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La morte del cantante Chris Cornell non è dipesa dalle droghe, lo dice l’autopsia. Allora cosa lo ha spinto a suicidarsi, cosa accade ad un certo punto nella vita delle star?

Il referto autoptico parla chiaro: seppur il cantante dei Soundgarden avesse preso ansiolitici e sedativi la notte in cui è morto, non sono stati quelli ad indurlo al suicidio. Allora perché  Chris Cornell si è impiccato nella sua stanza d’albergo lo scorso 18 maggio, subito dopo il suo ultimo concerto?

Nessuno può saperlo con certezza, almeno non noi che del cantante si poteva essere fans e nulla più. E nemmeno possiamo metterci ad indagare sulla sua vita privata considerato che spesso le vite delle Superstar sono pressoché blindate. Sembrano avere vite normali, con tanti amici che puntualmente si affacciano ai funerali, lui aveva anche una moglie. Ecco, sua moglie. Soffermiamoci un attimo su questa interessante figura. Lei si chiama Vicky Karayiannis, ed era quella che aveva ipotizzato che il gesto – che lei definiva “inspiegabile” – potesse essere stato influenzato proprio dall’assunzione di sostanze ansiolitiche in dosi massicce.

Lei, Vichy, la stessa donna che quella stessa notte del suicidio, aveva chiesto ad un amico di Chris di controllare dove fosse suo marito, preoccupata da una precedente conversazione telefonica, durante la quale, sembrerebbe che lei si fosse accorta che lui biascicava, e che le aveva confessato di aver preso due pasticche in più di un ansiolitico. Ma tutto qui? Certo, se si dissero altro, a noi non è dato saperlo.

Lei, Vicky, la stessa donna che qualche giorno dopo la triste e drammatica vicenda che aveva investito suo marito, consegna alla stampa una lettera nella quale dichiara un amore sconsiderato ed assoluto. Una lettera nella quale Cornell viene descritto come un padre generoso e paziente. Eppure si dice che la pazienza è ascoltare e per ascoltare bisogna avere tempo. Lui, Chris Cornell, di tempo ne aveva? Lui  un uomo che era grato alla sua donna per averlo “salvato” e che a dire di sua moglie, era “affamato di vita” e molto motivato. La lettera si conclude con un “combatterò per te” e con questa frase:

Dicono che le strade che si sono incrociate si incrociano sempre nuovamente e so che verrai a cercarmi, e io sarò lì ad aspettarti.
Ti amo più di quanto qualcuno abbia mai potuto amare un’altra persona nella storia dell’amore, più di quanto sarà mai possibile fare”.

Nessuno certo, può smentire questa lettera, e non lo faremo neanche noi, ma qualcosa nella vita di Chris Cornell è accaduto, così come accade nella vita di molte star.

Per sua moglie lo stesso cantante non avrebbe mai fatto un gesto sconsiderato perché dice “amava i suoi figli”. Ma che tipo di percezione di amore si ha, quando si conduce una di quelle vite speciali? Per certo sappiamo che Cornell soffriva di ansia, e quella, è senza dubbio una cattiva compagnia.

La lista delle celebrità che si sono tolte la vita è discretamente lunga ed ognuno di loro ha avuto un’apparente motivo. A legarli, forse, quella depressione che deriva da non essere sempre capaci di gestire la fama, quella sensazione di buio che sembra inghiottirli malgrado siano circondati da milioni di fans e da famiglie apparentemente normali, e dico “apparentemente” perché se già è difficile dare una definizione di “normalità” si immagini quanto possa esserlo accostarla alla vita di coloro che per gestirla, la propria vita artistica, debbono rinunciare a ciò che appartiene a tutti coloro che star non sono.

Albert Camus diceva che “bisogna amarsi molto per suicidarsi”, ma la verità è che bisogna essere decisamente forti per non farlo, e spesso la fragilità che è quasi sempre alla base di quel dono che appartiene a chi diventa una star proprio perché ha qualcosa da dire attraverso la sua arte, non aiuta a contenere alcuni momenti di disperazione, che diventa un baratro che li risucchia senza via d’uscita.

Da quarantaseienne ne ricordo più di qualcuno di suicidi avvenuti nel mondo dello showbiz e alcuni di essi mi hanno lasciata più attonita di altri, forse perché le apparenti motivazioni – perché la verità appartiene a chi non c’è più – hanno lasciato più spazio alle riflessioni. Mario Monicelli, morì a 95 anni, buttandosi dalla finestra dell’ospedale dove era ricoverato per un tumore alla prostata. Una vita vissuta, tanto successo, una scelta forse, molto più lucida di quanto si possa immaginare. Kurt Cobain, morto a 27 anni, sparandosi con un colpo di fucile alla testa, anima sensibile, “bambino lunatico” come si definiva lui stesso, incapace di gestire una vita forse, senza più emozioni. Ma non dovrebbe essere emozionante fare la star, non si dovrebbe essere invasi dall’adrenalina che incoraggia e che rende felici? Sarebbe bello capire a cosa si possa davvero attribuire la felicità che è una condizione dell’animo talmente personale e privata che spesso si mente, per far sì che nessuno entri nella propria dimensione.

Chissà se Chris Cornell fosse così felice e “pieno di vita” così come sua moglie lo definisce in quella lettera. Una cosa è certa…nessuno si salva da solo.

In fondo essere vivi resta la migliore delle fortune; Eppure sentirsi vivi, è tutta un’altra cosa.

Simona Stammelluti

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