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Sting all’Arena di Verona in duo con Shaggy: il loro è uno show stratosferico

 Varchi la soglia dell’Arena di Verona e la sensazione è sempre la stessa: una sorta di euforia che si mischia alla consapevolezza che quel luogo è fantasmagorico, tutto è amplificato, tutto è impeccabile.
Ieri sera, in una delle cornici più suggestive dello stivale, Sting ha fatto meraviglie. Ma non era solo; i suoi compagni di viaggio gli hanno permesso di realizzare uno show stratosferico.
Lui, Sir Gordon Matthew Thomas Sumner, un pezzo della storia della musica mondiale, 40 anni di carriera, oltre 100 milioni di dischi venduto, 13 Grammy, impegnato nel sociale, uomo semplice e disarmante; lui, che ospita gli amici nella sua tenuta in Toscana ma che non spiccica una parola in italiano; lui cantautore, polistrumentista, lui pop, rock, fusion, jazz, new age; lui, che scopre e sceglie un allora giovanissimo Brandford Marsalis, sassofonista, per l’album del 1987  “Nothing like the Sun”; lui che firma un vero e proprio sodalizio con Dominic Miller straordinario chitarrista argentino che negli anni insieme a lui ha scritto capolavori come “The shape of my heart” e che durante il concerto di ieri sera ha regalato momenti di puro piacere.
Perché lui, Miller, suona benissimo ma non ha bisogno di strafare per dimostrare il suo talento, suona in maniera versatile, realizza sì evoluzioni con la chitarra, ma seppur con uno stile inconfondibile, preferisce la tecnica, la precisione, l’armonia. E sorpresa delle sorprese, sul palco ieri sera anche Rufus, suo figlio…chitarrista anch’egli, e alla batteria Josh Freese rockettaro, che é stato anche batterista di Lenny Kravitz.Un concerto quello di ieri sera, che Sting ha condiviso con Shaggy. Una strana coppia, si direbbe prima di ascoltarli, ed invece è un duo che seduce il pubblico, sia i semplici appassionati che gli addetti ai lavori. L’energia travolgente del reggae che scivola tra le pieghe blues di Sting, e così la voce suadente ed impeccabile di Sting, si fonde al fascino e alla versatilità dello stile giamaicano. E se Sting è impeccabile tanto nel cantato – non sbaglia una nota – quando nel suonare il basso, altrettanto lo è Shaggy che da mostra di grande carisma ma anche di talento canoro e lì, nell’Arena, l’audio non mente.

Il look dei due è singolare: t-shirt basic con disegnino del concerto e jeans nero per Sting, camicia bianca e jeans denim per Shaggy, che indossa una paglietta e porta un foulard con i colori della Giamaica attaccato ad un passante.

È un susseguirsi di momenti mitici. Il concerto di apre con “Englishman in New York” e l’Arena di Verona subito esplode.
La scaletta corre via veloce, a parlare con il pubblico è il giamaicano che regala tra l’altro un momento di grande intensità quando sottolinea durante la serata che siamo tutti diversi, “c’è un inglese, un giamaicano e tanti italiani, ma siamo un solo, unico popolo”. Una forza della natura Shaggy che canta e balla, e con lui due straordinari coristi di colore – Monique Musique e Gene Noble – che hanno trovato il giusto spazio durante il concerto, per far sentire di cose fossero capaci.

Shaggy, ha cantato Sting e viceversa.
Shaggy ha fatto i cori a Sting e viceversa.
Sinergia, versatilità e grande appeal ha tenuto legati i due artisti che si sono divertiti ed hanno divertito.

I pezzi storici dei Police, riproposti durante il concerto di ieri sera, sono senza dubbio contaminati, vestono nuovi arrangiamenti ma conservano le intenzioni e il carisma, oltre che identità espressiva.

Diventano “nuova versione”, più ricchi di accenti e di sfumature armoniche.
If You Love Somebody Set Them free” mostra il reef dell’influenza sudamericana.
Si alternano, i due artisti, ma tengono altissima l’attenzione e le energie del pubblico.
E così anche Sting canta “Angel”, e durante “Shape of My Heart”, sarà Gene Noble ad abbellire la performance, con quella voce delicata che ricorda Craig David, che crea evoluzioni che corrono lungo la melodia con una impeccabile intonazione e con quelle sfumature che solo una voce nera sa consegnare. Il pubblico è in piedi, incantato.

Walking on the Moon, so Lonely…e poi Shaggy che entra con Strength of a Woman. “The italian Woman” – incalza l’artista giamaicano e l’Arena risponde.

Lo step che inizia con “Message in a bottle”, che scivola dolcemente su “Fields of gold”, punta dritto a “Waiting For The Break Of Day”, Brano di Shaggy e Sting tratto dall’album Reggae “44/876” che da altresì il titolo al tour.

Shaggy di ragamuffin ti incanta e ti travolge, balla, si muove e si pone strategicamente a fianco a Sting, che invece nelle sue pose da rockstar, si dedica ammiccante al suo basso e a 67 anni “suonati”, canta come se il tempo per lui non passasse mai. Inconfondibile quella sua voce rotonda, con un’ottima estensione, contaminata di suo, dal suo gusto e dalla sua predisposizione ai suoni e alle note blues, nella quale si sente la tecnica ma senza mai strafare, quella voce roca ma mai forzata. Lui che è bravo, ma che non deve dimostrare mai nulla a nessuno e che se ricama sul tema, lo fa con la naturalezza di chi sa fin dove ci si può spingere. Lui, che schivo non parla mia troppo, ma che semplicemente cantando manda il pubblico in visibilio.

È inutile cercare di spiegare cosa accade durante pezzo come “Walking on the moon” o “Desert Rose” – che Sting regala nel primo bis insieme a “Every Breath you take” – lo si può immaginare da se. Il pubblico canta, porta il tempo e si commuove, così come è accaduto a me.

È un gioco da ragazzi, unire Roxanne a Boombastic e il ritmo che ne nasce sembra non dover finire mai.

Shaggy si prende il suo posto nella performance, e dopo “Sexy lady” e “I was me”, indossa la parrucca da giudice e Sting indossa la mitica maglietta gialla a strisce nere – simbolo del “pungiglione” –  finge di essere alla sbarra  ed è “Don’t make me Wait”, nuovo lavoro discografico firmato a 4 mani.

Ripercorrere in due ore i successi di 40 anni di carriera di Sting, alcuni riproposti in una veste nuova, scoprire che l’emozione è incontenibile, che il talento è un privilegio della vita, per alcuni, che la bravura propria è un dono che si fa agli altri, che le contaminazioni, anche in musica sono la miglior propulsione per l’arte, che si può cambiare tenendo inalterato il proprio essere, mentre alcune cose non cambino mai…come la consapevolezza che la passione muove il mondo, la curiosità è il motore della cultura e che la musica arriva dove nessun altro linguaggio sa far meglio.

Tutto questo a Verona, ieri sera, in un’Arena sold out, in un concerto che è iniziato prorompente quando ancora c’era la luce del giorno e che poi è terminato sulle note di “Fragile” sotto l’occhio di una luna meravigliosa.

Cosa mancava?
Ad ognuno sarà mancato qualcosa o qualcuno, ma senza dubbio i ricordi legati al proprio pezzo preferito, hanno accarezzato una nostalgia.

Mi viene da dire che l’Arena, ieri sera, mi ha suggerito come a volte le giuste distanze da ciò che abbiamo a vista e a cui rivolgiamo la nostra attenzione, ci fornisce un significativo feedback per continuare ad amare ciò che scegliamo a discapito di chi sceglie sempre il posto in prima fila e si perde il panorama migliore (anche sonoro)

Simona Stammelluti

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