Maddalusa, prima il ghetto e adesso la “deportazione”: quando il problema diventano le persone. Gucciardo show

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C’è qualcosa di profondamente inquietante in quello che è accaduto ieri durante il Consiglio comunale aperto dedicato all’emergenza idrica di Maddalusa. Non tanto perché a parlare sia stato un esponente di Legambiente. Ognuno è libero di esprimere le proprie idee, anche le più radicali. Il problema è che cosa è stato detto e, soprattutto, a chi è stato detto.

In quell’aula c’erano gli abitanti di Maddalusa. Non c’erano numeri, pratiche edilizie o statistiche. C’erano persone. Famiglie. Cittadini che da settimane vivono una situazione indegna: senza acqua, con tutti i disagi che questo comporta nella vita quotidiana. E proprio davanti a quelle persone, il presidente di Legambiente Daniele Gucciardo ha prospettato una soluzione che lascia francamente senza parole: andarsene dalle proprie abitazioni e trovare sistemazioni alternative, dalle case popolari alle strutture di emergenza sparse per la città. Una sensibilità di altri tempi…

Ma siamo seri? È questa la soluzione all’emergenza idrica di Maddalusa? Spostare gli abitanti? Perché se questo è il ragionamento, allora bisogna avere il coraggio di dirlo fino in fondo: non si sta più cercando una soluzione al problema dell’acqua, si sta cercando una soluzione agli abitanti di Maddalusa. Ed è una differenza enorme.

Per decenni quelle persone sono state marchiate, catalogate, indicate come “abusivi”. Un quartiere diventato quasi un corpo estraneo della città. Una comunità alla quale troppo spesso è stato fatto pesare il proprio passato urbanistico come se l’abusivismo potesse cancellare automaticamente la dignità delle persone. Adesso arriva il secondo capitolo. Prima il ghetto. E adesso l’idea della deportazione in perfetto stile del peggiore fascismo o di tipo stalinistico.

E allora sì, viene spontaneo utilizzare una parola forte come “deportazione”, chiaramente come metafora politica di una prospettiva che appare intollerabile: prendere una comunità, strapparla dal proprio territorio e distribuirla altrove perché il problema è diventato troppo complicato da risolvere.

Siamo davanti a una concezione della politica che dovrebbe far riflettere. Perché la politica seria non dice a un cittadino: “vattene”. La politica seria dice: “resta a casa tua, perché io devo garantirti i servizi essenziali”. E qui arriviamo al punto più clamoroso. L’acqua. L’acqua non è di destra né di sinistra. Non è abusiva né regolare. Non è dei ricchi né dei poveri. Non è dei cittadini “fragili” e nemmeno di quelli considerati meno fragili. L’acqua è di tutti.

E se davvero vale il principio sbandierato dall’amministrazione secondo cui “prima viene la persona”, allora quella frase deve valere per tutti. Senza asterischi. Senza distinguo. Senza la parolina magica “soggetti fragili” utilizzata quasi a costruire una graduatoria della sofferenza. Perché gli abitanti di Maddalusa sono persone. Punto. E non devono dimostrare di essere abbastanza fragili per meritare l’acqua.

C’è poi un’altra cosa che merita di essere sottolineata. La straordinaria civiltà dimostrata ieri dagli abitanti di Maddalusa. Perché immaginiamo per un momento di essere nei loro panni. Vivi da anni nella tua casa. Hai costruito lì la tua vita. Magari hai investito tutti i tuoi risparmi in quell’abitazione. Hai cresciuto i tuoi figli. Hai i tuoi affetti, i tuoi ricordi, la tua quotidianità. E magari avrai anche la piscina. E ti senti dire che la soluzione potrebbe essere lasciare tutto e trasferirti altrove. Come avrebbero reagito altri? Probabilmente molto peggio.

Gli abitanti di Maddalusa, invece, hanno ascoltato. Hanno protestato. Hanno fatto sentire la propria voce. Ma non hanno trasformato l’aula in un campo di battaglia. Ed è proprio questa civiltà che dovrebbe far vergognare chiunque pensi di poter trattare una comunità come un problema da rimuovere.

Maddalusa non è una macchia sulla cartina. Maddalusa è Agrigento. E i suoi abitanti sono agrigentini. Se ci sono abusi edilizi, si affrontino nelle sedi competenti. Se ci sono problemi urbanistici, li si risolva. Se ci sono ordinanze da eseguire, si eseguano. Ma non si può utilizzare l’esistenza di una questione urbanistica come una sorta di patente per decidere chi ha diritto ai servizi e chi no.

E soprattutto non si può pensare che l’emergenza idrica diventi l’occasione per proporre lo smantellamento di una comunità.

Questa non è una soluzione. È una resa. Una resa delle istituzioni davanti alla loro incapacità di garantire un servizio essenziale.

E allora facciamo una proposta molto semplice.Invece di dire agli abitanti di Maddalusa di andarsene, si dica loro: rimanete, ci pensiamo noi a portare l’acqua. Oppure: occorre riperimetrare i confini del Parco perchè sono ignobilmente molto vasti. È questo che dovrebbe fare una pubblica amministrazione. È questo che dovrebbe fare una città civile. È questo che dovrebbe fare chi ha responsabilità politiche e istituzionali.

Il resto sono parole. E ieri, di parole se ne sono sentite davvero tante. Adesso servirebbero i fatti.

Perché una cosa deve essere chiara a tutti: gli abitanti di Maddalusa non devono essere deportati, devono essere rispettati. Non devono essere spostati, devono essere serviti. Non devono essere ghettizzati, devono essere considerati cittadini. E soprattutto non devono essere costretti a scegliere tra la propria casa e un diritto fondamentale. Perché quando una comunità che chiede semplicemente l’acqua si sente rispondere “andatevene”, allora non siamo più davanti soltanto a un’emergenza idrica.

Siamo davanti a un’emergenza di civiltà.

N.B. Quando Gucciardo non è contento di certi articoli che descrivono la sacrosanta verità (della serie…la libertà di pensiero), si rivolge all’Ordine dei Giornalisti” per dare delle sculacciate al giornalista che ha osato tanto. E noi aspetteremo non senza preoccupazione.

Per le botte, però…

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