Ad Agrigento ormai era leggenda.
C’era chi giurava che i suoi video muovessero le masse, chi sosteneva che ogni suo post facesse tremare il Palazzo, chi addirittura era convinto che bastasse una sua diretta Facebook per cambiare il destino della Sicilia occidentale.
Lui, Alfonso “Fofò” Cartannilica, sovrano incontrastato del regno della satira social, viveva immerso in un oceano di cuoricini, faccine che ridono e commenti del tipo: “Grande Fofò!” “Sei tutti noi!” “Presidente subito!” E Fofò ci aveva creduto davvero.
Per anni aveva osservato quelle decine e decine di migliaia di visualizzazioni come un generale contempla il proprio esercito. Ogni like era un voto. Ogni condivisione un comizio. Ogni follower un consigliere comunale in potenza. Poi sono arrivate micidiali le elezioni. E lì, improvvisamente, il regno virtuale incontrò la brutalità della matematica reale.
Prima candidato con una lista, poi il cambio di casacca, poi la convinzione crescente: “Questa volta faccio il botto”.
E il botto effettivamente c’è stato. Ma non nel modo previsto. Le urne, creature ciniche e prive di algoritmi, hanno parlato con spietata sincerità: circa 360 voti. Trecentosessanta.
Praticamente meno persone di quelle che, in una sera qualsiasi, gli scrivevano: “Numero uno!” “Con te Agrigento risorgerà!” “Il popolo è con te!” A quanto pare il popolo era impegnato.
Forse a mettere like a un video di gattini. Forse a guardare una serie Netflix. Forse semplicemente a votare qualcun altro. Ed è qui che si consuma una delle più grandi tragedie moderne: la differenza abissale tra il consenso da tastiera e quello della cabina elettorale.
Perché sui social tutti ti adorano. Ma poi, davanti alla scheda elettorale, improvvisamente diventano riflessivi, prudenti, addirittura filosofici. Il follower medio è una creatura affascinante: ride ai monologhi, condivide gli sproloqui, applaude le invettive… ma quando arriva il momento decisivo sparisce più velocemente di un assessore durante una conferenza stampa difficile.
La storia di Fofò, però, non è unica.
Agrigento ne ha già conosciuti altri di profeti del web, uomini convinti che YouTube fosse il preludio naturale alla conquista del potere. Squallidi personaggi, oggi in tutt’altre faccende forzate, che parlavano davanti a una webcam come Mosè sul Sinai, certi che migliaia di visualizzazioni equivalessero a migliaia di elettori pronti a immolarsi per loro. E invece niente. Ma questo dato, più di Fofò, questo personaggio lo aveva capito. Prima voleva candidarsi in tutte le tornate elettorali del mondo, compresa la presidenza americana, e poi aveva deciso di mollare il tutto. Previgente, almeno per una volta.
Perché internet è il regno dell’illusione ottica. Ti fa sentire Cesare mentre in realtà sei il meme del giorno. Ti convince che una diretta di quaranta minuti equivalga a un programma politico. Ti sussurra: “Hai un popolo”. Ma poi il popolo vota il cugino del farmacista.
E così il povero Fofò si ritrova oggi vittima della più crudele delle scoperte contemporanee: i like non entrano nelle urne.
Le visualizzazioni non timbrano schede. I follower non fanno file ai seggi. E soprattutto, chi scrive “sei il migliore” molto spesso intende soltanto: “Mi fai passare cinque minuti mentre sono in bagno col telefono.”
Fofò. medita, medita…
