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“Grace in Town”, un disco ispirato, di grande impatto emozionale

Mi scrive un amico: “Simona, devi assolutamente sentire un lavoro discografico”.
Mi fido di lui, del suo gusto, lui si fida della mia spietatezza in fatto di musica.

E così mi trovo ad aprire la porta di uno dei dischi che in questo periodo non solo gratificano il mio lavoro, ma che inondano di bellezza il mondo musicale, che è in continua evoluzione ma che a volte si arresta, nell’attesa che venga nutrito ancora di ispirazione, mentre vien fuori un’idea nuova, un nuovo esperimento, una nuova strada.

Mi imbatto in “Grace in town”. Guardo la copertina, leggo i nomi su scritti. Ci sono loro: Fabrizio Sferra e Costanza Alegiani. Lui di profilo, lei ha una mano sul capo. Entrambi indossano cappotti ed occhiali da sole.

Fashion, direbbero gli influencer. A me sembrano voler nascondere qualcosa che però diventa notorio, manifesto, di lì a poco. Una sorta di sfida, che io ovviamente, accetto.

Conosco benissimo Sferra. Chi della mia generazione appassionato di jazz, non conosce i famosi Doctor 3, chi non ha il ricordo di uno dei loro concerti, quando il jazz incominciava ad essere pura innovazione, quando le mini-suite sostituivano i pezzi singoli, proprio mentre il gusto melodico e la sensibilità musicale, diventano importanti e significativi tanto quanto la preparazione tecnica.

Faccio appello alla memoria. Non ricordo di aver mai sentito Costanza Alegiani. Scopro che è una cantante jazz, ma è anche l’autrice dei testi che hanno sposato le musiche realizzate da Sferra. Ma questo non mi basta, la curiosità prende il sopravvento e dunque, premo play.

La prima cosa che mi raggiunge è l’originalità.
Nel disco c’è tanto sound, siamo lontani dal mondo del jazz anche se alcune sfumature le si rintracciano. Ci sono dosi di rock inglese, c’è del pop, ma è raffinato, spennellate di blues e poi c’è l’elettronica.

Come hanno fatto, mi domando?

E’ senza dubbio un lavoro corale, ad ampio respiro, di grande impatto emozionale. Ci sono dei passaggi musicali che sono classici (nel senso puro della parola) che però – e questo è il punto di forza di questo lavoro discografico – sa diventare appassionatamente contemporaneo.

E’ un disco che ha una sua profondità, è coerente, è credibile. Richiama alcune sonorità sentite in passato, ma è un dettaglio questo, assolutamente personale. Ognuno si gusta l’ascolto in base a quelle che sono le proprie conoscenze e la propria esperienza in fatto di musica.

Il passaggio fondamentale di questo disco è l’incastro voluttuoso delle voci. Sì perché in questo disco, che è cantato, c’è anche la voce di Fabrizio Sferra (chi l’avrebbe detto che sapesse anche cantare) sorretta però da una sorta di “codice interpretativo” che si sposa con la “grazia” – è proprio il caso di dirlo –  di una Alegiani che sa usare il mezzo vocale come espediente artistico.

Gli effetti che transitano sulle voci di entrambi, non ne alterano le intenzioni, il gracchiare di alcuni echi è come un’onda che sale e poi scende, scoprendo, ritraendosi, la base ritmica che pulsa nei passaggi in battere, come nel pezzo “Three lives before my end”, nel quale poi il suono della chitarra elettrica di Francesco Diodati, si impossessa del finale, si evolve lungo una saturazione dell’effetto overdrive, che diventa riverbero, wah-wah e poi fischio, lasciato lì in alto, sospeso, fino a quando non precipita nel silenzio accomodato.

Il disco ha 10 tracce, alcune particolarmente degne di nota, come “Try me out” con un mood  che va di accenti in levare, di spazzole sul rullante, di chitarra amabilmente arpeggiata, di controcanti, di passaggi accattivanti della Alegiani, di accordi minori che disegnano quel “goes by”, inteso come “cambiamento”, quel qualcosa che si allontana, azzardando un nuovo tentativo. Al piano e keyboards c’è Alessandro Gwiss, capace di adattarsi alla perfezione alle esigenze del lavoro discografico, che sorregge e sottolinea i passaggi armonici cruciali.

La voce della Alegiani si apre e si chiude sulle note delle sue due ottave di range, si allontana e si avvicina dal volume, sa quando smorzare, sa restare in bilico ma perfettamente in equilibrio. Mai scontata, dotata di una adeguata personalità canora oltre che di un’ottima dizione della lingua inglese.

Sferra non è l’unico a suonare la batteria. Si alterna con Federico Scettri.
Al basso, c’è Francesco Ponticelli.

E’ un album che invita ad un viaggio, fatto in quel caos che a volte ci inghiotte, ma che è costantemente ostacolato dalla grazia di alcuni dettagli del vivere. Perché in fondo noi, ci sappiamo convivere benissimo con il caos, a patto di saper rintracciare la grazia in alcune stagioni della vita, nella bellezza di qualcosa che ci conduce verso quel che ci piace.

A questo proposito posso dire che a me è piaciuto molto “In the mood for Annie”, traccia numero 2 dell’album, in cui ha fatto da sola i controcanti, la Alegiani, in cui ha regalato alcuni acuti ben sistemati e raccontato come la grazia, è un virtù. Nel testo recita “don’t let me go”. L’invito a non lasciar andare, che però ruota musicalmente in una sorta di loop, di ripetizione che ipnotizza, mente voce e chitarra si avvinghiano.

Il codice semiologico del disco è perfettamente riscontrabile;  l’espressione comunicativa in questo disco, è al contempo processo produttivo e ricettivo.

E’ un disco appagante, acusticamente accattivante, che ha saziato, a pieno, la ma fame di originalità che però, a mio avviso, non deve mai distaccarsi troppo dalla credibilità prettamente armonica.

Mentre si ascolta questo lavoro discografico, viene voglia di immaginare uno spazio; io l’ho immaginato blue, con me in un punto qualunque, con le stelle che viaggiano all’incontrario, che si spostano verso l’alto e non ho voglia di scansare.

 

Simona Stammelluti

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