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“La spiaggia” con Paola Minaccioni: un luogo dove ci si aspetta senza riavvicinarsi mai

Tutta una vita in un’ora e 10 di monologo.
Non è certo la prima volte che un autore uomo, scrive un monologo per una parte femminile; se però il testo lo si pensa già vestito dell’interpretazione di un’attrice – che si sa essere capace di calarsi nelle intenzioni, più che nella storia in se – il tutto si traduce in un’ottima opportunità.
Ed è quello che è successo a “La spiaggia” scritto e diretto da Luca De Bei, in scena al Teatro della Cometa in Roma sino al 12 di novembre.
Un testo semplice, che racconta una storia che potrebbe appartenere a chiunque, senza distinzione di sesso o di cultura, ma che diventa un vero e proprio motivo di riflessione su come alcuni rapporti siano falsati da errate convinzioni e su come alcuni errori vengano reiterati inconsapevolmente, mentre si cerca di riscattare qualcosa dato in pegno alla vita, in cambio di bocconi di felicità.
Un buon motivo anche per emozionarsi, il monologo recitato in maniera impeccabile da una eclettica ed intensa Paola Minaccioni, attrice che di solito sfoggia una innata comicità, nel cinema ottimo elemento della scuderia di Ferzan Ozpetek, che a teatro si è cimentata anche con testi di Brecht e Cechov e che ha all’attivo anche premi prestigiosi come un Nastro d’argento nel 2014, e un Globo d’oro nel 2012.
La scelta dell’attrice alla quale affidare il monologo da parte del regista, è stata dunque felice.
La Minaccioni, maestra dei registri emotivi, è riuscita con credibilità a consegnare ad suo pubblico una dose massiccia di sensazioni contrastanti, che sfumano dalla paura dell’abbandono, alla disperazione di non essere compresi, dall’entusiasmo verso scelte dettate da una voglia spasmodica di normalità, alle rinunce che si attuano per dare spazio a ciò che è essenziale. La Minaccioni riesce anche a piangere per davvero, mentre Irene – il suo personaggio – si dispera per l’ennesima volta, quando vede svanire per sempre la possibilità che alcune situazioni possano cambiare.
La scenografia, minimalista ed essenziale risulta molto adeguata al monologo. La riproduzione di una spiaggia, luogo caro alla protagonista, la sabbia, e poi ciottoli e conchiglie, una sdraio, una borsa per il mare ed un cappello di paglia. Un cielo blu, sullo sfondo che si illumina così come si alternano giorno e sera e poi lei…una ragazzina, appena adolescente, che passa tutte le domeniche da maggio a settembre con suo padre al mare. Un padre che ritrova dopo che è andato via quando lei aveva 5 anni, senza un apparente perché, ed è proprio quel “perché” a rappresentare le angosce di domande che non sembrano destinate ad avere una risposta. Ma alla fine le risposte Irene le avrà, e non saranno proprio come le aveva credute, per una vita intera.
Il monologo racconta la vita di questa ragazzina che cresce, diventa donna, si sposa due volte, ha dei figli e mentre cresce, e sceglie, e sbaglia, continua a cercare un dialogo con suo padre; un dialogo che non arriverà, perché suo padre non la lascia sola unicamente sulla spiaggia che da sempre fa da sfondo alle loro vite spesso tristi, ma anche in tutti quei giorni di vita pulsante, mentre si prova a mettere insieme i pezzi smarriti per strada senza volerlo.
Paola Minaccioni ha il grande pregio di saper condurre il filo drammatico del monologo, rendendo realistiche le battute che sorreggono gli eventi della protagonista, mentre fa sorridere e poi commuovere costringendoti a ricordare qualcosa che forse, avevi dimenticato, circa quei rapporti di bambina che diventa donna.
Il clou del monologo, si ha sul finale, quando Irene riceve le sue risposte, proprio quando ha smesso di cercarle, proprio quando fanno più  male, nella misura in cui da bambina, sarebbero potute sembrare ancor più difficili da comprendere e da accettare.
Uno spettacolo piacevole, che mette al centro del palcoscenico una brava attrice, che racconta di chi “si aspetta, senza riavvicinarsi mai”

 

Simona Stammelluti

 

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