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Fu allievo di Gassman e circa il mestiere dell’attore, Fulvio Cauteruccio si esprime senza mezzi termini: “Se non ci puoi vivere, è meglio lasciar stare”

Per oltre 20 anni nella compagnia teatrale Krypton – con la quale ha fatto anche Beckett – oggi Fulvio Cauteruccio classe 1967, figlio del sud ma fiorentino d’adozione, “di teatro” e “con il teatro” vive. Lo spettacolo Roccu u stortu” di cui ha curato la regia, con le musiche de “Il parto delle nuvole pesanti”, fu trasmesso in versione integrale nel programma Teatri Sonori di Rai Radio 3 e da Palcoscenico di Rai 2.

Apprezzatissimo nel ruolo di Don Catello nel “Ferdinando” di Annibale Ruccello, con la regia di Chiara Baldi – che è stato in scena al Teatro Eliseo a Roma lo scorso novembre – e intenso sul palco del teatro Niccolini di Firenze in questi giorni con “Prigionia di Alèkos” di Sergio Casesi, che narra la vicenda umana, politica e poetica del rivoluzionario greco Panagulis, risponde alle mie domande, mentre si racconta un po’.

SS: Come valuti un lavoro che ti viene proposto?
FC: Valuto la produzione, la credibilità del regista e poi i colleghi. Tutto questo è importante tanto quanto un ruolo o un testo.

 SS: Come lo scopre un attore, se la sua strada è il ruolo drammatico o quello comico?
FC: È cosa nota che il ruolo drammatico sia più facile. Far ridere è una questione di tempi, non solo di battute. A volte se non sai usare una pausa, puoi fare tutto giusto, ma non ti riesce la parte comica.
Personalmente mi sono cimentato, riuscendo in entrambi i ruoli. Basti pensare al mio ruolo in “Ferdinando” di Annibale Ruccello della Baldi. Entrambi i caratteri in quel ruolo, mentre il personaggio prende corpo e poi si riscalda e si sfalda, partendo in maniera esilarante e poi invece lasciando uscire la drammaticità dell’uomo che fa i conti con troppe cose, oltre che con se stesso.

SS: Di solito un attore dice: “mi piacerebbe fare questo ruolo”. A te com’è andata questa faccenda del “mi piacerebbe”?
FC: Quel “mi piacerebbe” cambia nel tempo, sai?! Capita a tutti di voler fare l’Amleto, o Agamennone. Poi però scopri tante scritture, e nel mio caso, l’essere curioso mi ha aperto tante strade nel mondo del teatro. E poi ti dirò, preferisco fare anche una piccola parte, buona e con bravi attori, che ruoli da protagonista in cose pessime. Ma di questi tempi ci sono troppi finti attori, disposti a tutto e così c’è un gran caos. Ci vorrebbe una commissione di esperti che dica “tu sì, puoi farlo, tu no”, come nella scuola russa o americana. Che poi anche per i registi, dovrebbe valere la stessa selezione.

SS: Tanti giovani vorrebbero fare questo mestiere. Un attore di esperienza come te, cosa direbbe loro?
FC: Di valutare bene, perché se non riesci a viverci,  facendo questo mestiere,  forse sarebbe il caso di lasciar stare. E poi studiare, perché l’improvvisazione è deleteria. Bisogna leggere la storia, la letteratura e bisogna conoscere la vita artistica di chi è esistito artisticamente prima di noi. Di solito non si lavora solo in due casi: se non si ha talento o se si ha un brutto carattere. Tutto il resto sono solo chiacchiere.
Vedi Simona, i grandi attori sono umili, timidi spesso.
Ricordo Irene Papas con la quale ho lavorato, Michele Di Mauro, bravissimo attore e poi Gassman, di cui sono stato allievo.

SS: Racconta.
FC: Sono stato fortunato ad averlo come maestro e rimane ogni giorno quel che ho imparato. Con lui ho imparato che il teatro è divertimento e fatica in proporzioni variabili. Ho imparato che si cammina insieme agli altri per un po’ e poi si può avere una seconda giovinezza in questo lavoro. Io dopo 20 anni in compagnia con mio fratello adesso da 5, viaggio da solo.
Un tempo dicevo “ma chi me l’ha fatta fare” – (ridiamo) – oggi non più, perché in definitiva, so fare bene solo quello.
Gassman si ostinava a chiamarmi Fabio e non Fulvio, eppure era quel maestro che mi dava coraggio, che mi spronava a fare sempre meglio.
Alla fine della scuola, prima dello spettacolo finale il direttore mi declassò per la dizione. Io ci rimasi male ma Gassman volle parlarmi e mi disse: “non ci sono grandi parti per grandi attori, né piccole parti per piccoli attori; ci sono solo parti, anche piccole per bravi attori”.
Poi mi suggerì di mettere una pausa, in un punto particolare di una battuta,  feci come mi suggerì e fu un successo.

 SS: Cosa ci vuole per essere un buon attore, oltre al talento che non si può né ignorare, né inventare?
FC: Devi essere capace di riconoscere il linguaggio della contemporaneità, ma devi conoscere la storia;  il passato del teatro è il primo maestro che va ascoltato.

SS: Fai anche cinema; hai appena recitato con Zingaretti in Montalbano. Che vestito indossi meglio, quello teatrale o quello cinematografico?
FC: Sono un attore di teatro che non disdegna affatto il cinema, ma che aspetta una parte importante per dedicarcisi a pieno; nel frattempo continuo con il teatro che mi appaga e che mi fa vivere e “sentire vivo”.

 Gli chiedo se ha figli, mi risponde che ha un cane, che ha portato in scena, una volta, e che gli ha rubato gli applausi, anche! Ci salutiamo, con la promessa di rivederci, presto…a teatro.

 

Simona Stammelluti

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