C’è un paradosso tutto siciliano che si ripete, ciclicamente, ogni volta che il nome di Totò Cuffaro torna a farsi sentire. Ogni sua apparizione pubblica, ogni intervista o iniziativa politica scatena la stessa reazione: indignazione, scandalo, accuse di ogni genere. Per molti, Cuffaro continua a rappresentare il simbolo di tutto ciò che non va nella Sicilia politica.
Chiariamo subito un fatto. Non nego di essere rimasto notevolmente sorpreso quando ho visto ancora una volta il nome di Cuffaro coinvolto in vicende giudiziarie nella politica siciliana. così come rimarrei altrettanto sorpreso se lo stesso Cuffaro non riuscisse a dimostrare la sua innocenza dinnanzi ai magistrati che lo stanno rivoltando come un calzino; a lui, alle sue case e a tutto ciò che lo circonda.
Cadere negli stessi errori, più o meno gravi, dopo avere scontato cinque anni di galera per fatti gravi, rappresenterebbe per Cuffaro uno scivolone assolutamente imperdonabile. Cuffaro è una persona estremamente intelligente e pertanto, allo stato attuale, verrebbe assai difficile potere accettare che Cuffaro sia caduto ancora una volta in errori gravi dettati fortemente dalla sua volontà. Nessuno gli avrebbe suggerito di fare questo o quell’altra cosa che seguisse la pista opposta a quella della legalità.
Credo fortemente al fatto che quando Cuffaro, appena uscito dal carcere, ebbe a dire: “Chiudo con la politica”. Ci credo fermamente! Così come credo che (è una mia considerazione) che lo stesso Cuffaro non si aspettasse il grande successo ottenuto da quando è uscito dalla galera. Nè Cuffaro nè altri potevano aspettarsi una riscossa del genere. E così, voto dopo voto, consenso dopo consenso, la sua ragione di vita (la politica) non poteva non tenere conto dell’enorme successo riscosso. E dinnanzi a questa “strana situazione” sarebbe stato altrettanto sbagliato girarsi dall’altra parte. Ciò non vuol dire, pero e ahimè, ricadere negli stessi errori. Sarebbe imperdonabile.
Tornando al capro espiatorio, viene da chiedersi se l’indignazione che regna attualmente in tutta la Sicilia sia davvero figlia dell’etica o, piuttosto, di una memoria selettiva. Perché mentre Cuffaro, dopo aver scontato interamente la sua condanna, continua a essere additato come il “male assoluto”, altri protagonisti della scena pubblica — coinvolti in inchieste più recenti e in accuse ben più gravi — vengono trattati con guanti di velluto.
Ci sono amministratori, politici e imprenditori che navigano tra scandali e sospetti, ma che non subiscono la stessa condanna morale. In certi casi, anzi, vengono riabilitati con sorprendente rapidità, come se la colpa — o il sospetto — valessero meno a seconda del nome, del partito o della convenienza del momento.
Totò Cuffaro ha pagato il suo debito con la giustizia. E in uno Stato di diritto, chi ha scontato la propria pena ha il diritto di tornare alla vita civile, anche pubblica. Ma in Sicilia questo principio sembra valere solo per alcuni. Per altri, l’espiazione non basta mai: devono restare il simbolo, l’emblema, il “mostro utile” su cui proiettare tutto il male di un sistema che, in fondo, preferisce non guardarsi davvero allo specchio.
Forse il vero problema non è Totò Cuffaro. Forse il problema è una società che sceglie i propri colpevoli in base all’opportunità politica e mediatica del momento, trasformando la giustizia in spettacolo e la memoria in arma selettiva.
Fermo restando che siamo in attesa di interrogatori ed eventuali consequenziali provvedimenti.
