubblico non ne possa godere, perché il jazz, quello fatto bene, quello suonato da musicisti che nel tempo hanno trovato il proprio stile, che sono versatili ma anche originali, che sanno come convincerti, è una delle più alte forme di godimento derivante dalla musica.

Sono dischi che non smetteresti mai di ascoltare, non solo perché sono oggettivamente belli, ben suonati e accattivanti, ma perché sono il frutto di una maturità artistica, di un talento e di un affiatamento che diventa vero e proprio motore trainante, un mezzo per trasformare l’arte, in un dono, tutto da scartare e da ascoltare.

E’ il caso di “Triplets”, progetto firmato da Amedeo Ariano,  tra i più bravi e talentuosi batteristi italiani, versatile, capace di raccontare di cosa è capace senza manie di protagonismo, e questo è stato – a mio avviso – un dettaglio fondamentale per la riuscita di questo progetto che vede come suoi compagni di viaggio, Luca Bulgarelli al contrabbasso e Francesca Tandoi al pianoforte e voce.

E’ un disco amabilmente jazz, ben calibrato, a tratti ammiccante.
E’ un viaggio nel mondo degli standard, della tradizione, ma senza regole da rispettare, con pezzi ri-arrangiati in modo originale ma senza mai abbandonare quell’atmosfera swing che Ariano suona con particolare maestria.

Il bello di questo disco è che non pensi alla carriera di ognuno dei musicisti che vi suonano – il che già da sola fa da garante di bellezza – perché sei preso dal modo in cui è stato suonato. La Tandoi è una jazzista tra le più capaci, suona il pianoforte, benissimo, e canta, altrettanto bene. Per me, è una delle voci più convincenti  del panorama contemporaneo. E’ capace di porre l’accento sul modulo giusto, è affascinate, e l’interpretazione è credibile e sofisticata. Poi diciamolo … non si sceglie un contrabbassista a caso,  se si pensa al ruolo del contrabbasso nel trio jazz canonico, e a Luca Bulgarelli con cui Ariano collabora da tanti anni ormai, si può chiedere qualunque cosa. Non vi è rassegna o festival jazz che non lo abbia visto ospite.

Ma non serve elencarne i curriculum, basta parlare del disco per scoprirne la meraviglia.La copertina del disco è cool.
Loro sono bellissimi, ammiccanti.
In tre è meglio”, sembra suggerire.

Ma la verità è che il titolo “Triplets”  non è messo a caso.
(Che bello quando i titoli dei dischi sono la porta d’ingresso di un progetto).

Già solo il titolo, qualche suggerimento lo dà.

Le “terzine”, che  compongono il movimento nello swing,  che riempiono i dodicesimi in cui le battute sono suddivise e che mettono a disposizione dei 3 musicisti, un tessuto ritmico che loro utilizzano senza esitazione e sul quale ricamano arrangiamenti degni di nota.

Otto sono le tracce, tra pezzi originali, standard e omaggi.

Bulgariantandoj”, il pezzo originale, in cui basso e batteria, spadroneggiano, e nel cui dialogo si inserisce il pianoforte, che racconta il tema, che sfida la base ritmica e che diventa ostinato mentre usa il controtempo, come un vero e proprio linguaggio. Non c’è un dettaglio della sua batteria, che Ariano non sfrutta per coinvolgere l’ascoltatore.

La scelta degli standard è significativa.

The Sheik of Araby” – di cui mi viene in mente la versione di Buddy De Franco –  nel disco conserva la verve e il tempo serrato, ma è florido di dettagli ritmici. Velocissime le note sulla tastiera del pianoforte e impeccabili le spazzole di Ariano sul rullante. Il contrabbasso che entra in un dialogo con il pianoforte e che porge il doppio tempo alla batteria che è fonte di un groove incontenibile. La cassa pulsa con leggero anticipo, i piatti suonano le sincopi e il charleston scandisce i movimenti deboli. La perfezione è servita.

I thought about you”, famosissimo standard che fu interpretato dalle più belle voci femminili, ti accoglie in quell’atmosfera dettata dal tempo “sospeso”. Dettaglio che si sposa benissimo con l’intenzione del brano che “guarda attraverso”. Attraverso immagini che qui, arrivano prorompenti in musica. Le note velocissime in alcuni passaggi, e poi gli accordi che incedono e il rullante che vibra senza compromessi.

I didn’t know what time it was”. Senti gli splash che si adagiano sulle note del piano che mette in fila le scale minori e le infila tra le corde del contrabbasso, che ne ricama le dinamiche. Più grave è il contrabbasso, più dinamico è il pianismo della Tandoi.

Quando arriva “You don’t know me”, omaggio a Ray Charles, è come finire in jazz club; è una gemma, che parte con il pianoforte e che dopo 4 battute lascia che la voce di Francesca si impossessi di tutto. Ha sfumature delicate ma radicate nella conoscenza della tecnica. Anche le note gravi sono piene e sicure. Mette in gioco tutto il fascino e la maestria che conosce, la pianista, della quale in questo pezzo si ammira la capacità interpretativa, e che canta con la consapevolezza di ogni parola del testo. Poi il piano torna protagonista, e sono il contrabbasso e la batteria a fare da controcanto, e questo passaggio è originale, è studiato, è riuscito.

Dire che i pezzi sono tutti ben suonati è un gioco da ragazzi, scegliere il tuo preferito, invece, è impresa ardua. Ma a furia di ascoltarlo, questo disco, io alla fine, ci sono riuscita.

Il mio pezzo preferito è “F.S.R. – For Sonny Rollins”. Lo è perché il mood che ne viene fuori è di quelli incontenibili, che non si arresta, è ostinato ma mai a caso, è convinto, prorompente e ascoltandolo lo sai, lo senti, lo riconosci che a quella batteria suona Ariano, che quella voce che senti in sottofondo è di Bulgarelli che al contrabbasso fa fare gli straordinari e la sorpresa accattivante di sapere che al pianoforte, c’è una di quelle donna che farà ancora e tanto parlare di sé perché ha tanto da dire e da suonare.

Il bello di questo album è che non ti chiede altro che di essere ascoltato. Ti avvolge, non ti chiede di interpretare intenzioni … le intenzioni sono tutte lì, suonate e cantante. Sono lì, con carattere e appeal. Sono lì con talento artistico, energia  e appassionata complicità, quella che nel jazz ha spesso fatto la differenza.

Un album da 5 stelle su 5. Un lavoro che sta nei primi posti tra la mia personale classifica dei dischi più belli dell’ultimo quinquennio, di cui consiglio l’ascolto.

E’ il jazz che piace a me.

Simona Stammelluti

 

 

Lui, è da sempre la voce unica di Radio Montecarlo, è la voce della notte, è colui che in radio già dalla fine degli anni 80 passava il jazz, regalando così agli ascoltatori, da oltre trent’anni “Musica di grand class”. E dire che lui sembra non invecchiare mai. Ed anche la sua voce è rimasta ad oggi, così limpida, vellutata, accattivante. Lui, direttore artistico del Blue Note di Milano, lui cantante, musicista, produttore; insomma tante cose tutte insieme, ma in porzioni diverse.

Cerisano è un piccolo borgo di 3 mila anime dell’entroterra cosentino, conosciuto da diversi anni per il “Festival delle Serre“, una rassegna che ospita arte e cultura gratuitamente, che mette insieme in pochi giorni ogni inizio di settembre cinema, jazz, teatro, musica classica, arti visive e incontri culturali, e per questo va fatto un plauso al sindaco di Cerisano, Lucio Di Gioia che ieri sera mi è sembrato perfettamente a suo agio nei panni di presentatore tanto del festival quanto della serata in divenire.

E poi c’è un direttore artistico dal nome altisonante, c’è Sergio Gimigliano, conosciuto in tutti i circuiti jazzistici nazionali, punta di diamante del jazz e della musica in Calabria, colui che insieme a sua moglie Francesca Panebianco ha dato lunga e florida vita al “Peperoncino Jazz Festival“, portando in Calabria i migliori nomi del panorama jazzistico italiano ed internazionale e che tanto fa, affinché la Calabria possa avere un suo splendore, un suo piccolo paradiso musicale, divenendo non solo meta di turisti ma anche di quei progetti musicali che quasi mai arrivano al sud, perché di solito al sud è abbinata l’incognita, quell’incognita che invece sparisce quando il rosso dello sfondo del Peperoncino Jazz Festival, infiamma di musica e cose belle.

E non in ultimo ieri sera, su quel palco montato in una piccola e suggestiva cavea, dove il pubblico seduto sulle panche di legno è a meno di un metro dai propri idoli, sono saliti 4  fantastici musicisti. La cosa bella è che quando ne conosci due, perché li hai più volte sentiti dal vivo e non conosci gli altri due, la curiosità sale, esponenzialmente, e ti domandi come sarà quel “concertare”, quale feeling si avvertirà, che tipo di Interplay si consumerà.

Ieri sera per il Festival delle Serre a Cerisano, nella sezione Jazz, sul palco è salito Malcom McDonald Charlton in arte Nick The Nightfly con Francesco Puglisi al basso, Amedeo Ariano alla batteria, Jerry Popolo al sax e al flauto traverso, e Claudio Colasazza al pianoforte.

Lo dico subito, così non ci penso più; Penso che la riuscita di questo progetto, che poi è un excursus su dischi di Nick già realizzati ed un nuovo che esce tra pochi mesi, siano proprio i musicisti che ha scelto, quei musicisti, che sono in grado di creare il giusto equilibrio su quel modo che il cantante scozzese ha, che non è il cantare classico di un crooner ma un modo di mettere insieme il mondo del jazz newyorkese a quel mood che, nella sua voce  – e forse solo nella sua – riesce a divenire atmosfera.

Il look, quell’appeal innato, quel fascino che possiede e che è irresistibile, lo rende l’inimitabile Nick The Nightfly, che da solo è “Montecarlo Night”, che da solo è colui che scrive i pezzi per un nuovo disco e che poi in quintetto, con i suoi musicisti, diventa il successo di una serata in jazz che si ricorda per molte cose.

La serata inizia con un saluto e con la raccomandazione di non filmare nulla, perché, come dice “il concerto va vissuto fino in fondo, va ascoltato con le orecchie e con il cuore“. Poi aggiunge: “è per voi, solo per voi, dunque godetevelo“. Mi è sembrato un ottimo modo di incominciare, e per me, che sono cresciuta con la voce di Nick The Nightfly, per me che l’ho considerato in gioventù un vero mito – considerata la mia passione per il jazz – è stata una bella emozione sentire quella voce dal vivo, con quel suo italiano che ha l’inflessione inglese, ma che è così caratteristica che vorresti non perdesse mai quell’armonia e quell’intonazione.

Il concerto si apre con “I don’t care” e il pubblico è trasportato nell’atmosfera dei club newyorkesi; il pezzo è accattivante, l’esecuzione impeccabile, e l’assolo di sax, pazzesco. Alcuni pezzi regalati dal quintetto sono stati un’anticipazione di un nuovo disco in uscita; un disco che a mio avviso è al contempo un “piccolo viaggio” tra i profumi e le sfumature musicali di alcuni luoghi nel mondo, e poi un invito alla spensieratezza ma anche alla riflessioni su alcune cose belle della vita; dall’amore all’amicizia, da un incontro avvenuto dopo tanti anni ad un bacio, il tutto condito da alchimie musicali, che sono distillato di jazz, ma anche di soul e di pop raffinato. E se anche i testi sono semplici, si sposano bene con la metrica musicale e con le intenzioni dell’artista.

Tra i pezzi presentati ieri sera c’è “New York“, scritto dopo un viaggio nella grande mela e dedicato a Tony Bennett, al suo modo di cantare, al suo stile. Il pianoforte si lancia in un assolo su note alte, spesso svisate e la voce cede piano il passo al sax che ricama il tema con note ostinate.

Il groove è prorompente, tra i musicisti c’è grande intesa, e ogni spazio concesso loro è un regalo fatto al pubblico. Ognuno di loro ha sempre tanto da dire, il groove cambia sera dopo sera e – così come sottolinea lo stesso Nick – ogni modulazione musicale è diversa, ogni assolo è diverso, ma l’intenzione resta la stessa e la sinergia tra loro è apprezzabile. La base ritmica, Puglisi/Ariano è impeccabile, come sempre, e nessuno di loro ha bisogno di strafare per mostrare la classe e la capacità di raccontare un concerto.

il brano “Paris” inizia con un assolo di Francesco Puglisi (musicista siciliano) al basso, che imbastisce l’introduzione del pezzo, che poi si muove su ritmi sudamericani. Nick ricorda che della stesso brano Nicola Conte vi ha fatto una sua vesione. Nel nuovo disco c’è anche una cantante carioca. Il pezzo si chiama “Brazil”; Il pezzo parla della gioia di quella terra, della gente allegra, che balla e che incanta; è tempo di bossanova. Jerry Popolo nel pezzo suona magistralmente il flauto traverso e scopriamo che Nick The Nightfly è il re del “la-la-la”.

Invita il pubblico a fare da coro, a cantare con lui, a modulare le note, riproponendo le sue. Il pubblico non si fa pregare, e poi è così coinvolgente l’atmosfera che si è creata, che si va avanti così per un po’ mentre il quintetto ci prende gusto e non si risparmia.

C’è una parentesi nel concerto dedicata a due omaggi: uno a Lucio Dalla – con cui Amedeo Ariano ha anche suonato – e l’altro a Pino Daniele. Il pezzo di Dalla è “Vita” è completamente riarrangiato; di Pino Daniele sceglie “I say I’sto cca‘”. Legge i testi Nick, non è certo facile per lui cantare in napoletano, non vuole sbagliare. L’esecuzione va presa proprio come un omaggio; il cantante racconta di quella volta in cui in radio, era il 1986, ebbe insieme ospiti Pat Metheny e Pino Daniele.

Il fatto è che Nick The Nigthfly, porta con se la storia della musica, e potrebbe raccontare aneddoti per ore; porta con se quella voglia di vivere che si sposa perfettamente con i colori del jazz che sono molteplici e tutti significativi. Negli omaggi ai due grandi artisti scomparsi è il sax ha far venire i brividi, poi il piano entra decorando i ritornelli ed è subito nostalgia.

Bella la sua riflessione su come ad oggi, “si ascoltano sempre le stesse cose, mentre un tempo, la linfa era la nuova musica, le nuove sonorità, e la curiosità che l’accompagnava”.

Si fa un salto a tre anni addietro, quando Nick scrive un brano – che sarà presente nel nuovo disco – dedicato ad un amico rivisto dopo trent’anni, a cui aveva dato un appuntamento in un pub irlandese, e che non riconobbe a prima vista. Eppure, quell’incontro, dopo che le loro vite erano rimaste distanti per tanto tempo, si consumò dentro una distanza minima, così come accade per le amicizie vere.

Alzate il telefono e chiamate qualcuno che non sentite da un po’, ne avrà piacere”  – raccomanda Malcom. E così arriva una ballata romantica, che inizia pianoforte e voce, poi piano incede la base ritmica, la voce dialoga con il sax ed è proprio il sax a raccontare con un assolo l’intensità di quell’incontro. Avvolge il suono del sax, ti costringe e correre insieme a quelle note, e poi a fermarti, lì, su quelle note alte, come se fossi sull’ultimo piano di un grattacielo dal quale si vede un panorama mozzafiato.

Siate voi stessi, anche perché altro non potete essere poiché nei panni degli altri ci sono già gli altri” – si sorride alla battuta.  Ecco “Be yourself“; Nick The Nightfly imbraccia l’ukulele, perché sì, lui è anche musicista, e questo pezzo lo ha scritto e concepito così, con quella piccola chitarra che ha un suono così irresistibile. Una canzoncina a tempo di swing, che lascia il giusto spazio alle scale ardite del pianoforte e alle spazzole grintose della batteria.

Ma il racconto del nuovo disco non è finito. C’è anche un pezzo “Oh lord” che racconta della storia di un giovane che vive in campagna e che sogna di andare in città. Ecco, cose semplici come un sogno, come l’amicizia, come un viaggio, che però raccontate in musica da questo quintetto diventano appassionate, appassionanti e complete; come se nella musica, in quelle note così ideate e così eseguite, e in quel “tempo” suonato senza sbavature, tutto possa avere un lieto fine.

La verità è che Nick The Nightfly è uno showman a tutto tondo. E’ coinvolgente e quello che fa è pieno di ottimismo, di passione e questo trasmigra nell’ascoltatore che non può che lasciarsi travolgere.

E se gli assoli di basso, sax e piano trovano il giusto spazio, nelle esecuzioni dei brani, il momento della batteria arriva prima del finale. Ariano lo conosciamo bene, sappiamo di cosa è capace. Cassa e rullante si piegano alla sua energia,  in un crescendo di beet che diventano sempre più stretti, e che quando rallenta sembra portarti via con sé…a suo agio in quel sostegno ritmico che non conosce staticità.

Ma che secondo voi li lasciavamo andar via senza un bis? Certo che no!

kiss the bride“… “bacia la sposa” è il titolo del pezzo. Invita le coppie a baciarsi, nelle pause del cantato. E’ festa…una festa in una notte di fine estate, ricamata dai suoi “la-la-la” che alla fine diventano anche i nostri, perché molti refrain restano impigliati nelle orecchie ma anche nella gioia che questo concerto, lascia nell’aria.

Non è divo Nick  Nightfly, è Nick  Nightfly, l’unico, l’inimitabile.

 

Simona Stammelluti

 

 

 

Ancora due set, per la seconda entusiasmante serata del Beat Onto Jazz Festival (la prima serata qui) che si è aperto il 1 agosto e che andrà avanti fino a domani, 4 agosto, serata di chiusura nella quale si attendono con trepidazione, nel secondo set, gli Yellowjackets.

Nella serata di ieri  2 agosto,  due performance completamente diverse l’una dall’altra ma che hanno lasciato il segno, per motivi e caratteristiche differenti.

Nel primo set il quartetto jazz italo-francese Zeppetella-Laurent-Bex-Ariano che ha presentato il progetto nato un anno fa,  “Chansons!“, che declina in chiave jazzistica la canzone italiana ed anche quella francese, e così l’animo musicale all’italiana si fonde con passione a quello d’oltralpe. Un po’ come accade in America con i pezzi che nati per i Musical, nati per Bradway, sono poi finiti nelle mani dei jazzisti che se ne sono impossessati facendoli divenire standard. E seppur la canzone italiana, tanto quella francese può avere qualche limite, in questa trasposizione, il risultato del progetto è molto ben riuscito.

Fabio Zeppetella

Come dice lo stesso Zeppetella: “Alcune melodie non sono solo immortali, ma si prestano armonicamente ad essere riarrangiate anche in chiave jazz“. Ed è questo che è stato fatto, scegliendo dei brani che vanno da “E la chiamano estate” di Bruno Martino a  “Le bon dieu” di Jaques Brel, e poi ancora da De Gregori a Yves Montand.  Difficile dire se nel quartetto ci sia un leader considerato che i quattro componenti sono tutti dei talenti, ognuno con la propria precisa caratteristica stilistica e con il proprio background. Fabio Zeppetella alla chitarra e Amedeo Ariano alla batteria a rappresentare l’Italia, e per il jazz francese Emmanuel Bex all’organo Hammond e Geraldine Laurent al sax contralto.

La reinterpretazione dei brani è sofisticata, la linea melodica è affidata spesso al sax ma la cosa che colpisce della performance è che ogni strumento ha il suo spazio, nel quale far germogliare la parte solista e l’improvvisazione che però mai, abbandona la linea guida.

Bella la scelta dell’organo Hammond che già di per sé ha un suono che si presta a particolari atmosfere e che con la verve di Emmanuel Bex produce un significativo mood che permette un ottimo dialogo con i fiati e con la chitarra di Zeppetella che sa sempre come ricamare il pezzo, utilizzando il suo stile, la sua caratteristica ossia di produrre fraseggi dominanti, in un linguaggio sempre virtuoso ma a volte essenziale, e questa sua caratteristica lo pone a saper dialogare molto bene con i suoi compagni di viaggio.

Amedeo Ariano

Il sax di Geraldine Laurent rende il tutto molto ricco; non si risparmia la sassofonista che ricama note con un fiato infinito. E mi viene da sottolineare la bravura di Amedeo Ariano, capace di star dietro a quella pioggia di note del sax, alla potenza convulsa della Laurent, che predilige le curve del tempo, con un gioioso gusto melodico. E non è difficile rintracciare il suo stile bebop, denotato da schemi ritmici. La ritmica di Ariano è ricca, precisa ed inflessibile. E così accade che il sax introduce “Bocca di Rosa” di De Andrè, ma è quando entra l’hammond di Emmanuel Bex, che il tempo cambia e le note diventano velocissime.

Ho apprezzato di più la rivisitazione dei pezzi francesi; molto suggestivo “C’est si bon”, nel quale si legge la chiave jazz spiccata, sfacciata, ma credibile. Hammond in primo piano, poi Zeppetella che sa sempre come “cantarlo” il pezzo, le note restano sospese, ma quando diventa “ostinato” ti travolge e mentre ti godi quelle note così veloci, lui ti racconta di nuovo il tema.

Un bel progetto, senza troppi effetti speciali, ma con un bel disegno sonoro. Ottimo l’affiatamento e la capacità di intesa, che nel jazz è fondamentale.

 

 

 

 

 

 

Nel secondo set, qualcosa che in realtà si può solo provare a raccontare, perché solo se la performance la si vede dal vivo, si può comprendere il perché il cubano Pedrito Martinez è considerato il miglior percussionista al mondo.

Vincitore del premio Thelonius Monk, i giornalisti Jazz lo hanno premiato ogni anno dal 2014 ad oggi. Martinez ed il suo group – che sono stati ospiti anche ad Umbria Jazz nel 2016 – hanno letteralmente infuocato piazza cattedrale di Bitonto, ieri sera. La loro musica non è solo latina, ma è stata contaminata ed influenzata da molte suggestioni musicale, dal rock, dal pop e dal Jazz newyorkese con il risultato di saper regalare al pubblico un prodotto di grande virtuosismo. Sì perché la primo aggettivo che salta alla mente ascoltando Pedrito Martinez e i suoi compagni di viaggio è virtuoso. E prima ancora di poter analizzare la performance dal punto di vista musicale, vien da pensare alla quantità di energia e forza e resistenza profusa nel suonare le percussioni in quella maniera così talentuosa e travolgente.

Il gruppo ha una caratteristica fondamentale: sono tutti musicisti strepitosi ma sono anche dotati di una capacità vocale unica. Pedrito Martinez, voce solista e percussioni, Jhair Sala, percussioni e voce, Sebastian Natal basso e voce, e Jassac Delgrado Jr. tastiere e voce.

Ecco è quel “e voce” che impressiona. Perché lungo il percorso ritmico di conga, bongo, timpano, rullante e tanto altro ancora, che hanno note singole prodotte dall’accordatura precisa dello strumento, le voci dei 4 componenti del gruppo che cantano contemporaneamente, producendo le terze e le quinte anche diminuite, sono di una precisione straordinaria. Quindi suonano e cantano, come se si ascoltasse un disco, ed invece è tutto live.

La musica predominante proposta è quella latina, ma sono rimasta colpita dal tastierista che, contrariamente agli altri tre elementi del gruppo che suonano la base ritmica, ha prodotto delle variazioni jazzistiche degne di nota. Su e giù per quella tastiera senza perdere neanche una battuta, perfettamente in grado di produrre delle improvvisazioni velocissime incastonate in quel suono prodotto dai percussionisti che sanno davvero fare meraviglie.

Ritmi incandescenti, quel suono delle congas che ti sbatte nello stomaco e la meraviglia di vedere Pedrito Martinez che di suo ha anche una grande presenza scenica, essere instancabile mentre fa di quelle percussioni ciò che vuole, incantando tutti. La piazza ha poi accolto l’invito del gruppo a concludere la serata ballando…cosa che è avvenuta in maniera spontanea, perché quei grandi artisti – che fanno ballare tutta Manhattan – sarebbero capaci di travolgere chiunque, con il loro sound e la loro bravura, anche una seria appassionata di jazz come me.

Plauso all’associazione InJazz, al direttore artistico Emanuele Dimundo e ad Alceste Ayroldi che hanno saputo mettere insieme un programma variegato e colto, scegliendo dei progetti che meritano di essere raccontanti in una rassegna bella come il Beat Onto Jazz Fest che va avanti fino a domani, 4 agosto.

Enjoy

 

Simona Stammelluti