Un nuovo terremoto giudiziario scuote la Sicilia e riporta sotto i riflettori il delicato rapporto tra criminalità organizzata, istituzioni e affari. Nelle prime ore della mattina i militari hanno arrestato Carmelo Vetro, figura già nota alle cronache giudiziarie e condannata in passato per mafia nell’ambito dell’operazione Operazione Nuova Cupola.
L’indagine, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, ipotizza l’esistenza di una rete di una rete di relazioni pericolose tra ambienti mafiosi, dirigenti pubblici e imprenditori. Un sistema che, secondo gli investigatori, avrebbe permesso di condizionare appalti, procedure amministrative e opportunità economiche.
Insieme a Vetro è finito in manette anche il dirigente regionale Giancarlo Teresi, accusato di corruzione. Nella stessa inchiesta compare inoltre il nome del manager agrigentino Salvatore Iacolino, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Secondo la ricostruzione dei magistrati, proprio attraverso queste relazioni sarebbe stata costruita una rete di contatti capace di aprire porte negli uffici della pubblica amministrazione, con possibili ripercussioni su decisioni e assegnazioni di incarichi.
Il nome Vetro non è nuovo nelle vicende di Cosa Nostra nell’agrigentino. Il padre di Carmelo, Giuseppe Vetro, è stato infatti uno dei boss storici di Favara.
Dopo la cattura del mafioso Giovanni Brusca, Giuseppe Vetro entrò in latitanza. La sua fuga terminò solo alcuni mesi più tardi, quando gli investigatori lo individuarono nascosto in un casolare a Castrofilippo. Arrestato e detenuto al regime di 41 bis, morì nel 2008 dopo una malattia.
Un passato che, secondo diverse sentenze, avrebbe segnato profondamente anche il percorso criminale del figlio Carmelo. Nelle carte giudiziarie si legge infatti che l’uomo sarebbe stato da sempre vicino agli ambienti mafiosi, muovendosi con disinvoltura all’interno dell’organizzazione.
Dopo aver scontato la pena inflitta per mafia, Vetro aveva intrapreso la strada dell’imprenditoria. Tuttavia, secondo gli investigatori, dietro questa nuova veste si sarebbe celata una fitta attività di relazioni e pressioni su ambienti amministrativi e politici.
Gli inquirenti ritengono che il presunto boss continuasse a muoversi dietro le quinte, intervenendo su pratiche amministrative e gare d’appalto, arrivando persino a gestire rapporti con funzionari pubblici e amministratori locali.
Alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Maurizio Di Gati, lo avrebbero inoltre indicato come vicino ad ambienti massonici, ipotizzando la sua appartenenza a una loggia.
Nell’indagine emerge anche il ruolo dell’imprenditore Giovanni Aveni, coinvolto in alcune vicende legate agli accreditamenti sanitari.
Secondo gli investigatori, tramite il manager Iacolino sarebbe stato creato un canale diretto tra imprenditori, dirigenti pubblici e lo stesso Vetro. Un sistema che avrebbe consentito di favorire alcune aziende e penalizzarne altre, soprattutto nel delicato settore della sanità e dei servizi pubblici
Il quadro tracciato dalla procura dipinge uno scenario inquietante: un presunto intreccio di interessi tra mafia, politica e burocrazia che avrebbe cercato di infiltrarsi nei meccanismi della pubblica amministrazione.
L’inchiesta è ancora nelle fasi iniziali e saranno gli sviluppi giudiziari a chiarire responsabilità e ruoli. Ma l’operazione rappresenta già un nuovo capitolo nella lunga battaglia dello Stato contro l’influenza di Cosa Nostra nelle istituzioni e nell’economia.
