Quando il “giornalismo” smette di informare e inizia a regolare conti personali

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Esistono due tipi di giornalismo: il giornalismo vero, che informa, e il “giornalismo” tra virgolette. Ciò accade quando a tutti i costi si deve trasformare in quotidiano giornalistico quello che in realtà è un blog tipico dei social dove insulti, improperi, diffamazioni e denigrazioni sono all’ordine non del giorno ma del minuto. Li, l’intelligenza artificiale la fa da padrona. Altro che iscrizioni!

C’è una linea che separa il giornalismo, quello vero, dal semplice abuso di potere mediatico. Una linea che alcuni superano con una facilità imbarazzante, trasformando ciò che dovrebbe essere un servizio pubblico in un’arena personale, un ring in cui si colpisce non per informare, ma per soddisfare rancori privati.

Quando un giornale usa la propria testata come clava, non sta facendo informazione: sta solo mettendo in scena una vendetta travestita da inchiesta. Una messa in scena aggressiva, costruita a tavolino, dove la verità passa in secondo piano, forse anche terzo, rispetto alla necessità di trovare un bersaglio da demolire.

È un metodo che si regge su un meccanismo semplice e tossico: si decide chi colpire, si costruisce un racconto a senso unico, si infila la forzatura dietro l’etichetta di “inchiesta”.

E il risultato è sempre lo stesso: un attacco mirato, camuffato da servizio pubblico, ma con la stessa imparzialità di una resa dei conti.

Non c’è niente di più vigliacco di un giornale che, invece di controllare il potere, si arroga il diritto di esercitarlo contro chi non può difendersi da un megafono mediatico. È la negazione assoluta dell’etica professionale. È il trionfo della distorsione. Un’informazione che diventa arma perde ogni dignità.

Un giornale che si presta a simili modalità non è più un giornale: è un apparato di pressione, una macchina che funziona solo per screditare, per creare sospetto, per insinuare dubbi senza assumersi la responsabilità di un confronto leale.

E quando si prende di mira una figura pubblica, un’amministratrice, una presidente, non per contestarne azioni ma per demolirne l’immagine, allora siamo oltre la critica. Siamo nell’accanimento, siamo nel campo dei regolamenti di conti. E chi usa un media per regolare conti personali compie l’atto più antitetico al giornalismo: sfrutta il potere della narrazione per schiacciare, per intimidire, per colpire.

Il pubblico merita informazione, non vendette mascherate. Merita giornalisti, non giustizieri improvvisati.
Merita fatti, non proiettili editoriali.

Chi riduce il giornalismo a un’arma personale meriterebbe una sola cosa: che il pubblico gli voltasse le spalle, lasciandolo solo con il rumore della propria arroganza.

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