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“Ore 15:17 – Attacco al treno”, l’ultimo film di Clint Eastwood e quel qualcosa che manca

 

Durante tutto il film mi sono domandata cosa mancasse, perché qualcosa manca in “15.17 – Attacco al treno” il nuovo film di Clint Eastwood in questi giorni nelle sale. Sarà che da un gigante della cinematografia quale lui è, ci si aspetta sempre qualcosa in più, qualcosa che ci racconti di cosa sia ancora capace quel regista che tesse trame dalle storie, che racconta e imbastisce temi sociali, che traccia le coordinate di alcune mancanze dell’uomo comune, inglobando una indifferenza che poi svolta repentinamente in cambiamento.

Non è la prima volta che Eastwood si ispira ad una storia vera; L’aveva fatto meravigliosamente con “American Sniper” nel 2014, con “Sully” nel 2016 un po’ meno, e oggi con “15.17 – Attacco al treno“. Chissà se le aspettative a tratti deluse da questo nuovo lavoro del regista 88enne non si fossero potute arginare, utilizzando per esempio un altro titolo, un titolo che non influenzasse lo spettatore nel cercare in “quell’atto dinamico” – a cui il titolo inevitabilmente rimanda – l’energia, la tecnica cinematografica, i movimenti di macchina e quel montaggio strategico al quale Eastwood ci ha abituati mentre racconta storie che sono illuminanti, iconiche, dolorose, potenti e raffinate.

L’attacco al treno è solo una marginale e breve sequenza di momenti,  racchiusi in (troppo) pochi minuti di pellicola, oltre a qualche flash-back. Non c’è action, non c’è phatos a sufficienza in quelle sequenze, se si pensa che nella pellicola si racconta di fatti, di orrore e di quella paura che “non arriva”, che manca, che non coinvolge, che non tiene in tensione. La storia di un terrorista che esce da un bagno impugnando un mitra e che ha 300 pallottole addosso, che mina la vita e il viaggio di 500 persone, nel film non affascina, non scuote le paure.

L’attacco al treno concede ai protagonisti della storia non solo la condizione per essere eroi loro malgrado, ma anche e soprattutto di raccogliere quelli che erano stati i loro desideri a tratti delusi da una vita che “ti scarta” a prescindere dai tuoi sogni, e che poi alla fine si traveste da opportunità, e ti sfida e raccontare chi sei.

Chi erano i tre ragazzi che salvano i passeggeri del treno che da Amsterdam porta a Parigi sul quale salgono mentre fanno un viaggio in Europa, per stare nuovamente insieme così come da bambini? E’ questo il mood in cui Eastwood si infila e “ti infila” raccontando la storia dei tre ragazzi fuori tempo, un po’ “stonati” nel loro percorso di crescita, che stringono un’alleanza a partire dalle loro vite senza troppe stabilità e dalle loro defaillance. Una storia che potrebbe appartenere a tanti, e che pertanto non necessitava di grandi abilità attoriali. Il regista usa una voce narrante, quella di uno dei tre protagonisti, fa un salto nel passato, delinea le volontà e gli ideali di quei tre giovani ( Alek Skarlatos, Anthony Sadler e Spencer Stone) e poi mette in fila un desiderio, un insegnamento ed una opportunità; così il desiderio di Stone di entrare nel reparto dell’Aerosoccorso dal quale lo scartano per una inezia, lo porta a continuare un percorso che gli insegna come reagire in alcuni momenti nei quali la vita di qualcuno dipende da quel che farai, e alla fine lo pone nella condizione di soccorrere e salvare un’altra vita, il tutto come se fosse un disegno divino. Anche l’aspetto “fede” è protagonista del film. Questo Dio che parla a Spencer Stone, quel Dio che lui prega sin da piccolo, dal quale si aspetta un cenno affinché lui e i suoi amici abbiamo un buon motivo per non salire su quel treno diretto a Parigi e al quale Spencer poi recita una preghiera dopo il suo atto eroico.

Segue i ragazzi durante il viaggio, Eastwood, mostra le immagini  del Colosseo, di Piazza San Marco, dei pub di Berlino, delle discoteche di Amsterdam, come in un filmino amatoriale qualunque; mostra nomi di alberghi – forse quelli in cui la troup ha soggiornato – e poi racconta i dialoghi di quei tre ragazzi, che sembrano a tratti scarni e inducono a pensare semmai siano state davvero dette, quelle frasi lì. E allora la domanda è: possibile che Eastwood non sia stato capace di romanzare meglio, di porgere ai protagonisti qualche battuta migliore? Manca la forza narrativa alla quale il regista ci ha abituati.

Crediamo spesso che i nostri “eroi” in fatto di genialità nell’arte di sceneggiare, dirigere e girare siano infallibili, ed invece gli eroi sono quelli che fanno ciò che si deve, a dispetto di ogni avversità. A Clint Eastwood possiamo perdonare anche questa “defaillance”, come quella dei protagonisti del suo ultimo film, non fosse altro che per il fatto che alla sua età, con una carriera come la sua e dopo tutto il talento profuso in film che fanno parte della storia del cinema, non ci importa sapere se alla fine il suo scopo fosse stato quello di mostrare come si salva un’umanità, o quanto la realtà giochi troppo spesso a colpirla.

 

Simona Stammelluti

 

 

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