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“Le Rane” di Aristofane, uno spettacolo corale con Ficarra e Picone e gli strepitosi SeiOttavi

E’ un buon prodotto teatrale.

Si prova a far ridere, si interpreta, si balla e si canta.

Ecco, si canta.

Perché mentre la comicità ha dei feedback non classificabili perché sono personali, adattabili al momento, alle sensazioni, al contesto, la bravura musicale si presta ad un ritorno immediato, nel senso che se sei bravo, gli altri non possono non accorgersene.

In comune la musica e la comicità hanno “il tempo”. Il tempo che detta il ritmo delle battute alle quali dovrebbe seguire la risata che però non sempre arriva;  e poi il tempo, impeccabile nel cantato a cappella, che nell’opera “Le rane di Aristofane”  – in scena a Roma al teatro Eliseo fino al 9 dicembre –  è affidato a degli strepitosi SeiOttavi che hanno dato – a mio avviso – un contributo impeccabile e geniale alla messa in scena.

Io non ho mai avuto un particolare rapporto con la comicità, infatti durante lo spettacolo – che ho visto durante la prima dello scorso 27 novembre –  ho riso “controtempo“, quando non rideva nessuno, forse perché è vero che alcuni dettagli della comicità non sempre si nascondono nel tempo della battuta, ma anche negli accenni ad essa, e dunque alcune scene mi sono sembrate più accattivanti di altre.

Protagonista della pièce il collaudato duo comico Ficarra e Picone, che interpretano rispettivamente il Dio Dioniso e il suo schiavo Xantia, che intraprendono un viaggio nell’oltretomba per riportare in vita Euridipe, al fine di salvare la poesia dal declino. Lo spettacolo diretto da Giorgio Barberio Corsetti che ne ha curato la regia, è ben articolato, molto fedele all’opera a cui si sono ispirati, e vi è al suo interno una buona alternanza tra momenti esilaranti e altri in cui spiccano momenti riflessivi.

Certo rendere comica un’opera del 405 a.C. non è facilissimo ma il tentativo è riuscito, se si pensa alla coralità con la quale è stato concepito il riadattamento. Le scenografie sono essenziali ma esaustive, i costumi adeguati alla comicità e il movimento creato dalle parti ballate sulle musiche dei SeiOttavi hanno creato un dinamismo  che era necessario, considerato che il testo racconta di un viaggio e di tutto quello che esso comporta in fatto di incognita.

L’alternanza della parte recitata e quella raccontata con la voce, i testi e le musiche originali dei SeiOttavi, decreta il successo dell’intera opera. L’audio in platea era impeccabile e pertanto si è potuto scorgere tutte le sfumature dei sei cantanti, che  non sono solo padroni della tecnica a cappella e di impeccabile intonazione, ma anche di una presenza scenica degna di nota. Sei voci – Germana Di Cara Soprano, Alice Sparti mezzosoprano, Kristian Andrew Thomas Cipolla tenore, Ernesto Marciante tenore, Vincenzo Gannuscio baritono e Massimo Sigillò Massara basso – che non solo cantano, dando un senso ai testi, ma intrappolano l’attenzione del pubblico che si adagia in quel senso armonico, che nei controcanti ben eseguiti, racchiude una modalità sonora che si sposa con la capacità interpretativa.

L’aspetto comico dell’opera si districa maggiormente nel rapporto tra Dioniso e il suo servo, che sembrano bisticciare in continuazione e poi hanno bisogno l’uno dell’altro. Un viaggio nell’aldilà dove si viene traghettati, ci si imbatte in equivoci, ci si scambia di ruolo e poi si assiste a quella che – per come l’ho percepita – è una delle parti più belle della pièce, quella che vede in scena due bravissimi attori che sono Gabriele Benedetti e Roberto Rustioni che interpretano rispettivamente Euridipe ed Eschilo, che si sfidano a suon di versi, appesi ad una bilancia che dovrebbe decretarne il vincitore, ma Dioniso, che si trova a fare da giudice in questa disputa, malgrado fosse sceso negli inferi per riportare in vita Euridipe, sceglie invece Eschilo, che ritiene in grado di salvare Atene dal decadimento. Sceglie il bene collettivo al proprio personalissimo gusto. In questo passaggio, Salvo Ficarra è credibile senza essere troppo comico e Valentino Picone, è spiccatamente comico e accattivante.

Lo scambio di battute, quel reciproco canzonarsi dei due drammaturghi è molto ben gestita. Rustioni mi è sembrato in una serata di grazia.

Pertanto quel viaggio che inizia con lo scopo di salvare la tragedia, finisce per trasformarsi in un tentativo di salvare una città in declino.

Non è difficile riscontrare un’analogia con l’attuale periodo storico, il legame con l’attualità è piuttosto evidente, spiccato. Ma forse è solo perché fin dagli albori, politici buffoni e corrotti sono sempre esistiti.

Il lavoro del regista dimostra come è possibile forgiare un’opera antica rendendola pronta per i tempi nostri, sfruttando la comicità come porta per far passare un messaggio antico che però è sempre attuale e soprattutto come uno spettacolo può essere di qualità senza essere per forza anacronistico; si può ridere oggi, su testi antichi.

Ottimo anche il giovane cast in scena.

Uno spettacolo che si presta a far ridere ma che porge spunti di riflessione, che da spazio all’arte, alla bravura e che mostra come non si possa mai prescindere dalla cultura e l’opera teatrale, se fatta bene,  quella cultura la calca in pieno.

 

Simona Stammelluti

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