Tre persone di Favara sono state iscritte nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di omicidio nell’ambito dell’inchiesta, riaperta recentemente dalla Dda di Palermo, sul delitto del piccolo Stefano Pompeo assassinato nel tratto di strada che da Favara conduce al Villaggio Mosè, il 22 aprile di 20 anni fa.
La svolta investigative è stata impressa dalle dichiarazioni del pentito Maurizio Di Gati che già qualche anno fa aveva indicato agli inquirenti nomi dei presunti autori e movente.
A firmare I provvedimenti è stato il pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Alessia Sinatra che ha affidato l’indagine alla Squadra mobile di Agrigento guidata da Giovanni Minardi.
E Cosa nostra come aveva preso la notizia dell’uccisione di Stefano Pompeo, male. Tanto da pensare a un’azione eclatante da mostrare al mondo intero per rafforzare il potere dell’organizzazione criminale e da divenire monito per quanti violano le regole di Cosa nostra,
Il racconto di Di Gati è crudo e ricco di nefandezze e particolari. Talvolta suggestivo e feroce ma è il suo racconto, da protagonista assoluto. Ai giudici il compito di valutarne la fondatezza e l’attendibilità. Ad oggi, il suo contributo è stato definito eccezionale da Tribunali e Corte d’Assise.
E da questa valutazione si ritorna indietro nel tempo di vent’anni.
Dal giorno in cui è stato ucciso il piccolo Stefano. Un’inchiesta al contrario, se si vuole, dato che questa volta, come si capisce dalle dichiarazioni di Di Gati, si parte da un delitto ma vengono già indicati il movente e gli autori. Le dichiarazioni più importanti sulla morte di Stefano sono del 19 aprile 2007 (e successivamente integrate con altri interrogatori). Davanti ai pubblici ministeri Fernando Asaro e Gianfranco Scarfò, allora in servizio alla Dda di Palermo, l’ex boss afferma: «Dell’omicidio Pompeo posso dire che avvenne mentre io ero in latitanza insieme a Giuseppe Vetro.Io e Vetro lo sapemmo dalla televisione”.