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La morte delle Star, in quella linea sottile del dolore che viene da lontano

La lista si allunga sempre più, e sono sempre più anche i “perché” che tutte le volte ci domandiamo, come se qualcuno potesse consegnarci una risposta togliendoci dall’imbarazzo di dover azzardare a darla noi, una risposta, mentre passiamo in rassegna tutti i motivi per i quali, noi, quel gesto così estremo, non l’avremmo mai fatto.

Passiamo ogni volta in rassegna tutte le cose belle che appartengono a coloro che hanno osato, hanno scommesso ed hanno vinto una vita patinata fatta di successo, di soldi…e di solitudine. Passiamo ogni volta in rassegna tutte le cose che a noi, comuni mortali sembrano belle, ma che alla fine appartengono – forse meno belle di quanto ci possano apparire – a chi ha scommesso tutto e poi ha perso, perché non sempre ciò che sembra appagante, poi lo è per davvero.

Loro … quelli che hanno scommesso e poi alla fine hanno perso, rispondono ad un appello fatto nella classe delle star, di chi ha scritto il proprio nome tra quelli delle stelle del rock, della musica, dello spettacolo; Che hanno calcato centinaia di palcoscenici, hanno cantato davanti a migliaia e migliaia e migliaia di persone, che è così appagante chiamare fans; Che hanno guadagnato cifre a tanti zeri e che forse non hanno mai saputo neanche cosa farsene per davvero; Che hanno mostrato al mondo solo una faccia della loro esistenza, come se avessero in un preciso momento perduto la proprio tridimensionalità, come se fossero diventati una figura che si può osservare ed anche ammirare da una parte sola…quella del successo, del sudore che cade dalla fronte, della nota messa al posto giusto, del pezzo che passerà alla storia.

Loro … dei quali a volte ci domandiamo quanto pesi l’anima, perché a fare due conti, un’anima sola forse non basta, per arginare qualche “peso di troppo”, e che a tirar dritto, quando le luci si spengono siam bravi tutti. E in quei tutti, non ci siamo solo noi, comuni mortali che comprano i dischi, che piangono davanti ad un live, che imparano ad amare una star; in quei tutti ci sono anche compagni, compagne, amici, familiari, manager e chissà quanta altra gente che gravita nelle vite patinate delle star, che pesano i loro bagagli negli aeroporti di tutto il mondo, ma che in mano la loro anima, forse, non l’hanno mai pesata.

Loro, che rispondono al nome di Kurt Cobain, Janis Jopelin, Ian Curtis, Keit Emerson, Whitney Hoston, Bobbi Kristina, Amy Winehouse, Chris Cornell, e pochi giorni fa, Chester Bennington.

Difficile azzardare se avessero o meno qualcosa in comune, a parte il successo e qualche delusione di troppo. Perché ogni dolore è a se, soprattutto se corre lungo una linea sottile, che collega una silente disperazione ad un passato fintamente remoto, che crea mostri così enormi, che per zittirli mentre urlano e spaventano, servono litri di alcool, barbiturici, pillole per dormire, sostante stupefacenti che però di “stupefacente” hanno ben poco, perché quando fa giorno è tutto ancora lì solo un po’ più sbiadito, con contorni meno netti, tanto che non li riconosci, quei mostri, ma sai che sono lì, che non se ne sono andati, che ti respirano ancora sul collo.

Ogni star ha una sua storia ed anche un suo destino. Un destino che ci prova a volte a toglierti di dosso il segno del dolore, ma se anche una cicatrice la sottoponi a chirurgia estetica, sotto, resta tutto com’era e fa male come sempre, anche se nessuno vede più nulla.

Amori finiti o mai iniziati, insoddisfazione, perdita della percezione della realtà, una responsabilità troppo grossa a volte, quella di dover essere sempre al top, perché se cadi dal piedistallo è come se non fossi mai esistito. E poi c’è quel po’ di personale, che è tuo, solo tuo, fin quando i telegiornali non lo rivelano a tutti. Come nel caso del cantante dei Linking Park, Chester Bennington, che qualcuno ha osato chiamare “codardo”, per essere uscito di scena così. Un suicidio non è un atto di coraggio, direbbe qualcuno. Sì che lo è, replicherebbe qualche altro.

Ma che ne sappiamo noi, di quel dolore sottile che Bennington (che amava prendersi le carezze del suo pubblico) si portava dietro da una vita intera, quel dolore di violenze subite da piccolo, di paure ingigantite dal domani che dell’oggi non ha che il sapore amaro di una piccola letale sconfitta. Quel domani che si è sbiadito giorno dopo giorno, che ha perduto i dettagli, i contorni e le aspirazioni, che è diventato piccolo quanto un granello di polvere, che ti finisce in un occhio e te lo fa lacrimare, che ti porta via la voglia di vivere e di chiedere. Perché ormai non sappiamo chiedere più nulla, ci arrocchiamo nella presunzione di sapercela cavare sempre da soli, che siamo invincibili, che tanto poi passa … ma poi non passa, non passa e non passa. E quando passa, è troppo tardi anche per poter dire addio.

E’ che non sappiamo più osservare, non sappiamo più pesare l’anima di chi abbiamo al nostro fianco. Non sappiamo domandare più “come stai?” prestando poi attenzione a quel che ci viene risposto, anche con un silenzio.

Goditi la vita” – gli diceva suo figlio, poco più di un mese fa.

E chissà cosa ne era già di Chester, un mese fa.

E poi il mondo dimentica, dimentica tutto troppo in fretta. Perché tanto siamo diventati immuni anche al dolore, e quel che ci rendeva umani, lo abbiamo barattato con un mondo in cui, ci accontentiamo di essere terrestri.

Simona Stammelluti

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