| | 992 views |

Essere solo, sentirsi solo, stare da solo; sostanziali differenze in apparenti uguaglianze

Non abbiamo mai temuto la solitudine come in questo periodo storico, tanto che a volte pur essendo soli non ce ne accorgiamo, perché non abbiamo più né mente né sentimento per percepirla. Siamo diventati sordi, oltre che ostinatamente ancorati a quella compagnia “a tutti i costi”, e quella sordità non è solo di percezione uditiva ma anche di sensazioni che sono ormai adulterate dall’euforia di quel sistema che ci ingloba, spesso ci inghiotte, ci digerisce e poi ci risputa sul mondo ancora più confusi sul perché si sia sempre alla ricerca di qualcosa che alla fine non ci soddisfa mai fino in fondo. Vogliamo colmare i buchi, deve essere “tutto pieno”, i momenti di silenzio sono sempre meno, i giovani non conoscono neanche più la noia, il silenzio è divenuto un nemico e alcuni suoni (per esempio quelli delle notifiche dei social e delle chat) scandiscono le ore che un tempo riempivamo con molte più cose, rispetto alla curiosità odierna – che ci ossessiona – di sapere che vita ha avuto una “storia su Instagram” o quanti “Like” ha preso quel preciso selfie che per farlo venire “accettabile dalla rete” ci si è perso un intero pomeriggio.

Essere solo, sentirsi solo, stare da solo; quanta differenza in apparenti uguaglianze.

Quanti ad oggi potrebbero raccontare come esperienza di vita l’essere solo? Solo … rispetto a chi, a cosa? La solitudine che si subisce, è quella che ti segna, quella che ti attraversa, che ti mette con le spalle al muro, che ti spinge a capire se te la sei meritata o se ti è stata data in eredità da una condotta di vita, o da un vita destinata a quello. Lo vedi guardando i tuoi passi; quando nessuno ti cammina a fianco, sei solo. Ma le strade che si percorrono non sempre sono sotto i piedi, sono anche sopra la testa, sopra il cuore, dentro lo stomaco, nei ricordi e nei desideri. Tutto spento, come quell’ultima insegna a neon nella notte, che illumina per un po’ e poi fa buio proprio quando passi tu. Perché? Perché qualcosa si è inceppato in quel che vogliamo, in quel che chiediamo, in quel che proviamo a barattare in cambio di due gambe che camminino insieme alle nostre mentre procediamo. Perché nessuno ascolta più quel che abbiamo da dire, e non lo sente non solo perché il mondo è abituato ad “urlare”, ma perché l’intensità di quel che diciamo non viaggia sulle frequenze che intercettano solo ciò che è semplice. Perché i dialoghi sono diventati asfittici e poco attraenti e non contemplano più le pause, come quelle che un tempo si chiamavano “di riflessione”.

Abbiamo ancora qualcosa su cui “riflettere”, o abbiamo stupidamente sempre tutto chiaro?

Ciò che richiede riflessione e senso critico costa troppa fatica, costa notti insonni e tante parole, perché la solitudine è muta, non ha parole. Ma la cosa più grave che chi è solo è povero anche di gesti, di sguardi, di mani che stringono, che abbracciano, che aiutano ed incoraggiano.

E quando, ci si sente soli?

Forse è quella dimensione in bilico sul filo senza rete. Resti spesso immobile per paura di cadere e di frantumarti in mille pezzi che sai per certo non saprai più rimettere insieme, perché con quei pezzi in frantumi proverai a rimontarti ma non ci riuscirai perché alcuni pezzi, quelli fondamentali saranno andati perduti, mancheranno irrimediabilmente e allora resterai monco, per sempre.

Ti domandi perché nessuno lo capisca che ci si sente soli. Soli nelle risate, nei momenti in cui il silenzio scende e si accende la reciproca comprensione. Soli nelle scelte e nelle posizioni da prendere, soli nella luce del giorno che scivola dentro la notte e quella dell’alba che riprende fiato dopo un’apnea che lascia senza luce e senza fiato. Soli, mentre il mondo corre e ti attraversa perché sei invisibile alle necessità di quel mondo, che non contempla le necessità del singolo ma della globalità del target di appartenenza. Nessuno ti chiede più cosa ti piace, perché c’è un sistema che conta ciò che fingi ti possa piacere, che lo registra e poi te lo ripropone in altre vesti. Nessuno ti chiede più cosa senti, perché tanto nel chiasso è già tanto se senti il tuo respiro che si fa affannoso quando corri perché hai perso qualcosa, o qualcuno … e allora provi a riacciuffarlo, ma ti trovi fermo, mentre le immagini si fanno piccole e il respiro dalle orecchie scende piano nel petto, dove si arrende.

E lo stare da soli, poi, diventa una conquista, una sfida, quasi; Un mondo nel quale trovare un proprio spazio, e un modo per tornare a sentire quel che hai perso, che non riconosci più quando lo incontri, che devi imparare di nuovo a disegnare, come una casa nella quale accomodarti e sentirti di nuovo a tuo agio, nei tuoi panni, nei tuoi desideri, nelle tue necessità. Necessità che ti rendono di nuovo erudito, mentre abbandoni quell’essere analfabeta di momenti da riempire solo con ciò che serve, perché l’essenziale è la porta di quella casa che ti aspetta per rifiatare.

La solitudine è ormai una malattia che ci passiamo in maniera pandemica, alla quale sviluppiamo anticorpi che però non ci fortificano, ma ci rendono solo immuni ad alcuni cambiamenti che si consumano sotto i nostri occhi e che inconsapevolmente autorizziamo perché ad ostacolarli non siam capaci più. Siamo così oppressi da moti perpetui di “non consapevolezza” che abbiamo perso la capacità di indugiare su una riflessione e persino di avere paura. Sembra che non si abbia più paura di nulla, e poi alla fine però siamo tutti malati di idiosincrasia.

Chi sa più guardare oltre? Ci ostiniamo a vivisezionare quel che ci si para dinanzi agli occhi, alla vita, alle nostre aspettative e ci facciamo andare bene quel che ci propinano gli altri. In fondo piace a tutti, può piacere anche a noi e al diavolo se non ci piace per davvero, tanto chi se ne accorge, a chi interessa? Chi sa dire se le nostre vite si siano popolate o desertificate in questi giorni tutti uguali, che non sapremmo fermare neanche se lo volessimo, e che non hanno più un orizzonte, perché per disegnarlo si ha bisogno di un tempo per prima desiderarlo?

Piccole fughe ci attendono, proprio lì, mentre scappiamo da quel finto appagamento sociale dove tutti fingono di sentire mancanze improbabili, ma in quel circolo vizioso, dimentichiamo a volte di mancare a noi stessi.

Ci vorrebbe un cambio di direzione, un tempo in cui arrivare tardi, in cui farsi attendere perché solo così alcune solitudini diventeranno il respiro che torna, mentre smettiamo di correre dietro a treni persi, a persone che corrono senza meta, mentre lasciamo naufragare la paura di essere soli per scelta propria e non per modalità altrui.

Simona Stammelluti

 

 

Tags: , , ,

1 Risposta per “Essere solo, sentirsi solo, stare da solo; sostanziali differenze in apparenti uguaglianze”

  1. Nino ha detto:

    Bellissimo articolo, veramente stupendo.

Commenti chiusi