Giuseppe Arnone, l’uomo libero (a orario…)

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C’è chi ama raccontarsi come un condottiero senza macchia, un campione del foro, un collezionista seriale di vittorie giudiziarie. Cinquanta, dice. Sempre cinquanta. Un numero che torna come un mantra, come se ripeterlo bastasse a trasformarlo in verità assoluta. Cinquanta processi vinti, cinquanta trionfi, cinquanta applausi immaginari. Peccato che il racconto si fermi sempre lì. Peccato che non vada mai oltre.

Lui è il noto pluripregiudicato Giuseppe Arnone, che sarà anche un campione di vittorie giudiziarie, ma è anche un fuoriclasse in fatto di sconfitte (giudiziarie).

C’è un dettaglio che nel suo monologo eroico non compare mai. Un dettaglio scomodo, poco epico, decisamente anti-narrativo: il presente. Quello reale, non quello raccontato. E perchè no, anche di situazioni passate che probabilmente “non ricorda” o dimentica con una semplicità disarmante.

Nel presente che lui non ama descrivere, l’eroe delle cinquanta vittorie non corre libero nei campi della gloria, ma si muove dentro confini molto precisi. Confini stabiliti da altri, con orari, con limiti, con un giudice che non applaude e non si lascia impressionare dal curriculum orale.

È una libertà a tempo, a finestre. Una libertà che inizia dopo una certa ora del mattino e finisce puntuale la sera. Non per scelta filosofica, ma perché così è stato deciso. Non si esce quando si vuole, non si rientra quando si vuole. L’epica qui lascia spazio all’orologio.

E mentre nei racconti continua a vincere processi, nella vita concreta il campo di battaglia è decisamente cambiato. Niente aule, niente arringhe. Al massimo, campi veri, da arare, con una zappa, per ore. Sei, pare, ogni giorno. Altro che arringhe memorabili: qui si parla di terra, sudore e silenzio. Di seminare per raccogliere gli ottimi prodotti che produce il Giardino della Kolymbetra

In alternativa, l’altra grande opzione eroica: restare in casa, in famiglia. Non per scelta mistica o per amore del focolare, ma perché fuori non si può andare. O meglio, non sempre, non liberamente, non senza permesso. Alle 20 della sera deve stare ristretto a casa, fra le mura amiche, con moglie, suocera e figliolo. Prima delle 07,30 del mattino non può uscire. Questo provvedimento, comunque restrittivo, lo ha deciso il Tribunale di Sorveglianza di Caltanissetta a seguito ad una condanna di 1 anno e 3 mesi più una quindicina di giorni, iniziata lo scorso novembre e, calcoli fatti, dovrebbe finire nel febbraio 2027. Il condizionale è d’obbligo e più avanti spiegheremo il perchè.

I reati commessi: diffamazione, diffamazione a mezzo stampa, calunnia, oltraggio a magistrato. Quisquilie…

Queste cose le fa con molti, compreso chi scrive il presente articolo. Offende, denigra, calunnia, ladri, ruberie e…soldi messi in tasca. Fino a quando poi trova qualcuno (come accaduto a Caltanissetta) che si occupa personalmente del suo fondoschiena e lo fa stare “unni moddru e unni duru”.

La sua grande fortuna è che i suoi principali obiettivi rinunciano pure a denunciarlo per non averci a che fare nemmeno in una aula di Tribunale. E lui ne approfitta. La stessa cosa non può dire il sottoscritto che, al contrario degli altri, ha presentato una serie di denunce contro questo pluripregiudicato e che rimane in attesa che la Procura agrigentina apra gli occhi magari con maggiore energia e affrontare “l’argomento”, per mettere fine al gioco infame e bugiardo del soggetto in questione.

Ma di tutto questo, ovviamente, non sentirete mai parlare dalla sua bocca. Lui vi parlerà solo delle vittorie. Sempre quelle. Solo quelle. Come se raccontarle potesse cancellare il resto, come se ripetere “ho vinto” fosse sufficiente a non dover spiegare dove e come si passa il tempo oggi.

Il noto pluripregiudicato, ovviamente, è tenuto sotto controllo da Tribunali e Questure di alcune città siciliane per vedere se in realtà l’inserimento della pena alternativa al carcere, e, quindi l’affidamento ai servizi sociali, lo possano davvero far ricredere dagli errori che ha fatto e che non dovrebbe commettere più. A guardare i suoi video sembrerebbe che, ahimè, il focolaio familiare o le fresche verdure del Giardino Kolymbetra non avrebbero tutta quella forza per farlo “pentire” dagli errori commessi e redimersi ad una condotta di vita più sana, pulita, senza oltraggiare, dileggiare, offendere e denigrare chicchessia. Purtroppo per lui non siamo gli unici ad osservare che gli errori commessi (che gli hanno messo la zappa in mano) vengono sistematicamente reiterati con una leggerezza disarmante. La pena alternativa al carcere è valida se viene rispettata. E mentre dai suoi canali sbraita, dimentica che attualmente è “sotto osservazione”.

Così il personaggio Giuseppe Arnone continua a costruirsi come leggenda, mentre la realtà fa tutt’altro mestiere: ridimensiona, regola, impone e soprattutto non si lascia riscrivere.

Continui pure a contare le sue cinquanta vittorie. Le celebri, le ripeta, le moltiplichi.

Noi, intanto, contiamo le ore. Quelle che non racconta. Quelle scandite non dagli applausi, ma dal giudice e dal calendario.

Perché alla fine, tra la leggenda e la realtà, c’è sempre una differenza sostanziale: la leggenda non ha orari nè una zappa fra le mani.

La realtà sì.

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