L’impianto accusatorio dell’inchiesta “Condor” supera il vaglio dell’appello, anche se con un ridimensionamento delle pene e due assoluzioni. La Corte d’appello di Palermo ha infatti confermato l’esistenza di un’alleanza operativa tra Cosa nostra e Stidda nel territorio di Palma di Montechiaro, finalizzata soprattutto alla gestione del traffico di droga e delle estorsioni, riducendo però le condanne inflitte in primo grado.
Il bilancio finale del processo d’appello è di sette condanne e due assoluzioni. Prosciolti da ogni accusa Baldo Carapezza e Rosario Patti. Quest’ultimo, difeso dall’avvocato Salvatore Manganello, era imputato per un’estorsione ai danni di un soggetto interessato all’acquisto di un terreno all’asta; Carapezza rispondeva invece di tentata estorsione nei confronti di un imprenditore al quale sarebbe stato richiesto un pizzo di 4 mila euro ogni quindici giorni. Per entrambi la Corte ha escluso la responsabilità penale.
Per gli altri imputati, pur confermando la tenuta complessiva dell’inchiesta, i giudici hanno ridotto le pene anche in seguito all’assoluzione da alcuni capi d’imputazione. Giuseppe Chiazza, ritenuto uno dei promotori dell’asse tra le due organizzazioni mafiose, è stato condannato a 15 anni e 8 mesi, contro i 20 anni inflitti in primo grado. Nicola Ribisi ha ottenuto una riduzione a 12 anni e 8 mesi (da 14 anni, 2 mesi e 20 giorni). Giuseppe Sicilia è stato condannato a 5 anni e 4 mesi, Domenico Lombardo a 9 anni, Luigi Montana a 2 anni e 8 mesi e Luigi Pitruzzella a 4 anni. Pena confermata, invece, per Ignazio Sicilia, condannato a 2 anni e 8 mesi.
La Corte ha accolto in parte le istanze delle difese, rappresentate tra gli altri dagli avvocati Giuseppe Barba, Massimiliano Riga, Salvatore Cusumano e Santo Lucia, riducendo le sanzioni ma ribadendo la ricostruzione centrale dell’accusa.
Secondo quanto emerso nel processo, i personaggi chiave dell’inchiesta restano Ribisi e Chiazza, indicati come i vertici locali di Cosa nostra e Stidda, capaci di superare storiche contrapposizioni per stringere una “pax mafiosa” funzionale agli affari. Un’alleanza che, secondo i giudici, ha trovato conferma anche in secondo grado, delineando uno scenario di cooperazione criminale stabile e orientata al profitto.
