“Stato di necessità” o scusa per l’impunità? Il caso Agrigento e la sentenza che assolve chi trasporta 5 tonnellate di cocaina

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Dodici marinai assolti perché “minacciati di morte”. La Procura di Agrigento fa appello. Ma la decisione del tribunale riapre il dibattito su giustizia, paura e responsabilità.

Cinque tonnellate di cocaina, il sequestro più grande nella storia italiana, e dodici imputati assolti “perché costretti a delinquere”. È la sentenza che scuote la giustizia e divide l’opinione pubblica: il Tribunale di Agrigento ha riconosciuto per gran parte dell’equipaggio della motonave Plutus lo stato di necessità, accogliendo la tesi della difesa secondo cui i marinai avrebbero agito sotto minaccia di morte.

Secondo i giudici, i dodici uomini — ucraini, turchi, azeri e georgiani — avrebbero eseguito gli ordini di un’organizzazione criminale per salvare sé stessi o le proprie famiglie. Una tesi che, sul piano umano, può anche avere un senso.

Cinque tonnellate di cocaina non si spostano per caso. Dietro un’operazione simile c’è logistica, denaro, connivenze, contatti. Possibile che nessuno sapesse davvero cosa stava trasportando? Possibile che il terrore giustifichi tutto?

La Procura di Agrigento ha già presentato appello. Per i magistrati, la sentenza “normalizza” l’idea che anche un grande traffico internazionale possa essere giustificato come un atto di sopravvivenza.
Il rischio, sostengono, è di aprire una breccia pericolosa: ogni corriere, ogni intermediario, ogni complice potrebbe domani invocare la stessa difesa, dichiarandosi “costretto”.

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