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La vita: tutto normale o tutto come da copione?

Fa impressione quel che noi giornalisti continuiamo a raccontare nelle ultime ore. 

Fa impressione almeno per un po’…almeno fino a quando per quello che si chiama “spirito di sopravvivenzanon si archivi l’ennesimo fatto di cronaca, impossessandosi dei propri personalissimi drammi, quelli che si riesce bene o male a tenere a bada, perché è più forte la vita che pulsa, rispetto al silenzio che fa così tanto rumore,  da strappar via a volte, anche l’ultimo barlume di lucidità. 

Sono fatti di cronaca che fanno tanto “share”, che fanno restare a bocca aperta più per il dispiacere che per lo stupore perché alla fine, non ci si stupisce quasi più di nulla. 

Quel dispiacere infilato nelle pieghe di giorni che sembrano tutti uguali, nei quali le persone agiscono come mosse da un moto perpetuo impossibile da fermare, in un tempo spesso troppo largo rispetto alla frenesia che regna sovrana, e nel quale se qualcosa ci va stretta, abbiamo tutto il tempo che necessita per scrivere un copione di quello che andremo a vivere, a mettere in scena quando quello che non sappiamo tenerle a bada diventa un’onta, una vergogna, una paura. 

E allora per mesi, ed anche per anni, si vivono vite apparentemente ideali, senza pecche, senza problemi, senza traumi. Almeno apparentemente. Perché poi alla fine quello importa; ossia che in apparenza non ci sia nulla che possa lasciare intravedere tutto quel mondo che sprofonda sotto i piedi, che inghiotte, e che fa in modo non vi sia traccia di tormenti, di paure, di sconforto e di quella voglia – che diventa protagonista – di farla finita. 

E la domanda che puntualmente viene fuori è:
ma nessuno si è accorto di nulla?
Non ha parlato mai con nessuno?
Ma non l’aveva una persona alla quale confidare le sue paure, le sue insoddisfazione? 

Perché diciamolo; siamo tutti un po’ insoddisfatti, siamo tutti perennemente alla ricerca di qualcosa che possa soddisfare il nostro ego, che possa mettere a tacere quella vocina che ci dice che siamo meno degli altri, che non abbiamo quanto gli altri. Siamo spesso costretti da quel vortice sociale a dover sempre dimostrare di essere all’altezza di qualcosa o qualcuno. 

Lo deve dimostrare la ragazzina quindicenne in sovrappeso che non ce la fa più a subire derisioni e si lascia travolgere da un treno,  il ragazzo bullizzato nei bagni della scuola perché gay, la mamma che si sente sfatta e inadeguata dopo un parto, il bambino di colore cacciato a malo modo da una giostrina perché “puzza”, la 25enne che forse, per accontentare tutti scontenta così tanto se stessa che non ce la fa più, dopo anni di finzioni, di teatrini, di copioni di cui non ricorda più le parole e che allora sceglie di spegnere la luce, spegnendo le aspettative di tutti…perché le sue, le porta via con se, gettandosi dal palazzo della cittadella universitaria che mai aveva frequentato e che era stata solo l’involucro di un alibi che non reggeva più. 

No, non sono “luoghi comuni” sono mancanza comune di attenzione che ha fatto sì che tutti questi casi ed altri ancora diventassero “di tutti i giorni”, quasi un cliché. Ma qui, sulla terra, non ne abbiamo di supereroi che scendono dal cielo volando e prendono al volo le ragazze sfinite dalla vita e dalle bugie a 25 anni mentre si gettano da 50 metri. 

Dovremmo tutti imparare ad essere un po’ supereroi, semplicemente smettendo di guardare ad alcune tragedie come a quel mondo che va come deve andare, usando i famosi cliché: “hanno tutto non sanno cosa vogliono”, “ma che gli mancava”. 

Ecco…manca sempre qualcosa. E quel qualcosa è spesso prima di tutto la presa di coscienza di chi sta dall’altra parte della barricata, di chi non ha più la sensibilità per subodorare una tragedia che si nutre di silenzi, di parole preconfezionate, di copioni scritti ad arte. 

Sprechiamo parole per dispiacerci, ma mai per interrogare cuori che sanguinano, bocche cucite dalla paura o occhi che provano a parlare ma poi restano muti, perché non riconoscono mai negli sguardi altrui, un probabile interlocutore. 

E dall’altra parte c’è chi si chiude nel silenzio, lì dove si annidano le peggiori tragedie.

Offendiamo, pretendiamo, minimizziamo. 

Siamo bravissimi nel terzo millennio a far questo. Ci atteggiamo a coloro che tutto sanno, ma non sappiamo domandarci mai se qualcuno possa nascondere un dolore o una fragilità dentro quella vita che sembra così adeguata, così impeccabile, così ben recitata.

Dove finiscono i sogni che da bambini pensavamo potessero diventare realtà, almeno qualche volta?
E quanto è spietata quella realtà, che ci costringe a tenere i piedi per terra e lava via i sogni sotto la pioggia di incertezze?

C’è un equilibrio così precario, in ognuno di noi. Eppure basterebbe che si urlasse, quando si ha paura di cadere.

Simona Stammelluti 

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